La patria della (non) discordia

La parola “patria”, dalla sparatoria di Macerata al poemetto di Patrizia Cavalli, passando per Cavour e Macron: un’intervista a Francesco Bruni, professore di Storia della Lingua all’Università Ca’ Foscari di Venezia e accademico della Crusca e dei Lincei.

Professor Bruni, partiamo dal significato di “patria”: si tratta di una parola importante?

«È importante perché appartiene ad una famiglia di parole che dimostra, tanto per fare un esempio, come ci sia una grande elasticità nei significati che le parole che possono avere. Patria deriva da “pater”, quindi è una parola che, insieme con “madre”, ci riporta alle origini della vita. È una parola profondamente legata alla biologia. È una parola della ‘famiglia’ in senso stretto: marito moglie, padre, madre e figli. Per lo Stoicismo, una delle correnti filosofiche della cultura greca classica, la patria del sapiente è il mondo. Andiamo dallo stretto ‘privato’ della famiglia mononucleare al mondo come patria del sapiente, che non è legato ad una città, ad uno Stato, perché con la sua sapienza può abitare dappertutto. Si passa dal privato all’universale e dalla concretezza della biologia, e della realtà familiare, all’astratto».

Quanto viene utilizzata oggi la parola ‘patria’ e in quali contesti?

«Abbastanza poco e in contesti particolari. Penso al giovane che ha sparato a Macerata contro gli immigrati: ha usato la parola “patria”, ha fatto il saluto romano davanti all’altare dei caduti di Macerata, e quindi questa è la “patria” neofascista. Ora, evidentemente, la “patria” per i liberali che hanno fatto buona parte del Risorgimento italiano, come Cavour, per intenderci – il più importante e geniale di tutti – è una parola che significa sviluppo civile e progresso tecnico, come nel caso della costruzione delle ferrovie che Cavour già prevedeva prima dell’Unità d’Italia, che era una delle nuove tecnologie dell’epoca insieme alla macchina a vapore. Quindi “patria” aveva un significato diverso da quello della “patria” del Fascismo, che assunse caratteri aggressivi, soprattutto con l’Impero d’Etiopia e poi con la partecipazione alla Seconda guerra mondiale. La parola può essere usata in molti sensi. Oggi in molti hanno pensato che si dissolvesse nell’Unione Europea, ma dobbiamo fare i conti con il rapporto fra la “patria” e lo Stato perché il sentimento della patria giova alla solidarietà statale, di cui oggi lamentiamo la polverizzazione».

Professore, le parole che spariscono a seguito dei mutamenti socioculturali, poi riaffiorano anche con lo stesso significato?

«Le parole si nutrono di situazioni sociali e culturali che possono esaurirsi a seguito dei normali mutamenti, e possono riaffiorare con un significato negativo, ma anche positivo. Infatti, per fare un esempio, il presidente Macron usa volentieri la parola ‘patria’. È un europeista che però concilia lo spirito europeo con lo spirito del patriota francese».

Perché questa attenzione alla parola “patria”?

«Ho scelto “patria” perché, essendo un italianista e avendo insegnato Storia della lingua italiana per tanti anni, mi piace la storia delle parole che si evolvono nel tempo».

Quando “patria” emerge dalla letteratura, tutto è più chiaro?

«L’ultimo paragrafo del mio ultimo libro, “Patria”, è dedicato ad un poemetto di una nota poetessa, originaria di Todi, Patrizia Cavalli, intitolato “Alla patria”, dove dà una visione non retorica, non antiquata, di una patria quale la si può vedere oggi, un patria malandata, ma ancora con degli elementi che sono significativi e non la patria dei discorsi pubblici che spesso non ci convincono. Si tratta dei piccoli scorci che ci fanno riconoscere l’Italia come una realtà che ancora ha da dirci qualcosa».

 

Da “Alla patria” di Patrizia Cavalli

Capita a volte
che hai un mezzo pomeriggio in una delle tante
belle città italiane di provincia.
Vai dove devi andare, non hai voglia
di fare la turista, e anzi scegli
stradine laterali, senza gente;
camminando t’imbatti in uno slargo
con una chiesa, di quelle un po’ neglette,
spesso chiuse; sei già in ritardo, ma guardi
la facciata che sonnecchia, e subito
i tuoi passi si allentano, si disfano,
si fanno trasognati finché non resti
immobile a chiederti cos’è
quel denso concentrato di esistenza
sorpresa dentro un tempo che ti assorbe
in una proporzione originaria.
Più che bellezza: è un’appartenenza
Elementare, semplice già data.
Ah, non toccate niente, non sciupate!
C’è la mia patria in quelle pietre, addormentata.

Patrizia Cavalli (Todi, 17 aprile 1947) è una poetessa italiana. Ha pubblicato per la Collezione di poesia di Einaudi alcune raccolte di successo: Le mie poesie non cambieranno il mondo (1974), Il cielo (1981), Poesie 1974-1992 (1992), L’io singolare proprio mio (1992) e Sempre aperto teatro (1999, Premio Letterario Viareggio-Repaci), Pigre divinità e pigra sorte (2006, Premio Dessì). L’ultima raccolta è Datura (2013).

Alessandra Leonini