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January 2021 - page 2

Istat: il 14,4% in più gli italiani trasferiti all’estero

Nel 2019 il volume complessivo delle cancellazioni anagrafiche per l’estero è di 180mila unità. Insomma, il numero di emigrati dall’Italia sale del 14,4% rispetto all’anno precedente, il 2018. Gli emigranti, per il trequarti del numero complessivo, hanno 25 anni o più, e un terzo di questi è in possesso di laurea. È il nord ad avere il più alto tasso di emigrazione. Regno Unito meta preferita, seguita dalla Germania.

A rivelarlo è stato il Report Istat 2019 su iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente, pubblicato oggi, 20 gennaio, sul sito dell’Istituto Nazionale di Statistica.

Le emigrazioni dei cittadini italiani, si evince dal Report, sono il 68% del totale (122.020). Se si considera il numero dei rimpatri (iscrizioni anagrafiche dall’estero di cittadini italiani), pari a 68.207, il calcolo del saldo migratorio con l’estero degli italiani (iscrizioni meno cancellazioni anagrafiche) dà un valore negativo di 53.813 unità. Il tasso di emigrazione dei cittadini italiani è pari a 2,2 per mille.

Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all’estero nel 2019 hanno 25 anni o più (circa 87mila): uno su tre (28mila) è in possesso di almeno la laurea. Ed è il Nord la ripartizione di residenza da cui partono i flussi più consistenti di trasferimenti all’estero di cittadini italiani, in termini sia assoluti (59mila, pari al 49% degli espatri) sia relativi rispetto alla popolazione residente (2,4 italiani per mille residenti). Dal Mezzogiorno si sono trasferiti all’estero oltre 43mila italiani (2,2 per mille) mentre dal Centro sono espatriati circa 19mila connazionali, con un tasso di emigrazione (1,8 per mille) sotto la media nazionale.

La distribuzione degli espatri per regione di partenza mette in evidenza una situazione più eterogenea: la regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l’estero pari a 23mila; seguono Sicilia e Veneto (entrambe 12mila), Campania (11mila) e Lazio (9mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigrazione più elevato si ha in Trentino-Alto Adige (4 italiani per mille residenti). In Calabria, Friuli-Venezia Giulia, Marche, Veneto, Sicilia, Molise, Lombardia e Abruzzo la propensione a emigrare è di circa 3 italiani per mille residenti. Le regioni con il tasso di emigrazione per l’estero più basso sono invece Toscana, Liguria e Lazio, che presentano valori pari a circa 1,7 per mille.

La meta preferita degli italiani che lasciano l’Italia è il Regno Unito, che nel 2019 ha segnato un record di emigrazione: +49%. Nel 2019, infatti, il flusso di espatri verso il Regno Unito registra la cifra record di 31mila cancellazioni anagrafiche (+49% rispetto all’anno precedente), superando il picco dei 25mila espatri del 2016 (anno in cui è stato avviato il processo di risoluzione per l’uscita del Paese dall’Unione europea, concluso il 31 gennaio 2020 con l’accordo di recesso). Durante il cosiddetto “periodo di transizione” (stabilito di comune accordo tra Stati membri e Regno Unito e concluso il 31 dicembre 2020), molti dei cittadini italiani, verosimilmente già presenti nel territorio britannico ma non registrati come abitualmente dimoranti, hanno ufficializzato la loro posizione trasferendo la residenza nel Regno Unito.

In generale, i paesi dell’Unione europea si confermano le mete privilegiate per gli italiani che emigrano. Nel 2019, il secondo posto nella graduatoria dei paesi di destinazione europei è occupato dalla Germania con poco meno di 19mila espatri (+4% rispetto al 2018), il terzo dalla Francia (13mila), seguita da Svizzera (10mila) e Spagna (6mila). Nel decennio 2010-2019 questi cinque Paesi hanno accolto complessivamente circa 531mila italiani emigrati. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 16mila). Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine straniera. Sono cittadini nati all’estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana. Le emigrazioni di questi “nuovi” italiani, nel 2019, ammontano a circa 37mila (30% degli espatri, +5% rispetto al 2018). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12mila), il 9% in Marocco, il 6% in Bangladesh, il 5% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia, il 3,8% in Argentina e il 3% in India e Pakistan.

I paesi dell’Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei “nuovi” italiani (60% dei flussi degli italiani nati all’estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell’Ue, si osserva che il 17% è nato in Brasile, il 14% in Marocco, il 9% nel Bangladesh.

Nell’ultimo decennio il numero di cittadini che hanno lasciato il paese nativo è aumentato considerevolmente: i saldi migratori con l’estero dei cittadini italiani, infatti, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 69mila unità l’anno.

Un italiano emigrato su quattro ha almeno la laurea

Nel 2019, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (55%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 20mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi.

L’età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un’età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%.

Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2019 un italiano emigrato su quattro è in possesso di almeno la laurea (30mila). Rispetto all’anno precedente le numerosità dei laureati emigrati è in lieve aumento (+1,4%).

Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all’estero nel 2019 hanno 25 anni o più: sono poco più di 87mila (il 72% del totale degli espatriati); di essi quasi uno su tre (28mila) è in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d’età si riscontra una lieve differenza di genere riguardo alla consistenza e al titolo di studio di chi espatria: le italiane emigrate sono meno numerose (rappresentano circa il 43% del totale degli espatriati di 25 anni o più) ma sono più frequentemente in possesso di almeno la laurea (il 36% contro il 30% dei loro coetanei). Rispetto al 2010, inoltre, l’aumento degli espatri di laureati è più evidente per le donne (+8%) che per gli uomini (+3%). Tale incremento risente in parte dell’aumento contestuale dell’incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,5% del 2010 al 7,8% del 2019).

L’altra faccia della medaglia è costituita dai rimpatri: nel 2019, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (15mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione “qualificata” è di 14mila unità. Tale perdita riferita agli ultimi dieci anni ammonta complessivamente a poco meno di 112mila unità. Il trend in aumento degli espatri è da attribuire in larga parte alle difficoltà del mercato del lavoro italiano di assorbire l’offerta soprattutto dei giovani e delle donne. A queste si aggiunge il mutato atteggiamento nei confronti del vivere in un altro Paese – proprio delle generazioni nate e cresciute in epoca di globalizzazione – che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione.

Mobilità e migrazioni in forte flessione nelle fasi di lockdown per Covid-19

I dati provvisori sull’andamento dei flussi migratori nei primi otto mesi del 2020 mettono in evidenza una forte flessione delle migrazioni (complessivamente -17,4%).

Le misure di contenimento della diffusione dell’epidemia messe in atto dal Governo a marzo 2020 hanno ridotto al minimo la mobilità interna (flussi inter-comunali, tra province e tra regioni) con pesanti ripercussioni anche sui trasferimenti di residenza da o per l’estero. Il confronto tra l’andamento dei flussi osservati nei primi otto mesi del 2020 e la media dei flussi rilevati nello stesso periodo del 2015-2019 mette in evidenza una flessione pari al 6% per i movimenti tra comuni, al 12% per le cancellazioni anagrafiche per l’estero e al 42% per i flussi provenienti dall’estero. Tuttavia, a partire da giugno 2020, tutti i flussi migratori sembrano riprendere il loro trend e tornare quasi ai livelli pre-lockdown.

A livello territoriale, non tutte le regioni hanno risentito con la stessa intensità delle restrizioni imposte alla mobilità. La Calabria ha ridotto di quasi un terzo la mobilità complessiva, il Molise e il Lazio di un quinto, mentre per il Friuli-Venezia Giulia e il Veneto si osserva una riduzione del 7% rispetto alla media delle migrazioni nello stesso periodo degli anni 2015-2019.

Con riferimento ai trasferimenti di residenza interni al Paese (in calo del 6%), le misure restrittive e il rallentamento dell’attività amministrativa, soprattutto nelle prime fasi del lockdown, hanno inciso maggiormente sui movimenti a breve raggio (trasferimenti entro i confini provinciali, -7%), un po’ meno per la mobilità a medio e lungo raggio (all’interno della regione e tra regioni diverse, rispettivamente -4% e -6%). Inoltre, si osserva una riduzione dell’11% dei flussi verso i capoluoghi di provincia.

Non si rilevano, invece, significative variazioni strutturali sulla composizione dei flussi interni. In generale, la sospensione momentanea della mobilità residenziale ha avuto un impatto uniforme sulle caratteristiche socio-demografiche dei trasferiti.

Differenti considerazioni valgono per i flussi da e per l’estero per i quali i blocchi alle frontiere hanno ridotto sensibilmente il volume in ingresso e in uscita di immigrati ed emigrati.

La prima sostanziale differenza si evidenzia nella composizione dei paesi di origine per gli iscritti dall’estero. Il confronto tra il numero di ingressi nei primi otto mesi del 2020 e il numero medio degli ingressi nello stesso periodo degli ultimi cinque anni mostra un calo drastico dei flussi provenienti dall’Africa: si riducono a poche centinaia gli immigrati provenienti da Gambia (-85%) e Mali (-84%), sono fortemente in calo i flussi dalla Nigeria (-73%), quasi dimezzati quelli provenienti da Egitto (-47%) e Marocco (-40%). Forti diminuzioni anche per gli ingressi da Cina (-63%), Brasile (-49%), e Romania (-48%). I flussi che decrescono in misura meno significativa sono quelli provenienti dagli altri paesi dell’Unione europea: -12% da Svizzera e Francia, -10% dalla Spagna e -4% dalla Germania.

Il Covid-19 riduce anche i trasferimenti verso l’estero

Analogamente, per i flussi in uscita il confronto tra i primi otto mesi del 2020 e la media del corrispondente periodo 2015-2019 mostra un calo generale delle cancellazioni per l’estero, in particolare verso i tradizionali paesi di emigrazione. I flussi diretti in Romania si riducono del 34%, quelli diretti in Germania del 23%. Per i paesi extra europei la variazione negativa più importante si osserva per le emigrazioni verso Marocco (-61%) e Cina (-58%). Unico dato in controtendenza quello relativo alle cancellazioni anagrafiche per trasferimento di residenza verso il Regno Unito che fa registrare un aumento dei flussi del 63%. In questo caso va rilevato che verosimilmente non si tratta, come già detto, di reali spostamenti avvenuti nel 2020 ma piuttosto di “regolarizzazioni”, attraverso l’iscrizione all’AIRE, di individui dimoranti da tempo nel territorio britannico.

I dati riferiti ai primi otto mesi del 2020 sono provvisori e vengono diffusi con l’intento di contribuire tempestivamente al monitoraggio del fenomeno. Per un bilancio complessivo dell’impatto della pandemia di Covid-19 sui trasferimenti di residenza sarà necessario attendere il consolidamento dei dati dell’anno 2020, anche per tener conto dell’effetto della seconda ondata della pandemia e delle conseguenti nuove restrizioni alla mobilità adottate nell’ultimo trimestre del 2020 (aise) 

Al via le celebrazioni del 100° di Sciascia

C’è Mario Vargas Llosa (Nobel della Letteratura 2010), assieme ad altri scrittori come Dominique Fernandez, Claudio Magris, Jhumpa Lahiri, Maurizio Serra; filologi come Salvatore Silvano Nigro e Carlo Ossola; sodali del mondo editoriale come Mario Andreose, Roberto Calasso, Ernesto Ferrero, Elisabetta Sgarbi; registi come Roberto Andò e Giuseppe Tornatore; esponenti del mondo del diritto come Natalino Irti e Giandomenico Caiazza; filosofi come Giorgio Agamben; l’archeologo e storico dell’arte, già direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, Salvatore Settis; amici personali come gli imprenditori Giannola Nonino e Gianfranco Dioguardi. Sono solo alcuni dei nomi d’eccezione del Comitato d’Onore che, con l’adesione della Presidenza del Senato della Repubblica, hanno sostenuto la nascita del Comitato Nazionale del Centenario Sciasciano, presieduto dalla senatrice Emma Bonino e nato proprio in occasione della ricorrenza dei cent’anni dalla nascita dello scrittore.

Il progetto è sorto per iniziativa di Treccani e degli Amici di Leonardo Sciascia, associazione che da quasi trent’anni promuove infaticabilmente la lettura e lo studio della sua opera. Il Comitato ha in cantiere per il triennio 2021-2023 un ricco programma di iniziative in collaborazione con una varietà di soggetti pubblici e privati e la rete degli Istituti Italiani di Cultura nel mondo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

La prima manifestazione, realizzata in collaborazione con la rivista internazionale di studi sciasciani “TODOMODO” (Leo S. Olschki), intende rendere omaggio allo scrittore che ha incarnato nel modo più esemplare nella seconda metà del secolo scorso lo spirito umanistico europeo, dando corpo a un’idea del mondo centrata sul diritto e sulla libertà, nel segno della responsabilità individuale e dell’intransigente difesa dell’habeas corpus.

L’incontro, intitolato “La Patria di Sciascia”, si svolge a distanza, non solo per superare le limitazioni imposte alla presenza dalla crisi pandemica, ma per trascendere le anguste dimensioni nazionali e coinvolgere voci e volti di amici di Sciascia nel mondo, ricordando così la vera patria dello scrittore per il quale nazionalità e appartenenza sono una questione culturale, non hanno a che fare coi confini, ma coincidono soprattutto con una una scelta di valori, una visione del mondo espressa dalla costellazione dei suoi amici più cari: Montaigne, Pascal, Diderot, Manzoni, Stendhal, Gide, Pirandello, Borges e altri.

Alle ore 15.00 di giovedì 28 gennaio, la figura e l’opera dello scrittore saranno evocate negli interventi in streaming – moderati da Cristina Faloci (autrice e curatrice di RAI Radio 3) – di Joseph Farrell da Glasgow, Jhumpa Lahiri da Princeton, Ricciarda Ricorda da Venezia, Paolo Squillacioti da Firenze e Giuseppe Tornatore da Roma, ispirandosi alle sei parole chiave – riportate sul ritratto, scelto a effigie del centenario, inciso nel 1996 dall’amico Piero Guccione – che Leonardo Sciascia indicava nel 1987 allo studioso francese James Dauphiné come quelle più significative per la sua vita: terra, pane, donne, mistero, giustizia, diritto.
Al saluto del padrone di casa dell’evento digitale Massimo Bray, direttore generale Treccani, faranno seguito gli interventi di: Dario Franceschini, ministro per i Beni e le Attività culturali e per il Turismo; Marina Sereni, vice ministro per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale; Riccardo Nencini, presidente della Commissione Cultura del Senato; Emma Bonino, presidente Comitato Nazionale Centenario Sciasciano e membro del Senato; e Francesco Izzo, presidente Amici di Leonardo Sciascia.

Il 7 e 8 ottobre 2021 Treccani ospiterà presso la propria sede il dodicesimo Leonardo Sciascia Colloquium, l’annuale appuntamento di studi degli Amici incentrato su “La questione. Sciascia, Manzoni, Levi: giustizia, tortura, intolleranza”, per la direzione scientifica di Domenico Scarpa, in collaborazione con il Centro Internazionale di Studi Primo Levi e l’Unione delle Camere Penali Italiane.

Trasmesso in rete sulle pagine di Treccani, Amici di Sciascia, Todomodo, Adelphi Edizioni, Olschki e Radio Radicale, “La Patria di Sciascia” sarà visualizzabile anche in collegamento con altri partner del Comitato Nazionale oltre che attraverso la rete degli 82 Istituti Italiani di Cultura del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. (aise)

Fonte: Al via le celebrazioni del 100° di Sciascia (aise.it)

Farmaci all’estero: nuova procedura per i connazionali

Il Ministero della Salute ha fornito in queste ore le informazioni riguardanti la nuova procedura per l’esportazione di farmaci per i cittadini italiani aventi diritto all’assistenza sanitaria all’estero.

La procedura deve partire da chi, tra gli italiani all’estero che beneficiano dell’assistenza sanitaria (come lavoratori di diritto italiano o studenti titolari di borse di studio e relativi familiari), è interessato o ha necessità di importare il farmaco ove questi non siano reperibili e accessibili (anche economicamente) nel paese di destinazione.

Questo, però, deve sottostare a una verificata possibilità di importazione del farmaco secondo le normative vigenti nel Paese estero di riferimento. Ossia, se non il paese estero non lo permette, non è possibile esportare alcuni medicinali.

Questa procedura ha lo scopo di individuare le modalità attraverso cui a tutti i cittadini aventi diritto sia garantito l’accesso alle cure e alla loro continuità.

Come già specificato, è il cittadino avente diritto a dover avviare, ove interessato, l’iter necessario. Poi, verificata la possibilità di importazione del farmaco per la legge del paese estero, può richiedere l’autorizzazione per l’esportazione per farmaci autorizzati dall’Italia.

Il cittadino italiano richiedente deve necessariamente essere iscritto al Servizio Sanitario Nazionale (SSN), poi deve fare richiesta alla ASL di competenza (se residente in Italia) o al Ministero della Salute se residente all’estero, specificatamente alla Direzione Generale della Programmazione Sanitaria, raggiungibile all’indirizzo e-mail minsalute_estero.dgprog@sanita.it.

In entrambi i casi, però, la documentazione da presentare per fare la richiesta di esportazione all’estero di farmaci deve essere presentata con gli stessi documenti, che sono: 1, la dichiarazione redatta dell’Ambasciata o del Consolato della sede di servizio che attesti l’impossibilità di reperire il farmaco e/o il costo economico elevato che dovrà essere indicato; 2, la relazione medica, redatta dal medico referente, che attesti la necessità del farmaco e del piano terapeutico. Il medico referente deve essere necessariamente dipendente di una struttura ospedaliera nazionale, pubblica o convenzionata; 3, nulla osta della Direzione Sanitaria della struttura ospedaliera nazionale italiana, pubblica o convenzionata; 4, nulla osta della farmacia, della struttura ospedaliera nazionale italiana, pubblica o convenzionata, che si assumerà il compito di effettuare la sorveglianza qualora questo sia previsto dal piano terapeutico, secondo quanto previsto dall’AIFA, agenzia del farmaco italiana; 5, dichiarazione di assunzione delle spesi di trasporto da parte del richiedente avente diritto; 6, parere della Dg della Programmazione Sanitaria del Ministero della Salute, reperibile sempre allo stesso indirizzo e-mail.

Il Ministero della Salute ha infine voluto precisare che sono da escludere medicinali stupefacenti o psicotropi. (Aise)

Fonte: Farmaci all’estero: nuova procedura per connazionali (aise.it)

A tu per tu con Julio Croci, coordinatore dei processi intergovernativi dell’OIM in Panama, ex presidente della FEDITALIA

Ti piace vivere in Panama?

Molto, è un paese interessante, piccolo, con delle bellezze naturali incredibili, spiagge molto belle, montagna, selva, paesaggi tutti da scoprire. C’è stabilità economica e non c’è microcriminalità. Ci sono molti flussi migratori, tra cui uno dall’Italia composto in maggioranza da giovani che si dedicano alla ristorazione e alla gastronomia. C’è anche una collettività italiana storica che ha 120 anni e un’associazione italiana.

Cosa ti manca dell’Argentina?

Gli affetti, gli amici e moltissimo la collettività italiana, che ho frequentato per ventidue anni. Ci sono entrato quando ne avevo quindici, in pratica ci ho trascorso tutta la mia vita e ora ne ho molta nostalgia, mi manca la passione dell’ ambiente associativo e anche la vita culturale di Buenos Aires, forse una delle più effervescenti del mondo.

Qual è il tuo nuovo incarico nell’ O.I.M. in Panama?

Sono Coordinatore dei processi intergovernativi quindi sono legato alle relazioni dell’ufficio dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM) con gli spazi intergovernativi: Mercosur, CAM, Processo Quito. Lavoro soprattutto nel “Processo Quito”, uno spazio nato nel 2018 su iniziativa dell’Ecuador con l’appoggio dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni – OIM –  e dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Acnur) per dare una risposta alle sfide istituzionali generate in America Latina e i Caraibi dai flussi di migranti e rifugiati provenienti dal Venezuela, che sono molti. Mi occupo espressamente dell’emigrazione venezuelana e dei problemi relazionati. Il Venezuela è stato sospeso dal Mercosur ma i suoi abitanti sono considerati cittadini del Mercosur.

A Buenos Aires ci sono abbastanza immigrati venezuelani, ma non sapevo che il processo fosse tanto rilevante

Lo è. L’emigrazione venezuelana è la più importante della storia di Latino America. È iniziata circa diciotto anni fa, dapprima lentamente poi ha avuto un’impennata negli ultimi tre anni. Cinque milioni e mezzo di venezuelani sono partiti dal loro paese, sono tanti da determinare una crisi migratoria che è la più importante della regione e la seconda del mondo dopo quella siriana. Forse quest’anno può addirittura sorpassare quella siriana e diventare la prima del mondo. La loro è una situazione veramente difficile.

I venezuelani lasciano il Venezuela e rimangono nel continente, lavoro in questo processo e sono anche in contatto stretto con le associazioni che fondano.

In che paesi è molto forte l’emigrazione venezuelana?

I quattro paesi che ricevono più venezuelani sono la Colombia, il Perù, l’Ecuador e il Cile. I primi tre per una questione di vicinanza, il Cile per la stabilità economica. Segue l’Argentina.

Il tuo attuale lavoro è quindi un seguito dei tuoi incarichi anteriori e della tua esperienza di vita, soprattutto nella collettività italiana.

Sono stato Direttore delle collettività della città di Buenos Aires fino al 2015, dopo Direttore Nazionale della Diversità Culturale, lavoravo in collaborazione con l’O.I.M. Sono sempre stato legato alle problematiche dei migranti e rifugiati e il mio nuovo incarico è, in effetti, una tappa di un processo di conoscenza, rispetto e difesa dei migranti.

Al giorno d’oggi cosa significa essere migranti?

E’ come una volta. L’obiettivo del migrante è sempre lo stesso: quello di cercare una nuova terra dove poter sviluppare un’attività, dove vivere meglio, mettere su famiglia. In questo senso non è cambiato nulla. Quella che è cambiata è la comunicazione. Gli emigrati di cinquanta, cent’anni fa perdevano ogni contatto con la terra e la famiglia d’origine, cui li univa solo il debole filo delle lettere che tardavano mesi ad arrivare. Oggi grazie a internet, alla posta elettronica e alle reti sociali la comunicazione è immediata e i rapporti virtuali con i parenti restano forti. Ma il dolore, la nostalgia, le problematiche tipiche dei migranti sono sempre le stesse e migrare resta un processo doloroso.

L’aver frequentato con molto coinvolgimento la collettività italiana mi ha portato a comprendere queste situazioni e a capire che essere migranti oggi è uguale a prima.

I venezuelani sono discriminati?

Tutti i migranti lo sono, si discrimina ciò che non si conosce poiché si percepisce come una minaccia. In Argentina ci sono duecentomila migranti venezuelani, se fossero, come in Colombia, un milione e ottocentomila ci sarebbe discriminazione. Qui per ora sono considerati un motore di sviluppo.

In Argentina c’è un flusso molto modesto di nuovi migranti italiani che non s’interessano delle associazioni storiche della collettività italiana.

I nuovi migranti trovano una collettività già strutturata e non s’identificano nei valori, lo stile di vita che trovano. Hanno altre forme di unione, gruppi di whatsupp di facebook, instagram, ecc. Bisognerebbe pensare a cosa offrirgli per indurli a entrare nel mondo associativo.

Mi pare però che lo stesso problema ci sia anche con i giovani itali argentini

In effetti. Gli immigranti hanno fondato le associazioni per riunirsi, aiutarsi, ricreare l’ambiente che avevano lasciato con molta nostalgia.  Ora la comunità è formata da un ottanta per cento da argentini d’origine italiana, che non provano nostalgia anzi, vivono la loro situazione con gioia, quella di avere due identità culturali. Bisogna pensare quindi a come innovare le associazioni e adeguarle a questa nuova situazione.

Hai visto se ci sono segni di cambiamento?

Il gruppo delle Nuove Generazioni ha trovato un cammino per rendere interessante lo spazio associativo ai giovani. Per iniziare non hanno un Consiglio Direttivo, sono tutti uguali e ogni membro, uomo o donna, può esprimere liberamente la sua opinione sui temi d’interesse collettivo. Si è superato il principio di autorità su cui si basavano le associazioni tradizionali, dove comandavano i membri adulti maschi e decidevano cosa dovessero far le donne e i giovani. Un’altra esperienza positiva è stata quella fatta negli anni anteriori dalla FACA. La Federazione delle Associazioni Calabresi riceveva quattro giovani italiani che venivano a Buenos Aires per prestare servizio civile. Questi ragazzi rappresentavano un’Italia giovane e scambiavano esperienze con i nostri giovani.

Ti è piaciuto far parte della collettività italiana?

Certo altrimenti non l’avrei fatto, ho avuto la possibilità di imparare molto, le collettività sono scuole di valori. Ho conosciuto persone incredibili. La prima è stata la direttrice della Dante Alighieri di Necochea, Maria Antonietta Ferrari, una genovese, eccellente persona. Non è più giovane ma continua a lavorare e generare progetti. Quando mi ha conosciuto, mi ha detto: “Tu devi frequentare la collettività”.  Mi ha fatto avere una mezza borsa di studio per un corso d’italiano e mi ha avviato sulla strada del volontariato.

In seguito ho conosciuto altre persone molto valide, come Irma Rizzuti, sicuramente una delle dirigenti più intelligenti della collettività. Lei ha segnato un punto d’inflessione nella storia dell’associazionismo rispetto all’uguaglianza di genere e delle pari opportunità. E’ stata presidente dell’Associazione Calabrese di Buenos Aires poi della Federazione delle Associazioni Calabresi dell’Argentina, istituzioni in cui fino al suo arrivo vigeva una mentalità molto maschilista.

Sono completamente d’accordo ma mi pare che ti manchi qualcuno?

Luigi Pallaro, presidente delle FEDITALIA per molti anni e poi primo senatore per gli italiani all’estero. Un gran maestro. Per me è stato un orgoglio diventare presidente della FEDITALIA dopo Pallaro ed ho provato un dolore grande quando ho dovuto rinunciare all’incarico per seguire la mia carriera. Avevamo molti progetti forti in FEDITALIA.

Cosa rappresenta per te la FEDITALIA?

FEDITALIA per me è stato il primo incontro con la collettività italiana. Ho iniziato a partecipare dal 1999 nel Precongresso Giovanile organizzato a Necochea, nel 2000 nel Congresso realizzato a Cordoba, nel 2001 nel Congresso organizzato a Necochea.

Ero coordinatore del gruppo dei giovani di Necochea e in questa funzione ho preparato a livello nazionale il Precongresso di Necochea del 1999 e il Congresso del 2001, i primi che ho coordinato a livello nazionale.

All’epoca la Società Italiana di Necochea stava attraversando una situazione economica molto difficile e oggi quella “Società Italiana” che era quasi vuota, ha una scuola che va dall’Asilo alla scuola Superiore, inclusa, con 600 alunni.

Noi giovani della FEDITALIA abbiamo creato le associazioni regionali che mancavano, c’erano soltanto l’Associazione Calabrese e il Centro Abruzzese, tutte le altre sono state create dal gruppo di giovani perciò facendo un bilancio direi proprio che la collettività italiana mi ha dato la possibilità di imparare e di realizzarmi seguendo progetti che mi hanno dato molta soddisfazione.

Edda Cinarelli

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Per sempre Mia

Se c’è una voce che per intensità, caratura, tensione interpretativa e carica umana/sentimentale rimarrà per sempre nell’immaginario collettivo musicale ed artistico, oltreché nella mente e nei cuori del suo immenso pubblico, quella non può che essere la voce di Domenica Bertè, in arte Mia Martini. Un’artista tanto coinvolgente, controversa e inquieta quanto capace, forte e determinata.

Una vita, la sua, assai spesso in salita, quasi controcorrente, ma d’altronde, si sa, si vince e si perde da soli, e la strada per il successo è per definizione in salita. L’emozione che pervade l’ascoltatore ad ogni brano eseguito da Mia Martini è un emozione che letteralmente e per assurdo non ha voce (Parafrasando un celebre pezzo cantato dal grande Adriano Celentano) perché arriva dritto allo stomaco, in fondo al cuore, al centro del nostro sentire le emozioni, appunto, e i sentimenti, sbattere da un muro all’altro della vita, alla ricerca di una via d’uscita, di una soluzione, della verità, della sincerità, in una parola dell’amore.

Si, l’amore, è questo il centro, il focus, il nocciolo duro della questione, l’essenza stessa delle narrazioni canore messe in scena, anzi in musica e parole, dalla immensa artista calabrese. Una narrazione che fa correre immancabilmente sulla pelle quei brividi che solo il parlar e ragionar d’amore sa fare.

Alessandro Quinti

Nasce al Senato la Componente MAIE-Italia23

È nata oggi al Senato la componente MAIE-Italia23, “per costruire uno spazio politico che ha come punto di riferimento Giuseppe Conte”, spiega Ricardo Merlo, presidente MAIE e Sottosegretario agli Esteri in questa legislatura, che conferma così le indiscrezioni su quale sarebbe stata la “casa” dei cosiddetti “responsabili” che in Senato sosterranno la maggioranza al posto di Italia Viva.

Una definizione, questa, contrastata da Merlo, che infatti precisa: “non cerchiamo responsabili ma costruttori, a cui l’unica cosa che offriamo è una prospettiva politica per il futuro, per poter costruire un percorso di rinascita e resilienza, nell’interesse dell’Italia, soprattutto in un momento così difficile come quello che stiamo vivendo, tra la crisi sanitaria che continua a mordere e quella economica che ha messo in ginocchio imprese, attività commerciali e famiglie”.

“Facciamo questo alla luce del sole, con trasparenza”, tiene a sottolineare Merlo, che conclude: “invitiamo a far parte del gruppo tutti i colleghi senatori interessati a costruire e a lavorare da qui alla fine della legislatura per il bene del Paese e degli italiani”.

Nata a dicembre quale “libera associazione”, “Italia 23” si è presentata come “un gruppo di esperti della società civile impegnato nell’analisi e nella soluzione di problemi complessi, specie in campo politico-economico”.

Presidente il senatore Raffaele Fantetti, che ad ottobre ha lasciato Forza Italia per il Maie.

Italia23 fin da subito ha lanciato il suo sito web con la sezione “Gruppi parlamentari”: quanti si chiedevano come sarebbe stata riempita hanno ricevuto oggi la loro risposta. (aise) 

Fonte Nasce al Senato la componente Maie-Italia23 (aise.it)

Investire sull’italiano per rilanciare il Paese

“Nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), colloquialmente chiamato Recovery, dove sta il sostegno alla lingua italiana? Eppure si tratta di un’ottima leva di sviluppo, estroversione del paese e occupazione, se solo si tiene conto che l’italiano è una delle prime lingue studiate al mondo, nonostante i solo sessanta milioni di cittadini italiani. L’attrazione della nostra lingua dipende dal fatto che è una chiave per entrare in un universo culturale immenso e molto apprezzato: il patrimonio italiano di arte e cultura. Questo patrimonio è una parte importante della cultura occidentale, verso cui c’è un interesse globale. Apprendere l’italiano è un’avventura che appassiona milioni di persone: questo è un fatto. Si pensi ai cultori di storia antica o dell’arte o dell’opera, agli entusiasti del Rinascimento e così via, senza dimenticare quelli che guardano a Roma come centro del cattolicesimo. D’altra parte il testimonial più eccellente della nostra lingua è l’argentino papa Francesco”. A occuparsi di questo argomento molto sentito fra gli italiani all’estero è il “Corriere della Sera”, in questo pezzo firmato da Andrea Riccardi pubblicato ieri.

“Le cifre parlano chiaro: a oggi vi sono all’estero più di due milioni di persone che studiano italiano. Con i suoi 400 centri nel mondo, la Società Dante Alighieri è uno dei principali strumenti attraverso cui avviene tale insegnamento, assieme alle scuole italiane all’estero, agli enti gestori e agli istituti di cultura. Si tratta di un mondo che può fare ancora meglio, se solo lo si fornisce dei sostegni adeguati. In attesa della ripresa del turismo, insegnare la lingua prepara il futuro e tiene vivo l’interesse per tutto quello che è italiano. “Vendere” la lingua equivale a investire in cultura in senso ampio: chi oggi apprende l’italiano a distanza sarà pronto a visitare l’Italia appena sarà possibile, ma anche a comprare il made in Italy. La lingua apre l’accesso al “mondo italiano”. Prodotti italiani e lingua italiana camminano insieme. La lingua dà sapore al prodotto e lo collega a una tradizione. L’arte, la cultura, il turismo, la storia, la musica, la moda, il design, la cucina crescono con la lingua. E l’italiano cresce con queste realtà nazionali.

L’esempio dei partner europei è eloquente: inglesi, francesi, spagnoli e portoghesi hanno fatto dell’apprendimento delle loro lingue una vera industria culturale. Non si capisce perché tale settore sia stato dimenticato dal PNRR, considerando anche l’apporto in termini di occupazione immediata che offre. È indispensabile che il Recovery riconsideri la lingua finanziando la creazione di un grande sistema d’insegnamento dell’italiano online all’estero, supportando quanto la Dante Alighieri già si appresta a fare con la piattaforma di e-learning ad alta qualità, fruibile a vari livelli, adattata alle regioni del mondo e alla loro base linguistico-culturale. Ne abbiamo urgente bisogno anche perché ciò significherebbe offrire occupazione non soltanto agli insegnanti di lingua ma anche di altre materie culturali, come letteratura o storia dell’arte.

Prima del Covid-19 l’intera filiera della cultura in Italia valeva circa 92 miliardi cioè il 6% del PIL. Con l’indotto si arrivava fino a oltre 250 miliardi, cioè il 16% del PIL. Eppure l’appoggio dato all’insegnamento della lingua era minimo: qualche milione di euro che impallidivano di fronte alle centinaia di milioni annui britannici, francesi o tedeschi e addirittura alle decine di milioni dei portoghesi. Con il Recovery si può cambiare marcia. Il crollo del settore culturale, dovuto alla pandemia, è molto pesante per l’economia: una perdita di un milione e mezzo di posti di lavoro. Dobbiamo intervenire al più presto. Uno dei mezzi più rapidi è proprio l’insegnamento della lingua a distanza che può essere messo in campo in poco tempo.

Distanziamento sociale, nuove norme sulla mobilità, divieti di assembramento e impossibilità di viaggiare impediranno ancora per mesi -forse di più- al turismo di ripartire appieno, così come agli studenti stranieri di venire in Italia per accedere alle università e alle scuole di alta formazione culturale (restauro, archeologia ecc.). Rafforzare in tempi brevi l’insegnamento della lingua online è un modo per colmare un vuoto e prepararsi a rafforzare domani tutto il settore della cultura.

Non è possibile né auspicabile distaccare la lingua italiana dalla cultura, considerandola una parte ancillare e secondaria. È un errore corrente che mostra una scarsa comprensione di come l’Italia sia percepita nel mondo. La lingua italiana è legata al paese, al suo stile e alla sua qualità di vita molto più di quanto si pensi. Non è un caso che i brand nella nostra lingua siano secondi solo a quelli in inglese. Insegnare più italiano significa a termine “vendere” più Italia in tutti i sensi. Il Recovery dovrebbe sostenere la creazione di piattaforme digitali di didattica e offerta culturale a distanza”. (aise) 

Fonte: Investire sull’italiano per rilanciare il Paese (aise.it)

Morto a Buenos Aires Federico Bortolot, lo storico gelatiere de “Il Piave”

Il mondo dei gelatieri piange la scomparsa di Federico Bortolot, venuto a mancare all’età di 84 anni, a causa del Covid-19, domenica 10 gennaio.

Bortolot era il titolare della famosa gelateria “Il Piave”, orgoglio del gelato bellunese in Argentina. Erede di una lunga tradizione di maestri gelatieri di Zoppè di Cadore, in provincia di Belluno, che continua ancora grazie alla sua famiglia.

“Le nostre più sentite condoglianze alla figlie Sandra e Gabriela e ai nipoti Carolina, Lucila, Federico e Morena”. Queste le parole del presidente dell’Associazione Bellunesi nel MondoOscar De Bona, che si uniscono a quelle di Ernestina Dalla Corte Lucio, presidente della Famiglia Bellunese dell’Argentina.

Cinque anni fa aveva sofferto per la scomparsa di sua moglie Celina. Seguendo tutti i protocolli di sicurezza e rispettando le normative, le sue figlie e nipoti hanno fatto una piccola cerimonia per onorarlo. “Rimarrà sempre nei nostri cuori la sua gioia di vivere unica, il suo entusiasmo e come salutava sempre con un grande sorriso pieno di luce – continua Dalla Corte -, come lavorava con tanta passione ai vari progetti che erano il motore della sua gelateria, che aveva fondato sessantacinque anni fa. Lo ricorderemo sempre con quella energia e forza che vivranno nei cuori di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo”.

L’Associazione Bellunesi nel Mondo lo ricorderà in occasione dell’edizione 2021 del premio internazionale “Bellunesi che onorano la provincia di Belluno in Italia e all’estero”. (aise)

Fonte: L’addio dell’ABM a Federico Bortolot: morto a Buenos Aires lo storico gelatiere de “Il Piave” (aise.it)

Ventidue anni fa il funerale di De André

Poco conosciuto in America Latina, Fabrizio De André è stato il cantautore più famoso della scuola Genovese dei Cantautori, nata nella città della Lanterna fra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 dagli influssi rock e jazz d’oltreoceano e i chansonnier francesi. I suoi esponenti principali ne sono stati Luigi Tenco e De’ Andre’.

Quest’ultimo è nato il 18 febbraio 1940 a Genova ed è morto a Milano, l’11 gennaio 1999. Nelle sue ballate critica fortemente la Chiesa Cattolica e racconta la storia di persone marginali, di prostitute, ribelli come in Via del Campo, Bocca di Rosa, ecc. ecc.

Nel 1984 esce la sua composizione Crêuza de mâ, interamente in dialetto genovese, con musica arricchita da suoni di tutto il Mediterraneo, inclusi greci e turchi. Il disco riscuote un enorme successo e apre il cammino a un nuovo filone musicale, quello delle canzoni in dialetto.

De’ André è stato tanto famoso, amato e seguito in Italia, che in molte città gli hanno dedicato scuole, strade, piazze. A Genova, in via del Campo 29 rosso, c’é  la  “casa dei cantautori genovesi”, un museo dedicatogli interamente.

Molti testi delle sue ballate si studiano a scuola come poesie.

Il suo funerale si è svolto il 13 gennaio, a Genova, nella Basilica di Santa Maria Assunta in Carignano: circa diecimila le persone presenti, tra cui artisti, esponenti dello spettacolo, della politica e molte persone che lo amavano. Le sue ceneri, secondo la sua volontà, sono state sparse al largo di Genova, ma al Cimitero di Staglieno è possibile visitare la sua tomba.

Edda Cinarelli

Giovanni Antonio Buschiazzo e il cimitero della Recoleta

Juan Antonio Buschiazzo o meglio Giovanni Antonio Buschizzo è sicuramente uno degli architetti che ha dato un’impronta forte alla città di Buenos Aires. Nato in Piemonte, Italia, nel 1845, è immigrato da bambino in Argentina con i genitori, è morto a Buenos Aires nel 1917. E’ stato direttore del “Dipartimento delle Opere Pubbliche” del municipio e ha disegnato progetti di scuole, parchi, banche, mercati come quello di Sant’Elmo e ha progettato la “Av. De Mayo”. Una delle sue opere più conosciute è l’ingresso, in stile neo classico del Cimitero della Recoleta. Questo camposanto era stato inaugurato il 17 novembre 1822, durante il governo del brigadiere Martin Rodríguez, e Bernardino Rivadavia, ministro di Governo, su un progetto di Próspero Catelin, sul terreno in cui prima c’era stato l’orto del convento adiacente dei Frati Francescani “ Recoletos”, costruzione ancora esistente che funziona come centro culturale. Nel 1880,  Torcuato de Alvear—primo sindaco della città di Buenos Aires, ha dato a Buschiazzo il compito di restaurarlo, pavimentarlo, costruirne l’ingresso e  il muro di cinta, opere terminate nel 1882.

Il cimitero è una delle principali mete turistiche della città di Buenos Aires, Ubicato nel rione omonimo è un vero museo all’aperto, ricco d’opere d’arte funerarie e testimonianze storicheOltre novanta dei suoi monumenti funerari sono stati dichiarati Monumenti Storici Nazionali e il Cimitero stesso è considerato Museo Storico Nazionale dal 1946.

L’ex Prima Donna argentina Eva Perón, personaggio leggendario, riposa in questo grande cimitero, con tanti altri protagonisti della storia argentina, come Raùl Alfonsin, Presidente dell’Argentina dal 10 dicembre 1983 all’8 luglio 1989, il primo dopo l’ultima dittatura, che è deceduto nel 2009.

La sua tomba è stata disegnata dagli architetti Luis Cabillón y Pablo Turchet.

Il cimitero si può visitare da martedì a venerdì, alle 11 e alle 14, e ogni sabato e domenica, alle 11 e alle 15, si organizzano tour guidati gratuiti; info: https://turismo.buenosaires.gob.ar

Edda Cinarelli

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