Memorie di fine Regno: l’eccidio di Cefalonia

Strano destino quello del martirio della Divisione Acqui, e del suo comandante, generale Antonio Gandin. Dire in sede storica una parola nuova su questa tragedia, consumata fra il 14 e il 25 settembre del 1943 e culminata con le fucilazioni di massa dei soldati e degli ufficiali, è quasi impossibile data la vasta letteratura; ma è altrettanto impossibile chiuderla per sempre nel cassetto dei ricordi, talmente tante sono le contraddizioni, se non le vere e proprie assurdità, delle ricostruzioni inerenti a questo gravissimo evento della seconda guerra mondiale.

Neanche sul numero di vittime si è d’ accordo: una prima stima nel ’47, voluta da Ferruccio Parri, fu di 9000 caduti. Il piú recente saggio sull’ argomento dice non più di 2500. Una terza stima si pone nel mezzo, circa 6000, includendovi i 1500 militari che morirono annegati per l’ affondamento di due piroscafi che li trasportavano, come prigionieri con la sigla IMI appena coniata (Internati Militari Italiani) verso i campi di lavoro in Germania.

Il massimo del pirandellismo affiora se ci si concentra sulla figura del Comandante Gardin. Decorato post mortem con la MOVM (Medaglia d’ oro), in successive ricostruzioni di sopravvissuti viene definito come traditore dell’ Italia di Badoglio (un’ Italia provvisorissima, per sorte) e dei suoi soldati. Eppure Gardin trattò la resa col ten.col. Brage, capo della guarnigione tedesca; ritenne delirante e potenzialmente omicida l’ ordine impartito dall’ Alto Comando (Marina Brindisi), secondo il quale “i tedeschi andavano ritenuti nemici” e ad essi ci si doveva opporre combattendo; aveva persino – caso senza precedenti nella storia militare – organizzato un referendum fra i soldati, per stabilire una di queste 3 opzioni: 1. continuare la guerra accanto ai tedeschi, 2. rendere le armi in cambio di un improbabilissimo rimpatrio, e 3. combattere contro i tedeschi.

Si scelse di combattere contro i tedeschi, più forse per disperazione che per ardimento: si era sparsa la voce (forse diffusa ad arte dai greci) che fosse imminente uno sbarco degli alleati. Si trattava di liberarsi di circa 1500 nemici, e poi c’ era la possibilità che unità italiane arrivassero, per evacuarli tutti.

Ma quell’ isola insanguinata, era proprio maledetta. Tutto andò storto. Gandin diresse le operazioni controvoglia, contro un avversario che ammirava. Ben presto gli Stukas presero a martellare le posizioni italiane implacabilmente. La Wehrmacht ebbe i rinforzi tanto attesi. Argostoli, sede del comandante italiano, si arrese il 25 issando una tovaglia bianca presa dalla mensa ufficiali.

Dopo di questo cominciò lo sterminio, su ordine diretto di Hitler. Solo con i sovietici, i tedeschi si erano accaniti altrettanto: e non ho mai detto nazisti; perchè a Cefalonia non c’ erano le SS o gli Einsatzgruppen famigerati del fronte orientale… No, era la Wehrmacht, l’ esercito regolare a presidiare le isole greche.

Povero Gardin, e poveri soldati. Triturati dalla storia e ricordati solo da un film abbastanza strafalcione: “Il mandolino del capitano Corelli” (mai esistito).