Noi che siamo stati ad Amatrice

«Fidelis Amatrix » sta scritto nel « verso » di certe monete del Quattrocento che Ferdinando I diede il diritto di battere a questa città. Oh, decadenza dei tempi. Cinquecent’anni or sono essa affidava la sua fama nel mondo ad una nobile tradizione di fedeltà, collaudata nella pervicace difesa di Roma contro Annibale e nel testardo attaccamento al Paganesimo ancora dopo sei secoli di trionfante Cristianità; oggi essa l’affida soprattutto a quei celebri « spaghetti all’amatriciana » che un così largo posto si sono fatti nella gastronomica nazionale.
Amatrice sta a quasi mille metri. A parecchie cittaduzze delle Alpi ne sono bastati di meno per atteggiarsi a luoghi di elegante villeggiatura, attrezzarsi in proporzione, far circolare il proprio nome sulla lista dei convegni estivi e invernali. L’Appennino, questo cenerentolo della montagna, non ha il genio della pubblicità. «Io sono stato a Cortina » si dice a gran voce per farsi bene udire dagli altri. Ma « io sono stato a Amatrice» lo si sussurra appena, quasi vergognandosene. Lo sussurrano professori molto dabbene di scuole medie, giudici di tribunale, professionisti all’inizio o alla fine della carriera, purché con moglie e prole, signorine di buona famiglia un poco disusate. Nulla è più riposante di questi villeggianti veri, di questi riposatori che si riposano sul serio perché prima hanno faticata. Li ho appena intravisti passando; non avevano pittoreschi costumi, mazze col puntale, sacchi sulle spalle. Stavano vestiti come in città, solo coi pantaloni rimboccati, e qualcuno portava un cappelluccio bianco, da gelataio, per proteggersi dal sole. Si conoscevano tutti, forse si riconoscevano dall’anno prima. Non facevano cordate. Non raccontavano meravigliose gesta sui crepacci. Immagino che la sera debbano giocare a scopone, mentre le consorti fanno la calza e parlano dell’insolubile problema delle donne di servizio. Forse il giovane avvocato fa la corte a Lilì e le promette, sotto il chiar di luna, che se quest’anno lo studio renderà un po’ meglio… Lungi da me e da voi il sorriso dell’ironia. Sorridiamo solo al pensiero consolatore che a questo mondo c’è ancora della gente dabbene.

Fu a Venezia che mi venne l’idea di fare, una volta, una capatina ad Amatrice.  Anzi, più precisamente, l’idea mi venne sotto la pancia del cavallo su cui cavalca il Bartolomeo Colleoni del Verrocchio. Sulla cinghia di bronzo è scritto a caratteri abbastanza grossi: « Alexander Leopardus v. f. opus ». Forse pochi sanno che quel sibillino « v. f. » ha scatenato polemiche alle quali gli amatriciani hanno preso appassionatamente parte, Alexander Leopardus essendo uno dei loro o per lo meno tale essendo da essi considerato. La complicata faccenda andò cosi.

Il Senato veneto diede al Verrocchio l’incarico del monumento al Colleoni. E il Vasari racconta che lo scultore, dopo fatto il modello e aver cominciato ad armarlo per gettarlo in bronzo, aveva saputo per vie traverse che 1 commissionari, cambiata idea, volevano ora far eseguire l’opera a Vellano e Andrea da Padova. Del che sdegnato, spezzò testa e gambe al modello e se ne tornò a Firenze. Allora il Senato gli mandò a dire che, se rimetteva piede in Venezia, avrebbe avuto la testa tagliata. Il Verrocchio, che doveva avere un caratteraccio, replicò che «se ne sarebbe ben guardato perché, spiccate che le avevano, non era in loro facoltà riappiccare le teste agli uomini come avrebbe saputo lui fare di quella che aveva spezzato al suo cavallo e più bella». Il Senato si diede per vinto, richiamò l’indocile artista e gli raddoppiò lo stipendio. Il Verrocchio si rimise all’opera, ma non potè terminarla per causa di un raffreddore che in pochi giorni lo uccise. Allora l’incarico fu passato a Alessandro Leopardi che, dicono gli amatriciani, era di Amatrice, e che non terminò soltanto l’opera, ma addirittura la perfezionò e cosi bene che a tutt’oggi non si è mai riusciti a capire dove finisca il lavoro dell’uno e cominci quello dell’altro. Opera del Leopardi è certamente il piedestallo. Ma quel « v. f. » orgoglioso e maligno cosa vorrà dire? Che Leopardi fece l’opera o che fuse l’opera?

Io non so perché gli amatriciani tengano tanto alla concittadinanza di Alessandro che, del resto, qui non ha lasciato traccia. Ci sono, è vero, due palazzi Leopardi, ma nessuno può dire con precisione se Alessandro era della stessa famiglia. Artista malto e maledetto, quel «v. f.» ingannatore egli lo incise nella cinghia del sottopancia all’insegna del « se la va, la va » : un gesto che non somiglia per nulla al fedele e dignitoso popolo di Amatrice, città in cui non si ruba. Ma vedi un po’ quanto i galantuomini possono sentirsi attratti dagli avventurieri. In Spagna ho trovato per l0 meno dieci paesi popolati solo di vergini fanciulle e di virtuose spose che tuttavia si contendevano l’onore di aver dato i natali alla Bella Otero, celebre ma non per modestia femminile. L’« affare Leopardi » si trascina da secoli e non è ancora passato in giudicato per via dei continui appelli a cui gli amatriciani ricorrono contro i veneziani e i ferraresi che loro contendono l’equivoco onore di annoverare come uno dei loro un sì bel campione d’ingegno e di filibusteria. Ma la « fidelis Amatrix» è fedele anche all’anagrafe e non vuole che di un suo figlio, per quanto mascalzone, si parli come di un figlio d’altri. Questo si chiama amore della responsabilità ed è un commendevole sentimento.

Una dea fondò Amatrice e voi avrete già capito come si chiamava questa Dea: si chiamava Amata. Ma a questo punto un dubbio mi assale: furono proprio le dee che fondarono i paesi, o furono i paesi che fondarono le dee? Ho visto che tutti questi borghi della Sabina, quando si tratta di spiegare le origini del loro nome, ricorrono sempre allo stesso trucco della dea. Inventano una dea e poi se ne fanno partorire. Comodo trucco, che non soddisfa la nostra sete di sapere. Ma nel caso di Amatrice la faccenda è molto più complicata del solito, si riallaccia a tutta una serie di leggende che vogliono Amatrice culla del vero popolo italiano. Roma e gli etruschi, secondo questi massimalisti amatriciani, diventano piccola borghesia nell’almanacco di Gotha della romanità.
Io voglio andare un po’ in fondo a questa storia, non si sa mai. Galileo non aveva nessun presentimento di grande scoperta la mattina in cui guardò il pendolo oscillare. Come dicono tutti i bravi professori di ginnasio il caso è il grande alleato della scienza. Se il caso mi avesse veramente portato a salire l’altipiano da cui la Stirpe mosse alla conquista della Penisola? Nessuno può controllare gli sviluppi di una passeggiata, cosi come non può controllare la valanga la mano del ragazzino che ha mosso il primo bioccolo di neve.
Indro Montanelli (pubblicato su Il Corriere della Sera il 14.09.1942)