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June 2022

Fabio Porta: legge sulla cittadinanza. In Argentina una campagna all’insegna di fake news su “ius culturae” e “ius sanguinis”. L’esigenza di fare chiarezza.

Ancora una volta, in maniera scorretta e strumentale, rappresentanti di partito e movimenti politici italiani in Argentina ricorrono al pericoloso esercizio della diffusione di notizie false (Fake News) per seminare un panico ingiustificato all’interno della grande collettività italiana e fare facile propaganda, approfittando delle scarse notizie sulla politica italiana che circolano tra l’estero.

E’ il caso della pretestuosa polemica che sta circolando in questi giorni su alcuni organi di stampa e sulle reti sociali relativamente al diritto alla cittadinanza italiana.

“Lo ‘ius sanguinis’ è in pericolo !” dicono gli autori di queste notizie false; oppure: “il Parlamento italiano sta approvando lo ‘ius soli’”.   Si tratta di due falsità grossolane e fuorvianti, in primo luogo perché nessuna legge in discussione attualmente nel Parlamento italiano abolisce o interviene in qualche modo sul diritto alla cittadinanza ‘ius sanguinis’, attualmente vigente in Italia; in secondo luogo perché la proposta di legge all’esame della Camera dei Deputati riguarda il cosiddetto ‘ius scholae’ o ‘ius culturae’, vale a dire la cittadinanza di figli di immigrati regolarmente residenti in Italia dopo il compimento di un intero ciclo scolastico di cinque anni.   Una misura considerata giusta ed equa, oltre che utile e necessaria, da gran parte degli italiani nonché da partiti che fanno parte della coalizione di centro-destra (es.: Forza Italia).

Perché allora diffondere informazioni errate, generando paure e insicurezze in una popolazione (quella degli italiani all’estero) che ha poco accesso alle informazioni politiche e parlamentari italiane ed è quindi naturalmente esposta ad accogliere come buone informazioni provenienti da esponenti politici italiani che vivono in Argentina? Perché, purtroppo, le elezioni italiane si avvicinano ed è più facile conquistare il consenso con la disinformazione che con la divulgazione di notizie corrette o con la semplice illustrazione del lavoro dei rispettivi gruppi politici di appartenenza.

L’Italia ha un bisogno urgente e fisiologico di iniettare nuova linfa nelle vene della sua società, ormai sempre più anziana; le giovani generazioni di italiani nati all’estero così come quelle nate in Italia e regolarmente frequentanti le nostre scuole costituiscono le due facce della stessa medaglia.   Metterle in contrapposizione vuole dire non avere compreso la gravità della recessione demografica in atto e soprattutto ripudiare oltre un secolo di storia dell’emigrazione italiana nel mondo, una storia di sacrifici e di successo costruita proprio grazie all’integrazione ed alla inclusione dei nostri immigrati nel tessuto sociale dei Paesi di accoglienza.

Il Partito Democratico ripudia fortemente questa politica fondata sulle “fake news” e sulla distorsione della verità, giudicandola non rispettosa dell’intelligenza e della dignità dei nostri connazionali che vivono all’estero oltre che causa di malintesi, equivoci e divisioni strumentali tra i nostri connazionali.

Ci appelliamo a tutti, in primo luogo ai partiti e movimenti presenti all’estero e poi agli organi di informazione, affinché siano rispettate le regole dell’etica, dell’onestà e del buon senso, citando fonti di legge e non opinioni personali o interpretazioni arbitrarie della realtà.

2 giugno: italianità dell’Argentina, il ricordo in ambasciata

L’esecuzione degli inni nazionali, del ‘Va pensiero’ del Nabucco e di ‘Su libiam’, aria della Traviata ha avviato oggi a Buenos Aires la celebrazione del 76/o anniversario della nascita della Repubblica italiana, ospitata nei giardini dello storico Palazzo Alvear e nella residenza dell’ambasciatore d’Italia Fabrizio Lucentini.

Salutando i circa mille partecipanti all’evento, ed in primo luogo l’italiana Vera Jarach Vigevani, combattiva Madre de Plaza de Mayo, Lucentini ha sottolineato che “76 anni anni fa, ed aver vissuto gli orrori del fascismo e della seconda guerra mondiale, l’Italia votò per la Repubblica e per una società basata sulla democrazia, la libertà e la pace”.

Questi principi, ha ancora detto, “sono importanti e hanno un valore universale che a volte, come sta succedendo di questi tempi in Europa, è necessario difendere”. Per questo, ha indicato, “l’Italia, insieme all’Unione europea, e al G7, condanna l’aggressione ingiustificata della Russia contro l’Ucraina”.

Questa celebrazione, ha proseguito, “è anche una opportunità per festeggiare le relazioni dell’Italia con gli altri Paesi del mondo. Relazioni che, nel caso dell’Argentina, hanno un significato anche più speciale”.

Lucentini ha ricordato che con oltre un milione di cittadini italiani residenti e quasi la metà della popolazione con origini italiane l’Argentina “è di fatto la Nazione più italiana fuori dall’Italia”.

Un 2 giugno 2022 che resterà nella storia, si deve infine segnalare, perché ha rappresentato il giorno dell’inizio dei collegamenti aerei diritte fra Roma e Buenos Aires da parte di Ita Airways. Il volo AZ680 è partito oggi da Fiumicino e domani lascerà per la prima volta, a metà giornata, lo scalo internazionale di Ezeiza a Buenos Aires per rientrare in Italia.

(ANSA) – BUENOS AIRES, 02 GIU

Fonte: 2 giugno: italianità dell’Argentina, il ricordo in ambasciata – News dalle Ambasciate – ANSA

Venezia a pagamento: dal 2023 per entrare tornelli, QR e ticket

Per entrare in una città che il prossimo anno rischia di scendere sotto i 50 mila residenti, ma che convive con 23 milioni di turisti all’anno, da luglio è prevista la prenotazione. Anzi, è il Comune a consigliare di prenotare prima di mettersi in viaggio. Venezia sempre meno abitata, ma in lotta contro i disagi da overtourism, da questa estate avvierà una fase sperimentale di ciò che diventerà obbligatorio a gennaio: il “contributo di accesso”, che costerà dai 3 ai 10 euro. Soldi, che serviranno per pagare lo smaltimento dei rifiuti, risolvere i problemi della mobilità e risanare i danni causati dal moto ondoso prodotto anche dall’aumento del traffico di taxi e barche private.

La sperimentazione

Un lasso di tempo per capire se davvero far pagare un biglietto a chi vuole entrare in laguna sia non solo il sistema giusto per cambiare rotta, calmierando gli ingressi a Venezia, ma anche per valutare come organizzare i tornelli di accesso (tipo quelli che sono in aeroporto), dove posizionarli senza danneggiare la vista dei monumenti, far funzionare l’app che genererà il Qr con cui entrare e soprattutto stabilire il tetto di quanti potranno entrare e come far convivere il passaggio dei pendolari con quello dei turisti. Perché Venezia, non è Capri dove già funziona la tassa di sbarco. In laguna il pendolarismo dei lavoratori e degli studenti è molto intenso: ci sono numerose facoltà universitarie, tra cui Architettura, con studenti che arrivano da tutto il mondo, il tribunale, la sede della regione, uffici pubblici di livello nazionale come la Biennale e molte sedi di enti, consolati e fondazioni internazionali come il Guggenheim Museum. Solo per citarne alcune. Senza contare gli appuntamenti e gli eventi culturali che quasi ogni settimana sbarcano in laguna.

I rischi ambientali del turimo di massa

“Contributo di accesso” la chiamano in Comune sul Canal Grande, l’imposta che autorizzerà a visitare piazza San Marco e salire sul ponte di Rialto. Già prevista nella legge di Bilancio 2019 era stata rinviata a causa della pandemia. Finito il lockdown, sulla spinta di un turismo tutto italiano, calli e fondamenta, campi e canali, vaporetti e taxi sono tornati più affollati di prima con i vigili urbani a dirigere il traffico pedonale nelle calli per evitare assembramenti.
E con il ritorno del turismo di massa sono tornati i problemi di sempre che producono danni ambientali, sociali ed economici: l’aumento del moto ondoso, le tonnellate di rifiuti e le abitazioni trasformate in alloggi vacanze. Pensare ad un turismo sostenibile, quando a Venezia per ogni abitante ci sono 73,8 turisti appare ancora complicato. In città quella che prima era solo una voce isolata oggi è diventato un coro di gruppi di cittadinanza attiva che al di là di tornelli e biglietti di ingresso, sono impegnati in prima linea contro la monocultura turistica, il traffico delle barche a motore che generano moto ondoso e i problemi che derivano dal cambiamento climatico, fenomeno questo che in laguna è più visibile che altrove. Una città da ripensare dunque.
Prenotare una visita a Venezia sarà insomma come riservare una camera d’albergo o un appartamento sui portali turistici. Da luglio la prenotazione sarà “consigliata” in cambio di sconti, ma da gennaio 2023, il ticket di ingresso sarà obbligatorio. L’annuncio è stato dato dal sindaco Luigi Brugnaro. “Per questa estate cerchiamo di sperimentare. Non sarà obbligatorio prenotare, ma chi lo farà avrà dei vantaggi come sconti nei musei e altre agevolazioni”.

La svolta ancora lontana

L’avvio ufficiale del ticket d’accesso, dopo alcuni slittamenti, è stato fissato dal Consiglio comunale al 16 gennaio 2023. Secondo il regolamento, il contributo verrà pagato dalla compagnia di trasporto (bus, aereo, treno o nave) in convenzione con il Comune, o dal singolo all’arrivo al terminal, terrestre o acqueo. Tre le tariffe, da 3, 8 o 10 euro a seconda dei “bollini” – verde, rosso o nero – con cui viene contrassegnata la giornata riguardo alle previsioni di affollamento. “A preoccupare – ha ribadito Brugnaro – sono i vacanzieri giornalieri, quelli che arrivano in maniera improvvisa la mattina e se ne vanno la sera”. A luglio si comincia con le prenotazioni. Ma un biglietto da solo porterà Venezia verso un turismo sostenibile?  Oppure potrà essere soltanto un piccolo tassello, aspettando altri progetti per evitare che la città, patrimonio dell’Unesco, davvero non diventi solo una coreografia? Per i cittadini un conta-persone da solo non basta.

Fiammetta Cupellaro (pubblicado da La Repubblica il 01/06/2022)

Referendum 1946, addio monarchia

La monarchia in Italia faceva parte delle tradizioni peninsulari ed ha origini molto antiche, basti pensare al Sacro Romano Impero, a Federico II Hohenstaufen, lo stupor mundi, ai vari regni e ducati del 1500, e poi alla situazione italiana anteriore all’unificazione con il Regno delle Due Sicilie, il Regno di Sardegna, lo Stato Pontificio, il Regno Lombardo Veneto e vari ducati. I popoli amavano i loro sovrani e vi si identificavano perché in qualche modo rappresentavano la storia del territorio in cui vivevano. Il 17 marzo 1861 si proclamò il Regno d’Italia con Vittorio Emanuele II Re d’Italia e nel 1946 questa situazione politica cambiò con un Referendum.

Leggendo e riflettendo sui fatti che hanno portato a questo cambiamento, scevri dalla propaganda repubblicana che si è voluta imporre per necessità politiche, si arriva irrimediabilmente alla conclusione espressa nel titolo di questo breve articoletto. Il prossimo 2 giugno 2022 si celebrerà infatti il settantaseiesimo anniversario della Repubblica Italiana, il giorno in cui il popolo italiano fu chiamato a scegliere con suffragio universale tra la Monarchia e la Repubblica, occasione in cui le donne votarono per la prima volta.

Da allora si è sempre parlato di vittoria schiacciante della Repubblica ma è veramente così o questa credenza fa parte della narrativa che si è voluta costruire per un superamento della violenza della guerra civile e della liberazione? Il fatto è che questa versione che si è imposta e rafforzata negli anni seguenti, era necessaria per mantenere la pace sociale.

Il risultato del Referendum fu inficiato da sospetti di brogli probabilmente ingiustificati ma se le irregolarità non ci furono, è indiscusso che il suffragio si realizzò in un clima influenzato dalle potenze che avevano vinto la guerra: USA, Gran Bretagna, Francia. Per ricordare il clima di diffidenza verso il risultato del voto si ricorda che il giornale Italia Nuova scrisse che i votanti avrebbero dovuto essere ventuno milioni invece furono ventitré milioni e mezzo. Ad ogni modo, numeri in mano la Repubblica ottenne 12.718.641, pari al 54,3% degli elettori, la Monarchia 10.718.502 e le schede nulle o bianche furono 1.498.136. La forbice fu di circa un milione e ottocentomila voti.

Al referendum non parteciparono la popolazione di Bolzano, che aveva 297.000 abitanti, né quella di Trieste con 345.000 abitanti, né i prigionieri di guerra, che dovevano ancora tornare, stimati intorno agli 800 mila né possiamo supporre come avrebbero votato. Si suppone anche che i politici ex fascisti abbiano suggerito ai loro simpatizzanti di votare Repubblica per ripicca contro Vittorio Emanuele III, l’ex re che aveva deposto Mussolini nel 1943. L’Italia entrata in guerra dalla mano del governo fascista il 10 giugno 1940, accanto alla Germania e contro la Francia e l’Inghilterra, nel 1943, dopo la deposizione di Mussolini e caduta del governo fascista – 25 luglio 1943 – e inizio del governo Badoglio, aveva firmato il 3 settembre un armistizio con gli alleati ed era passata da amica dei tedeschi e nemica degli Inglesi, Francesi e USA nella posizione opposta, i nemici erano diventati amici.

L’armistizio fu reso pubblico l’8 settembre data che segnò l’inizio della Resistenza, lo stesso giorno il Re e Badoglio se ne andarono lasciando in una sensazione di abbandono la maggior parte della popolazione italiana che probabilmente li considerò dei deboli. Il Re prese questa decisione proprio per evitare che l’Italia uscisse distrutta dalla guerra come successe alla Germania. Dal 3 all’8 settembre milioni di tedeschi invasero l’Italia centro-settentrionale che, da quel momento, si trasformò per poco meno di due anni in un campo di battaglia tra le forze tedesche e quelle fasciste contro le truppe alleate e i partigiani italiani.

Concretamente a prescindere dai supposti brogli probabilmente infondati, e ragionando su quegli episodi il risultato del Referendum mostrò un’Italia spaccata in due, la metà dei cittadini voleva la Repubblica ma l’altra metà, nonostante tutto continuava ad amare la monarchia e le sue tradizioni. Fu un sacrificio e un punto di compromesso tra le diverse forze politiche italiane per la pace e il bene del Paese.

Edda Cinarelli

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