Un nuovo articolo su Cristoforo Colombo per curare le mie ferite

Mi hanno detto che il modo giusto di presentarmi sarebbe stato quello di scrivere un articolo. Dopo averci pensato su, ho deciso di tornare a scrivere sul monumento a Cristoforo Colombo, l’argomento che per me è stato tanto doloroso da indurmi a smetterla di scrivere e a cambiare lavoro, presa da una rabbia cieca, che è durata alcuni anni. Ricomincio quindi da dove avevo smesso per riannodare la mia attività di  cronista.

Nata in Romagna e cresciuta a Genova, dove Colombo è considerato con affetto un familiare oltre che un grande del passato, non posso assolutamente comprendere la teoria americana per cui Colombo sarebbe responsabile dei massacri degli indigeni per aver aperto la porta ai colonizzatori.

Noi italiani consideriamo Colombo un uomo geniale del Rinascimento, un ammiraglio che ha avuto il coraggio di navigare verso ovest cercando di andare in India e in Cina, convinto che la Terra fosse rotonda, in un’epoca in cui si credeva che fosse piatta. Così nel 1492, per caso ha scoperto l’America che si trovava nel cammino verso l’Oriente.  In Spagna per il 12 ottobre si celebra la scoperta dell’America e in Italia la ricorrenza è molto sentita.

Comprendo di aver scritto quello che pensano gli europei, cioè di aver seguito una teoria eurocentrica e capisco che per gli americani la visione su Colombo deve essere molto diversa, tanto che in tutti i paesi americani se la sono presa e se la stanno prendendo con le statue del grande navigatore. È successo in Venezuela, in altri paesi sudamericani, in Canada e negli USA, dove l’ammiraglio genovese è considerato un genocida anche se non sanno esattamente chi fosse, dove sia nato e che storia abbia avuto e tutti credono che fosse spagnolo. Ora che i popoli nativi pensino in questo modo va e passa ma se lo fanno filosofi, storici e intellettuali vari di origine europea, penso che siano più papisti del Papa.

A Buenos Aires, dopo una lotta estenuante del Comitato “Colòn en su lugar”, nato nel 2013 per evitare che il monumento fosse smembrato e spostato, il Potere Esecutivo Nazionale argentino ha ordinato di dividere l’opera d’arte in più di 130 pezzi, che nel 2015 sono stati portati sul lungo fiume Nord “Costa nera Norte”. Nonostante la lotta del Comitato, che si è mosso su tutti i fronti, da quello legale alle lettere al Papa e al Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, non si è potuto fare niente. Ho imparato quindi che ogni lotta è inutile quando ci si batte contro i poteri forti e gli affari milionari, altri per fortuna hanno preso la vicenda in un altro modo e stanno continuato la battaglia.

Per gli italiani non si tratta solo di un problema di rispetto dell’arte ma di una vicenda dal valore sentimentale. Il monumento era stato donato, infatti, dalla collettività italiana e posto nel parco omonimo, davanti alla Casa Rosada, nel 1921, con una cerimonia importante presieduta dall’allora presidente della Repubblica Argentina, Hipòlito Yrigoyen. Tra i donatori c’era Antonio Devoto, un uomo che era sempre in primo piano quando si trattava d’italianità. L’opera d’arte aveva un significato che andava molto oltre la persona cui era stato dedicato.

Per noi italiani, raffigurava l’immigrante italiano, cioè proprio noi, infatti, anche Colombo come noi migranti era arrivato in mare e si era lasciato alle spalle, la patria e la famiglia. Il monumento esprimeva quindi la nostra memoria nostalgica e ai suoi piedi la collettività italiana realizzava le sue cerimonie identitarie. La storia è passata, non serve a niente rivederla sotto un’ottica diversa, i simboli sono tali proprio per il significato che assumono secondo chi li considera.

Cadono queste teorie americane basate sul rancore razziale, proprio per superarlo nel rispetto di tutti non sarebbe meglio lasciar perdere la guerra delle statue e dare agli indigeni una ricompensa storica, come  per esempio le terre che stanno reclamando? Sicuramente i popoli originari sarebbero d’accordo, non avrebbero niente da dire e sarebbe possibile convivere nel rispetto di tutti.

Edda Cinarelli