No alla riduzione degli eletti all’estero

La proposta di ridurre da 18 a 12 i parlamentari eletti all’estero è “irricevibile”. L’ha confermato ieri pomeriggio in Senato il segretario generale del Cgie, Michele Schiavone, a capo di una delegazione composta da Rodolfo Ricci, Carlo Ciofi, Norberto Lombardi, Franco Dotolo e Rita Blasioli Costa. In audizione alla Commissione Affari Costituzionali – sede in cui è stato avviato l’esame del ddl per la riduzione del numero dei parlamentari da 945 a 600 (da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori) – Schiavone prima e Lombardi poi hanno ribadito che ridurre il numero degli eletti all’estero dai 18 attuali (12 alla Camera e 6 al Senato) a 12 (8 alla Camera, 4 al Senato) lederebbe la rappresentanza degli italiani all’estero.

Per di più in momento storico – ha ricordato Schiavone – in cui i residenti all’estero aumentano sempre di più. “La possibilità di discutere il ddl 214 in particolare su come cambia fli articoli 48, 56 e 57 della Costituzione è per noi un’occasione anche per ricordare a questa commissione la genesi di questa nostra rappresentanza perché ogni qualvolta si parla di rappresentanza degli italiani all’estero” la prima reazione del Parlamento è “di ridurla oppure eliminarla del tutto”.

Ricordata la dichiarazione dei diritti dell’uomo e le norme costituzionali che garantiscono il diritto di voto ai cittadini italiani, a prescindere dalla residenza, Schiavone ha ricordato che la legge sul voto all’estero che istituì la circoscrizione intervenne sulla “effettività del voto” perchè i connazionali – prima del 2001 – potevano votare, certo, ma tornando in Italia.

“Per 52 anni, cioè dal 1948 al 2000” il principio dell’effettività “non è stato applicato agli italiani all’estero”.  La riduzione dei parlamentari proposta dalla maggioranza “è irricevibile per gli italiani all’estero nella forma proposta”, perché il numero dei 18 parlamentari “non è aritmetico, è un numero che noi intendiamo confermare nel pluralismo della rappresentanza. Auspichiamo che questi numeri – ovvero 12 parlamentari alla Camera e 6 al Senato – rimangano tali”. Schiavone ha poi parlato dei temporaneamente all’estero, che possono votare per corrispondenza, e del fatto che molti paesi europei, in questi anni, hanno guardato al sistema di rappresentanza in Italia come un esempio da seguire. Il segretario generale del Cgie ha quindi citato la direttiva del 4 luglio dell’Unione Europea che estende il diritto di votare in loco alle elezioni europee anche ai cittadini residenti in paese extra Ue.

“Nelle comunità italiane all’estero è andata crescendo la domanda di partecipazione diretta nella vita pubblica economica e sociale e culturale dell’Italia”, ha annotato Schiavone, “come forma concreta di appartenenza e dimostrazione di effettiva volontà di contribuire appieno alla vita del paese d’origine. Allo stesso tempo, è aumentata la comprensione dell’importanza della espressione del voto e della scelta diretta dei propri rappresentanti, elementi imprescindibili del concorso alla vita di una democrazia matura qual è quella italiano”.

C’è una nuova mobilità di “giovani scienziati, studiosi, manager e personale qualificato perfettamente al corrente della vita politica italiana e desiderosa di contribuire alla sua evoluzione”, ha concluso Schiavone. “L’esercizio del diritto di voto e la rappresentanza diretta costituiscono gli elementi fondamentali per la costruzione di relazioni solide e durature con le nuove migrazioni e le nuove generazioni”.

È quindi intervenuto Norberto Lombardi per ricordare ai senatori che nei lavori preparatori che portarono alla circoscrizione estero e alla sua inclusione nell’articolo 48 della Costituzione “il confronto si polarizzò su due livelli: il primo era dare effettività all’esercizio del diritto di voto degli italiani all’estero” che fino ad allor “era puramente nominale, non reale, visto che si trattava di attraversare oceani e frontiere per esercitarlo. Il secondo, che divenne poi prevalente, riguardò la “sterilizzazione” dei possibili effetti dirompenti che il voto avrebbe potuto provocare sia sugli esiti elettorali che sugli equilibri parlamentari”. Quest’ultimo punto, ha ricordato Lombardi, “fu quella maggiormente dibattuto, lo posso dire anche per testimonianza personale, tant’è che tutte le proposte di legge della 11°, 12° e 13° Legislatura – quando finalmente si approdò alla Riforma – prevedevano 20 deputati e 10 senatori. Dopo un faticoso compromesso si arrivo a 12 deputati e 8 senatori”, un compromesso “che ha determinato fin dal 2006, cioè fin dalla prima prova elettorale, uno squilibrio, un vulnus nel quoziente di rappresentanza sia rispetto agli elettori che rispetto alla popolazione dei residenti all’estero”.

Posto che “nella Costituzione c’è alcun elemento di distinzione in relazione alla residenza dei cittadini”, è tuttora vero che “per eleggere in Italia un rappresentante – in base ai criteri nel 2006 – ci volevano 50.698 cittadini mentre all’estero 150mila”. Ora, negli ultimi 12 anni, “mentre il corpo elettorale in Italia è rimasto sostanzialmente stazionario, anzi è diminuito dell’1%, gli italiani all’estero sono aumentati del 56%; basti pensare che fra le ultime elezioni e quelle precedenti del 2013 si sono aggiunti 700.000 elettori”. In base ai dati della Commissione “un deputato in Italia rappresenta grosso modo 96.000 abitanti, all’estero ne rappresenta 686.500. Stessi livelli per i senatori”.

Avviandosi alla conclusione, Lombardi ha ricordato che quando si discuteva di voto all’estero prima del 2001 “si concepiva l’effettività come la possibilità di partecipare, la possibilità di esercitare il voto. Adesso è diventata una possibilità di partecipare alla vita democratica del paese. Vi lascio immaginare quale sarebbe, tanto per fare un esempio, nella ripartizione Nord America che comprende Canada, Stati Uniti, Messico più un’altra decina di paesi del Centro America il rapporto con l’elettorato di un solo deputato e un solo senatore. Sarebbe un fatto puramente simbolico che vanificherebbe in sostanza la realtà del rapporto di partecipazione”.

Riprendendo una battuta del professor Clementi, intervenuto anche lui ieri in audizione, sul fatto che “dietro qualsiasi riforma di questa natura e più ancora di quella riguardante la legge elettorale ci deve essere anche un’idea di Paese”, Lombardi ha chiesto ai senatori “quale idea dell’Italia nel mondo voi avete? Perché da un po’ di tempo – e fra poco arriverà la finanziaria dove troverete queste linee tradotte in cifre – si sta perseguendo questa strategia di promozione integrata dell’Italia nel mondo fondata su tre assi: c’è la diplomazia economica, quello culturale e anche la rete delle comunità e delle nuove migrazioni”. Dunque, ha concluso Lombardi, davvero “si vuole dare un segnale di questo tipo, in controtendenza, cioè accentuando una marginalità che per la verità dura già da qualche anno, e lo stesso Cgie ne è un esempio poiché è visto ridurre la sua rappresentanza da 94 a 73 membri, per sei rappresentanti? Io voglio chiedere a chi può far gioco una cosa del genere?”. (AISE/23.11.2018)