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January 2021 - page 3

Seborga ci riprova, lettera a Conte per chiedere il riconoscimento di stato monastico autonomo

Il principato di Seborga ci riprova, con nuovo ordinamento, base storica e veste. Ai primi di gennaio 2020 un gruppo di cittadini del ponente ligure dopo studi durati un anno, hanno deciso di rilanciare l’antico principato, partendo dallo stato monastico del piccolo territorio, in tutto 4 kilometri quadrati, comune di trecento anime,che appare in alcuni atti per la prima volta nel 1261 appunto come stato monastico dipendente dai monaci di Lerino, oggi Lerins, isolotto nel mare di fronte a Cannes. Prima ancora, nel 954, era feudo del conte di Ventimiglia che in partenza per una guerra contro i saraceni lo donò ai monaci di Lerins. Uno staterello Seborga ma con la sua importanza nei secoli, basti dire che nel 1600 coniava moneta propria, il luigino,c’è ancora via della Zecca, legami coi Templari avvolti nel mistero, e pero’ dopo la riduzione del numero dei monaci e lo scioglimento da parte di Napoleone Bonaparte nel 1796 degli ordini religiosi, divenne territorio acquisito dal re di Sardegna,Vittorio Amedeo, che lo aveva ricevuto dal papa promettendo in cambio di saldare i debiti dei religiosi, ma il Savoia non pagò mai i debiti contratti dai monaci con la repubblica di Genova. Di fatto così il piccolo territorio non ebbe più alcun significato di autonomia territoriale religiosa,divenne un comune del ponente ligure, l’antica Castrum sepulcri, questo il nome del borgo, comune prima regio e poi della repubblica.

Lo scorso anno il gruppo di appassionati seborghini ha preso i voti, unica strada percorribile, di un ordine religioso scismatico polacco per provare a rivendicare il diritto di costituire lo stato monastico e ora ha scritto al presidente del consiglio Giuseppe Conte perchè il caratteristico borgo ponentino sia riconosciuto come entità territoriale autonoma, obiettivo la rivalutazione turistica. Il nuovo abate racconta dei personaggi famosi di cui si dice siano passati da quell’enclave: Maria Maddalena, San Giovanni De Matta, ed alcuni catari… Un feudo che aveva a lungo interessato i Savoia, avvolto da un mistero: un luogo che aveva avuto grandi privilegi di cui non si conoscono realmente i perchè.

Eletto ora abate mitrato a capo di una nuova congregazione religiosa, al fine di rivendicare il diritto secolare dello Stato Monastico di Seborga, oggi enclave sovrana senza territorio, è Giovanni Luca De Lucia, appassionato di studi storici, agente immobiliare nel Principato di Monaco, ex-consigliere comunale a Ventimiglia. Il Principato Abbaziale di Seborga era stato proclamato stato indipendente dal 1261, per effetto della redazione degli Statuti e Regolamenti, secondo De Lucia anche oggi dovrebbe riconosciuto come piccolo territorio sovrano.   Seborga, adagiata sulle colline alle spalle di Bordighera. un tempo territorio più grande, arrivava alla frazione di Negi, fino al mare, negli ultimi 50 anni ha visto avvicendarsi vari principi, tutti autonominatosi senza vere basi storiche, il più noto fu Giorgio Primo, che aveva portato Seborga alla conoscenza di tutti, anche cercando antichi documenti.  I monaci attuali, conversi -oblati, hanno preso 2 voti, e hanno così avuto il diritto di sceglier l’abate Mitrato per tornare alla carica nella lotta per rivendicare il diritto secolare dello Stato Monastico di Seborga, sperando in  una risposta positiva da parte dello stato italiano.

Lilia De Apollonia (pubblicato da La Repubblica il 10/01/2021)

Fonte: Seborga ci riprova, lettera a Conte per chiedere il riconoscimento di stato monastico autonomo – la Repubblica

L’origine della Bandiera Italiana

Il tricolore italiano quale bandiera nazionale nasce a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797, quando il Parlamento della Repubblica Cispadana, su proposta del deputato Giuseppe Compagnoni, decreta “che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Ma perché proprio questi tre colori? I tre colori della bandiera italiana simboleggiano i più alti valori su cui è stata edificata l’Unità d’Italia. Il tricolore italiano deriva da quello francese (blu, bianco e rosso), arrivato in Italia con la campagna italica di Napoleone. Il blu francese venne sostituito dal verde, colore delle uniformi della Guardia Civica milanese, simbolo di tutti coloro che avevano combattuto per l’Italia.

Il bianco e il rosso presero nuovi significati e divennero simboli della rivoluzione intesa come sovranità per il popolo e libertà per la nazione. Questi due colori erano infatti portati durante la Restaurazione da chi si opponeva al ritorno dell’Antico regime

La bandiera tricolore, il primo emblema della nazione Italia, divenne il simbolo della rivolta che animava e univa tutta la penisola: il Risorgimento.

Con l’Unità d’Italia, si aggiunse l’azzurro ai tre colori perché colore distintivo della famiglia Savoia. Fu quindi inserito nella bandiera del Regno d’Italia sul contorno dello stemma. Da allora è uno dei colori di riferimento e riconoscimento dell’Italia, ad esempio per le maglie sportive nazionali.

La Repubblica italiana cancellò il blu di Savoia e ufficializzò la bandiera nell’articolo 12 della Costituzione della Repubblica Italiana del 27 dicembre 1947, disponendo il verde, il bianco e il rosso a tre bande verticali di eguali dimensioni, per ribadire ancora una volta gli ideali di libertà, uguaglianza e fraternità.

Il 7 gennaio di ogni anno la bandiera italiana è protagonista della giornata nazionale della bandiera, istituita dalla legge nº 671 del 31 dicembre 1996.

Il vessillo italiano è costituito da tre bande verticali di colore verde felce, bianco acceso e rosso scarlatto e per questo è anche detto tricolore. Il luogo più importante dove è esposto il tricolore è l’Altare della Patria, a Roma. Qui è anche presente il Sacrario delle Bandiere. Il più importante museo delle forze armate italiane, nonché luogo dove vengono conservate le bandiere delle unità navali radiate.

Mar del Plata: gli emiliano-romagnoli celebrano il giorno del tricolore

Si è celebrato il 7 gennaio il Giorno del Tricolore italiano. E anche gli Emiliano-Romagnoli di Mar del Plata, Argentina, hanno potuto festeggiare, grazie all’Associazione Nuove Generazioni Terra.

È andato in scena  infatti, un incontro che ha visto la partecipazione di alcuni rappresentanti dal vivo, altri da remoto a causa della pandemia.

Durante l’incontro sono stati analizzati alcuni dei progetti da sviluppare per il 2021, tra cui una trasmissione radio digitale diretta ai giovani, poi ancora la seconda edizione del ciclo di incontri virtuali con giovani artisti italiani “Conoscendo”, un concorso fotografico e sui siti dell’italianità locale, un concorso italo-argentino sui graffiti, una ricerca audiovisiva sulle storie delle famiglie emiliano-romagnole in Argentina. A questi aggiungono anche i consueti corsi di lingua e cultura italiana, le presentazioni online di libri, le lezioni enogastronomiche emiliano-romagnole.

“Per noi è molto importante celebrare come un appuntamento fisso tutti gli anni il Giorno del Tricolore” ha dichiarato Alejandro Carrara, presidente di Terra. “In quest’occasione abbiamo presentato le linee guida del lavoro che porteremo avanti con la nostra entità durante tutto l’anno continuando con quello svolto durante tutti i mesi della pandemia, sempre con lo scopo di mantenere in alto il nome dell’Emilia Romagna, unendo la storia dei nostri antenati con l’entusiasmo delle nuove generazioni”.

“Iniziamo un 2021 che sicuramente sarà complesso, ma con tutta l’energia” ha specificato Gino Ponzini, membro di Terra e della Consulta degli Emiliano-Romagnoli. “Ci sarà molta attività virtuale, e man mano, se la situazione migliora, anche alcune iniziative in presenza. L’importante che abbiamo ideato con tutta la squadra dell’associazione un bel programma di attività durante tutto il 2021, alla quale si sommeranno possibilmente altri progetti. Noi siamo pronti”. (aise) 

USA: l’italoamericana Pelosi rieletta speaker della Camera

Inaffondabile. A 80 anni, l’italo-americana Nancy Pelosi, di origine molisane, è stata rieletta Speaker della Camera dei Rappresentati degli Stati Uniti.

È il quarto mandato per la deputata del Partito Democratico della California. Nonostante le defezioni di alcuni dei colleghi dem, e nonostante la risicata maggioranza del partito di Joe Biden, infatti, l’italo-discendente (nata Nancy Annunziata D’Alessandro, poi diventata Nancy Pelosi dopo il matrimonio con Paul Pelosi) ha ottenuto 216 voti contro i 209 dello sfidante repubblicano Kevin McCarthy, e per la quarta volta sarà al vertice della Camera, restando una delle donne più influenti della vita politica a stelle e strisce (è stata anche la prima speaker donna del Congresso U.S.A.). Questa volta grazie al decisivo voto della parte più progressista del Partito Democratico.

Divenuta celebre nel mondo quest’anno per la lotta feroce con l’allora Presidente repubblicano, Donald Trump. E l’immagine simbolo di quella lotta risale al 4 febbraio, quando strappò davanti le telecamere il testo di Trump in cui c’erano “troppe inesattezze”, ha raccontato in seguito. Inoltre ha avviato l’impeachment contro Trump, che anche se è stato un procedimento che non ha avuto il riscontro da lei sperato, è comunque un fatto che rimarrà nella storia, dati i pochissimi precedenti. Ma ha anche chiuso accordi importanti, Pelosi, anche con i repubblicani. In particolare sulle misure al sostegno economico per imprese e famiglie, stravolte dalla pandemia.

Dal 2006 è ai vertici politici statunitensi, ci resterà, probabilmente per l’ultima volta, per altri 2 anni. (lu.ma\aise) 

Fonte: USA: l’italoamericana Pelosi rieletta Speaker della Camera (aise.it)

Là, nella Pampa Gringa argentina, dove ancora risuona la lingua piemontese

Quando tra qualche decennio, o forse tra qualche secolo, il piemontese sarà (se mai lo sarà) una lingua morta, non sarà probabilmente né Torino né Cuneo, né Asti né Vercelli il luogo in cui risuonerà l’ultima parola in questa lingua. L’ultima parola, o l’ultima locuzione in piemontese, sarà pronunciata al di là dell’Atlantico, nella Pampa Gringa, forse a Córdoba, a San Francisco o a Santa Fe, dove il piemontese dei nostri antenati sopravvive con fierezza e con una resilienza che non trova uguali neppure all’ombra della Mole o del Monviso.

Fu in queste terre, lontane da Buenos Aires e dalle coste dell’Atlantico, che soprattutto a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, immigrarono in massa migliaia di famiglie piemontesi, giunte in Argentina attraversando il Mediterraneo e l’Oceano.

Nel 1876 il Governo argentino varò una legge per incentivare l’immigrazione, soprattutto di agricoltori, per poter dare impulso alle produzioni agricole, che all’epoca si rivelavano assolutamente insufficienti al bisogno dei residenti. L’intenzione era quella di frazionare in lotti le vaste aree incolte o occupate da popolazioni indigene, proponendo queste terre a prezzi vantaggiosi, se non addirittura gratuitamente, purché venissero trasformate in terreni coltivati, ed ogni famiglia di coloni provvedesse a costruirsi sul posto una casa.

Il Governo argentino arrivò ad anticipare ai contadini immigrati le spese di viaggio dal porto di sbarco ai luoghi di destinazione, fornendo loro una dotazione di scorte di sementi ed attrezzature agricole. Furono moltissimi gli italiani, soprattutto piemontesi, e in minor parte lombardi e di altre regioni in prevalenza del Nord, a cogliere questa opportunità, anche se le terre meno lontane dal mare, allora più ambite, furono appannaggio soprattutto di tedeschi e svizzeri.

Vantaggi ancora maggiori vennero concessi a quegli imprenditori agricoli privati, ditte individuali o società di capitale, che si fossero impegnati ad accogliere, nel giro di due anni, negli appezzamenti loro concessi (di cinquanta ettari ciascuno) colonie di almeno centoquaranta famiglie. Spesso furono proprio le compagnie private di colonizzazione, e alcuni ricchi latifondisti, ad approfittare di questi benefici; ma non mancarono neppure i piccoli coltivatori diretti, soprattutto italiani, che riuscirono ad impiantare nelle Pampas autonomeaziende agricole, floride e redditizie. Numerosissimi furono i coloni piemontesi intervenuti in veste di conduttori di proprie fattorie, oppure in veste di mezzadri o di affittuari: tant’è che questo pezzo d’Argentina, diventato praticamente tutto, o quasi, in mano a stranieri, venne rinominato la Pampa Gringa.

Tra il 1877 e il 1890 la coltivazione di cereali e gli allevamenti di ovini e di bovini nei territori espropriati agli indigeni, condotti da coloni indipendenti o al servizio di latifondisti nelle province di Buenos AiresLa Pampa e Santa Fe, registrò un grande impulso, proprio grazie al massiccio impiego di manodopera italiana o di altri paesi europei.

Nel 1895, un censimento della popolazione agricola riportava che su oltre  400.000 proprietari di aziende agrarie, circa un quarto (100.000) erano di nazionalità straniera, e di questi, più della metà erano di origine italiana: i piemontesi rappresentavano certamente in molte zone la comunità più rappresentativa.

Nel 1905, nell’area di Córdoba, gli italiani costituivano l’80% dei proprietari agricoli della provincia. Ed è proprio qui che si è concentrata la più massiccia comunità di piemontesi immigrati in Argentina. Questi contadini, spesso non scolarizzati, si esprimevano soltanto (o prevalentemente) in lingua piemontese, cioè nella loro lingua madre. Il piemontese diventò poco alla volta, la comune koinè di appartenenza, espressione di una identità culturale condivisa. Era d’altronde quella la lingua che essi parlavano nella piccola Patria d’origine, e in questa lingua continuarono ad esprimersi in famiglia e tra loro anche nel Paese che li accolse. Sono passate diverse generazioni da allora, ma la lingua piemontese resta da quelle parti la seconda lingua più parlata dai residenti. E se è vero che oggi i discendenti di quei pionieri piemontesi parlano correntemente lo spagnolo, è anche vero che i più non hanno dimenticato la lingua dei loro progenitori. Anzi. E ciò si deve all’attività e all’impegno di numerose Associazioni culturali e ricreative argentine (Famije Piemontèise, Familias Piamontesas) che rappresentano un punto di riferimento culturale e sociale per le famiglie piemontesi d’Argentina. Esse s’impegnano con passione per  mantenere vive le tradizioni degli antenati, e la loro lingua antica, organizzando convegni, corsi di piemontese, feste del Piemonte, con un interesse crescente per la cultura, le tradizioni e la storia della Patria d’origine, mai dimenticata.

Tra queste Associazioni ricordiamo, ad esempio, il Comites di Rosario, la Familia Piamontesa di Paranà, Entre Rios, l’Associazione Zenón Pereyra, e la Società Italiana di Mutuo Soccorso “Unione e Benevolenza” di Santa Fe e l’Associazione Familia Piamontesa di San Francisco di Córdoba.

Le Famije Piemontèise d’Argentina, fin dal 1973, si sono raggruppate nella FAPA, Federazione delle Associazioni dei Piemontesi d’Argentina, e ciò si è rivelato una scelta virtuosa che facilita il coordinamento delle loro attività e gli scambi culturali e turistici tra il Piemonte e l’Argentina. Occorre dire che spesso la loro attività ha trovato il supporto dei Governi provinciali e delle Università argentine, muovendosi talvolta in collaborazione con alcune Associazioni Culturali piemontesi e la stessa Regione Piemonte.

Una delle figure più attive e intraprendenti tra i discendenti di terza, quarta e quinta generazione dei primi emigranti piemontesi in Argentina è sicuramente la signora Alejandra Gaido (detta Chaly), che afferma: “Mè bisàvol a l’é riva ambelessì da Barge dël 1892: as ciamava Michel e sò pare, nà a Frossach, as ciamava ’dcò chiel Michel, l’istess ëd mè cé e mè barba: tùit Michel!”

Alessandra risiede nel cuore della Pampa Gringa, a Las Varillas, nel Sud-Est della provincia di Córdoba: “na region – afferma – andoa as travaja la tèra, as sëmna, a s’anlevo le vache, as fan ij formagg, e via fòrt. I l’oma ’mbelessì l’ùnica fàbrica ’d trator ch’a ven-o fàit e montà ‒ dal prinsipi a la fin ‒ completament an Argentin-a! Costa a l’é na tèra pien-a ’d cognòm piemontèis.”

Alejandra Gaido conduce una trasmissione televisiva sul Canal Cooperativo di Alicia, il cui titolo è “Le rèis a parlo”: un programma bilingue (spagnolo e piemontese) con tante interviste a piemontesi d’Argentina che parlano ancora, e con orgoglio, la lingua dei loro antenati. La trasmissione propone le ricette della tradizione culinaria piemontese, canzoni piemontesi, e trasmette filmati girati in Piemonte per far conoscere le bellezze naturali, le ricchezze artistiche e le unicità storiche e culturali dell’antica Patria lontana, là dove sono rimaste le mai dimenticate radici di migliaia di discendenti di emigranti.

No: in Argentina, nella Pampa Gringa, la lingua piemontese non morrà mai. E se dovesse un giorno morire, sarà qui che sarà pronunciata, sospirata, o forse gridata, l’ultima parola in piemontese.

Sergio Donna (pubblicato da Piemontetopnews.it il 27/12/2020)

Fonte: Là, nella Pampa Gringa argentina, dove ancora risuona la lingua piemontese – PiemonteTopNews

L’aborto diventa legale in Argentina

Decisione storica in Argentina, che ha depenalizzato l’interruzione di gravidanza fino alla 14esima settimana, primo fra i grandi Paesi sudamericani. Con 38 voti a favore, 29 contrari e un astenuto, giunti al termine di oltre dodici ore di dibattito che si è concluso all’alba, il Senato ha approvato la legge che legalizza l’aborto, finora proibito nella maggior parte delle circostanze da un provvedimento risalente al 1921. Il voto, evidenzia il quotidiano La Nación, è stato caratterizzato dalla trasversalità: 26 voti sono arrivati dalla maggioranza e 12 dall’opposizione. Capovolti dunque gli equilibri che portarono a bocciare il disegno di legge per la depenalizzazione nell’agosto 2018, durante il governo dell’allora presidente Mauricio Macrì (38 voti contrari e 31 a favore). L’attuale legge, presentata dal governo del peronista Alberto Fernández, nonostante la strenua opposizione della Chiesa cattolica e dal movimento pro-vita, rende gratuito e legale l’aborto, finora praticato clandestinamente e a caro prezzo in cliniche di lusso oppure in condizioni igienico-sanitarie molto pericolose per la salute della donna.

Una svolta storica

A Buenos Aires domenica sembrava di esser tornati all’Italia degli anni ‘70, quando le donne invasero strade e piazze reclamando il diritto di interrompere le gravidanze indesiderate. Stessi striscioni — «Libere di decidere» o «Questo voto è per tutte» — stessa assertività. Al posto delle (brutte) gonne a fiori che tanto andavano di moda allora, nella capitale argentina è un turbinio di foulard e t-shirt verdi, simbolo della lotta femminista. La legge sull’aborto in Italia arrivò nel 1978, nonostante l’opposizione della Chiesa cattolica. In America Latina il tema è ancora tabù. Tocca all’Argentina, Paese natale di papa Francesco, voltare pagina. Già approvato alla Camera, il progetto di legge presentato dal governo di Alberto Fernández, che consente l’interruzione legale fino alla 14esima settimana di gestazione, è passato al vaglio di un Senato spaccato in due.

Tutta l’America Latina e la Chiesa cattolica ieri guardavano a Buenos Aires, avanguardia di una campagna che si sta diffondendo a macchia d’olio nel continente. Finora solo Cuba, Uruguay, Guyana e Guayana francese hanno approvato leggi per l’interruzione della gravidanza, oltre allo Stato messicano di Oaxaca e Città del Messico. Nella maggior parte degli altri Paesi, anche se governati da forze di sinistra, è consentito solo in casi di grave pericolo per la salute della madre o per stupro. In Salvador, Honduras, Nicaragua, Repubblica dominicana e Haiti il divieto invece è addirittura assoluto e molte donne sono finite in carcere per aver abortito clandestinamente.

Il vento però è cambiato e la marea verde si propaga nel subcontinente . Dal Costa Rica alla Colombia, dal Messico all’Ecuador si moltiplicano le manifestazioni in favore della libertà di scelta. Il voto in Argentina segna un precedente che non si potrà ignorare. A poche ore dal dibattito in Senato, sull’account Twitter del Papa è comparso un messaggio, in spagnolo: «Tutte le persone scartate sono figli di Dio». Fernández gli ha risposto indirettamente: «Sono cattolico ma legifero per tutti. Ogni anno finiscono in ospedale 38 mila donne per aborti clandestini».

Eugenia Catafalmo, 33 anni, la più giovane senatrice argentina, ha celebrato la vittoria del sì sottolineando che si tratta di un tema di salute pubblica: «L’aborto accade. È meglio che la donna che ha scelto di farlo sia accompagnata in questo processo», ha detto al quotidiano Página 12. Due ore prima dell’inizio del dibattito, la senatrice del partito Frente de todos aveva ricevuto una serie di messaggi intimidatori sul cellulare. Ma è andata avanti e lungo la strada ha convinto altri colleghi a cambiare idea.

Sara Gandolfi (pubblicato da Il Corriere della Sera il 30/12/2021)

Fonte: Argentina, aborto legalizzato: sì del Senato dopo 12 ore di discussione- Corriere.it

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