La guerra non è solo brutta: è l’inferno

“Oggi ricorre il settimo anno, settimo anniversario della mia visita a Lampedusa. Alla luce della Parola di Dio, vorrei ribadire quanto dicevo ai partecipanti al meeting “Liberi dalla paura” nel febbraio dello scorso anno: “L’incontro con l’altro è anche incontro con Cristo. Ce l’ha detto Lui stesso. È Lui che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare. E se avessimo ancora qualche dubbio, ecco la sua parola chiara: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. “Tutto quello che avete fatto..”, nel bene e nel male! Questo monito risulta oggi di bruciante attualità”. Così Papa Francesco che questa mattina ha celebrato una Santa Messa a Santa Marta in memoria delle vittime in mare, dei rifugiati che scappano dalle guerre, in occasione del settimo anniversario della sua visita a Lampedusa.

“Tutto quello che avete fatto a me” è un monito che “dovremmo usare tutti come punto fondamentale del nostro esame di coscienza, quello che facciamo tutti i giorni. Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti”.

Oggi come ai tempi di Osea – lettura proposta dalla liturgia – siamo un “popolo smarrito” che si fa governare da “prosperità e ricchezza”, ha aggiunto il Papa prima di richiamare un passo della sua omelia del 2013: “la cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione, illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza”.

Dunque anche oggi vale l’appello che Osea lanciò agli israeliti: “Seminate per voi secondo giustizia e mieterete secondo bontà; dissodatevi un campo nuovo, perché è tempo di cercare il Signore, finché egli venga e diffonda su di voi la giustizia”.

Il nostro compito è “cercare il volto del Signore in quello dei poveri, degli ammalati, degli abbandonati e degli stranieri che Dio pone sul nostro cammino”.

“Ricordo quel giorno, sette anni fa, proprio al Sud dell’Europa, in quell’isola… Alcuni mi raccontavano le proprie storie, quanto avevano sofferto per arrivare lì. E c’erano degli interpreti. Uno – ha ricordato il Papa – raccontava cose terribili nella sua lingua, e l’interprete sembrava tradurre bene; ma questo parlava tanto e la traduzione era breve. “Mah – pensai – si vede che questa lingua per esprimersi ha dei giri più lunghi”. Quando sono tornato a casa, il pomeriggio, nella reception, c’era una signora – pace alla sua anima, se n’è andata – che era figlia di etiopi. Capiva la lingua e aveva guardato alla tv l’incontro. E mi ha detto questo: “Senta, quello che il traduttore etiope Le ha detto non è nemmeno la quarta parte delle torture, delle sofferenze, che hanno vissuto loro”. Mi hanno dato la versione “distillata”. Questo – ha sottolineato Francesco – succede oggi con la Libia: ci danno una versione “distillata”. La guerra sì è brutta, lo sappiamo, ma voi non immaginate l’inferno che si vive lì, in quei lager di detenzione. E questa gente veniva soltanto con la speranza e di attraversare il mare”.

“La Vergine Maria, Solacium migrantium, – ha concluso – ci aiuti a scoprire il volto del suo Figlio in tutti i fratelli e le sorelle costretti a fuggire dalla loro terra per tante ingiustizie da cui è ancora afflitto il nostro mondo”. (aise) 

Fonte https://aise.it/primo-piano/la-guerra-non-%C3%A8-solo-brutta-%C3%A8-linferno/147613/160