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November 2020 - page 2

Corona di fiori e minuto di silenzio in Piazza Italia: l’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires omaggia i caduti 

Con un omaggio composto e rispettoso del regime di lockdown ancora vigente in Argentina per la pandemia da coronavirus, l’ambasciatore italiano a Buenos Aires Giuseppe Manzo, accompagnato dal solo Addetto alla Difesa, Elio Babbo, ha commemorato questa mattina la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate italiane con una cerimonia senza la presenza di pubblico nella centrale Piazza Italia della capitale argentina.

Dopo la deposizione di una corona di fuori e un minuto di silenzio davanti al monumento equestre che ricorda Giuseppe Garibaldi, l’ambasciatore ha detto fra l’altro:

“Oggi onoriamo i nostri caduti con un omaggio rispettoso delle difficoltà e delle sofferenze che ci circondano nel mondo”.  Un omaggio, ha aggiunto, che “per questo motivo è ancora più sentito ai valori di solidarietà e unità nazionale che celebriamo oggi e che le nostre forze armate difendono ogni giorno”.

Dall’Argentina circa 20.000 italiani emigrati tornarono a difendere l’Italia nella Prima Guerra Mondiale. “Le foto del porto di Buenos Aires, dove la folla salutava i nostri connazionali che partivano per tornare in Italia, raccontano questa storia di coraggio e unità tra i nostri due Paesi”, ha infine scritto l’ambasciatore Manzo in un messaggio inviato all’Associazione Italiana Ex Combattenti.

Buenos Aires, 4 novembre 2020

Attentato di Vienna, la condanna del Papa: “Basta violenza, solo l’amore spegne l’odio”

«Basta con la violenza! Solo l’amore spegne l’odio». Nelle 190 battute di un tweet si condensa tutto il dolore di Papa Francesco per l’attacco terroristico che, ieri notte, ha sconvolto Vienna, dove sei diversi agguati armati nel centro della città hanno portato alla morte di cinque persone e di uno degli attentatori, ucciso dalla polizia. Ventidue, invece, i feriti ricoverati negli ospedali viennesi, secondo gli ultimi bollettini medici.

Come giorni fa per l’attentato nella cattedrale di Nizza, Francesco sceglie il suo account su Twitter @Pontifex, in nove lingue, come via privilegiata per lanciare contemporaneamente a milioni di persone un appello: «Esprimo dolore e sgomento per l’attacco terroristico a Vienna e prego per le vittime e i loro familiari. Basta con la violenza! Costruiamo insieme pace e fraternità. Solo l’amore spegne l’odio».

In un successivo telegramma a firma del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin, il Pontefice ha espresso «profonde condoglianze» ai parenti dei defunti e all’intero popolo austriaco, pregando anche per la rapida guarigione dei feriti. «Papa Francesco implora il Signore, affinché cessino violenza e odio e venga promossa la convivenza pacifica nella società», si legge nel documento in tedesco inviato all’arcivescovo di Vienna, il cardinale Christoph Schönborn.

Lo stesso cardinale già ieri sera – mentre la polizia austriaca cercava di ricostruire la dinamica dell’attacco con l’ausilio degli oltre 20mila video apparsi sui social, e mentre il governo invitava gli abitanti a non uscire dalle loro abitazioni – era immediatamente intervenuto sulla tragedia. Dopo aver trascorso tutta la notte nella cappella del Palazzo arcivescovile, l’arcivescovo ha detto di aver pregato in queste ore drammatiche «per le vittime, le forze dell’ordine e perché non si verifichi alcun altro spargimento di sangue».

Dalle telecamere dell’emittente Orf, Schönborn si è poi rivolto direttamente ai viennesi cercando di calmare gli animi: «L’odio non deve essere una risposta a questo odio cieco. L’odio genera solo nuovo odio». Dal cardinale anche l’invito a non farsi intrappolare dal panico e dalle paure: «Continuate sulla strada della solidarietà, della comunità e del rispetto reciproco. Sono valori che hanno plasmato l’Austria».

«Anche se ora dobbiamo mantenere le distanze a causa della pandemia, non dobbiamo tenere a distanza i nostri cuori. Finché il calore nella nostra società è più forte della freddezza dell’odio, non dobbiamo scoraggiarci», ha aggiunto Schönborn, come riportato da Kathpress.

Il rumore degli spari e il sangue versato per le strade hanno riacceso nel porporato il ricordo dell’attacco terroristico che 39 anni fa, il 29 agosto 1981, colpì Vienna e proprio la sinagoga Stadttempel, teatro di uno degli agguati di ieri. Un commando palestinese attaccò quel giorno il luogo di culto con quattro bombe a mano lanciate durante un bar mitzvah. Vienna e il suo popolo allora seppero rialzarsi, ora sono chiamati a fare lo stesso, ha affermato Schönborn, che ha ribadito: «Qualunque sia la motivazione dell’attacco odierno, deve essere chiaro che non c’è mai alcuna giustificazione alla violenza cieca».

Intanto da tutto il mondo sono giunti messaggi di solidarietà. Anche la Conferenza episcopale italiana, riunita in videocollegamento per la sessione straordinaria del Consiglio Episcopale permanente, si è stretta intorno «alle vittime degli attentati, alle loro famiglie, ai pastori, ai fedeli, ai popoli francese e austriaco». Aprendo i lavori in sostituzione del cardinale presidente Gualtiero Bassetti, ricoverato in terapia intensiva a Perugia perché positivo al Covid, il vicepresidente Cei monsignor Mario Meini ha detto: «Nizza, Lione e Vienna: in questi giorni si è tornati a rivivere il dramma della ferocia e della crudeltà di chi cerca di minare alle fondamenta la nostra appartenenza e la nostra fede. Una recrudescenza di brutalità che serpeggia anche all’interno del resto d’Europa e che non possiamo ignorare: né come comunità cattolica, né come cittadini di una democrazia».

«Condanniamo fermamente la cultura dell’odio e del fondamentalismo che usa l’alibi religioso per corrodere con la violenza il tessuto della società, anche attraverso l’anticristianesimo e l’antisemitismo», ha affermato il vescovo, ribadendo la certezza che «l’odio di pochi non disperderà il tesoro prezioso di collaborazione fraterna, costituito da una grande maggioranza di persone di diverse religioni. Come testimoniato dai tanti fratelli islamici, provati da quanto avvenuto in Francia e in Austria».

A testimonianza di queste parole è giunta nelle scorse ore una nota della Grande Moschea di Roma che ha definito l’attentato di Vienna «un atto satanico». Il professor Abdellah Reduane si è fatto carico di esprimere a nome dei musulmani che frequentano il Centro Islamico Culturale «la ferma e assoluta condanna di questi crimini compiuti in nome di “Allah Akbar” anche se in realtà si tratta di un gesto satanico che la nostra comunità islamica deve condannare senza se e senza ma». «Siamo chiamati come musulmani», ha detto Redouane, «ad impegnarci nel debellare preventivamente queste azioni diaboliche al momento della loro semina e germinazione. Il silenzio e l’indifferenza sono una sorta di omertà inaccettabile. Dobbiamo bannare l’ambiguità e il doppio linguaggio dalla nostra retorica, dai nostri sermoni e dai nostri processi formativi ed educativi destinati particolarmente alle nostre nuove generazioni».

Fonte https://www.ilsecoloxix.it/mondo/vatican-insider/2020/11/03/news/attentato-di-vienna-la-condanna-del-papa-basta-violenza-solo-l-amore-spegne-l-odio-1.39496083

Conte firma il nuovo DPCM

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha firmato oggi il Dpcm del 3 novembre con le nuove misure per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19. Le nuove restrizioni saranno in vigore da domani al 3 dicembre. Il nuovo decreto contiene norme valide su tutto il territorio nazionale – come il coprifuoco dalle 22.00 alle 5 del mattino – prevedendo provvedimenti più stringenti per singoli territori o regioni a rischio.

In tutta Italia rimane obbligatorio l’uso della mascherina, il rispetto della distanza e delle norme di igiene.
Coprifuoco, come detto, dalle 22.00 alle ore 5.00 del giorno successivo: in queste ore sono consentiti esclusivamente gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative, da situazioni di necessità ovvero per motivi di salute. È in ogni caso “fortemente raccomandato”, per la restante parte della giornata, di non spostarsi, con mezzi di trasporto pubblici o privati, salvo che per esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi.

Potranno essere chiuse – per tutto il giorno o solo in alcune ore – strade o piazze dove si possono creare situazioni di assembramento.

I locali pubblici e aperti al pubblico e gli esercizi commerciali dovranno esporre all’ingresso un cartello che riporti il numero massimo di persone ammesse contemporaneamente all’interno.

Non cambia nulla per le restrizioni già previste su ingresso ai parchi, sport e luoghi di culto.

Chiudono anche i musei, sospese, dunque, tutte le mostre.

Sul fronte istruzione, il decreto introduce la didattica a distanza al 100% per la scuola di secondo grado; attività in presenza, invece, per la scuola dell’infanzia, il primo ciclo di istruzione e per i servizi educativi per l’infanzia. Insegnamento a distanza per le Università. Sospesi i concorsi.

Negli ospedali gli accompagnatori dei pazienti non possono rimanere nelle sale di attesa dei dipartimenti emergenze e accettazione e dei pronto soccorso (DEA/PS); limitati gli ingressi nelle RSA.

Per il commercio al dettaglio, ingressi dilazionati e distanza interpersonale; nelle giornate festive e prefestive sono chiusi gli esercizi commerciali presenti all’interno dei centri commerciali e dei mercati, a eccezione delle farmacie, parafarmacie, presidi sanitari, punti vendita di generi alimentari, tabacchi ed edicole.

Le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie) sono consentite dalle ore 5.00 fino alle ore 18.00; il consumo al tavolo è consentito per un massimo di quattro persone per tavolo, salvo che siano tutti conviventi; dopo le ore 18,00 è vietato il consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici e aperti al pubblico; resta consentita senza limiti di orario la ristorazione negli alberghi e in altre strutture ricettive limitatamente ai propri clienti, che siano ivi alloggiati; resta sempre consentita la ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché fino alle ore 22,00 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze. Le attività dalle 5 alle 18 restano consentite a condizione che le Regioni e le Province autonome abbiano preventivamente accertato la loro compatibilità con l’andamento della situazione epidemiologica sul territorio.

Restano comunque aperti gli esercizi di somministrazione di alimenti e bevande nelle aree di servizio e rifornimento carburante lungo le autostrade, negli ospedali e negli aeroporti.

Nulla cambia per i servizi bancari e assicurativi.

Per i mezzi pubblici del trasporto locale e del trasporto ferroviario regionale, con esclusione del trasporto scolastico dedicato, si introduce il limite della capienza al 50 per cento.

Per il lavoro si raccomanda ove possibile quello a distanza.

LO SCENARIO 3

Il secondo articolo del decreto, introduce norme restringenti in caso di “scenario 3” cioè per le regioni con un rischio “alto”. L’ingresso di un territorio in uno scenario – che sia il 3 o il 4 – è stabilito dal Ministero della Salute in raccordo con le regioni interessate.

Sarà compito del ministero verificare ogni settimana l’andamento dell’epidemia nei territori a “scenario 3”.
Le restrizioni.

Vietati ogni spostamento in entrata e in uscita, salvo che per gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute. Consentito andare a scuola – ove permesso – rientrare presso il proprio domicilio, abitazione o residenza.

Vietato ogni spostamento con mezzi di trasporto pubblici o privati, in un comune diverso da quello di residenza, domicilio o abitazione, salvo che per comprovate esigenze lavorative, di studio, per motivi di salute, per situazioni di necessità o per svolgere attività o usufruire di servizi non sospesi e non disponibili in tale comune.

Sospese le attività dei servizi di ristorazione (fra cui bar, pub, ristoranti, gelaterie, pasticcerie), ad esclusione delle mense e del catering continuativo su base contrattuale a condizione che vengano rispettati i protocolli o le linee guida diretti a prevenire o contenere il contagio. Resta consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto, nonché fino alle ore 22,00 la ristorazione con asporto, con divieto di consumazione sul posto o nelle adiacenze.

LO SCENARIO 4

Misure ancora più stringenti sono previste per i territori che si troveranno nello “scenario 4”, dove sono parimenti vietati tutti gli spostamenti – con le solite eccezioni – i negozi chiusi, tranne gli alimentari e quelli di prima necessità, sospese tutte le attività dei servizi di ristorazione; attività motoria consentita solo vicino casa.

Quanto alla scuola, in uno scenario 4 il decreto prevede che, fermo restando lo svolgimento in presenza della scuola dell’infanzia, della scuola primaria, dei servizi educativi per l’infanzia e della prima media, tutte le attività scolastiche e didattiche si svolgono esclusivamente con modalità a distanza. Sospese le attività inerenti servizi alla persona; i datori di lavoro pubblici limitano la presenza del personale nei luoghi di lavoro.

Il decreto prosegue con specifici articoli per le attività produttive e industriali, regola le misure di informazione e prevenzione sull’intero territorio nazionale, precisa le limitazioni agli spostamenti da e per l’estero con gli obblighi a carico di chi torna in Italia. (aise)

Fonte https://www.aise.it/primo-piano/conte-firma-il-nuovo-dpcm/152360/160

Nuovo canale podcast del MAECI: “Voci dalla Farnesina”

Viene inaugurato oggi “Voci dalla Farnesina”, il nuovo canale podcast del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’Agenzia ANSA.

Ogni episodio racconterà, con le voci di coloro che lavorano al Ministro degli Esteri e nella vasta rete di Ambasciate, Consolati e Istituti di Cultura, l’operato della Farnesina in Italia e nel mondo, consentendo così uno sguardo “dietro le quinte” sull’attività della Farnesina: politica estera, cooperazione allo sviluppo, assistenza ai connazionali in difficoltà, emissione di visti turistici e d’affari, ma anche commercio internazionale, promozione del Made in Italy e molto altro.

Quali sono gli strumenti economici che la Farnesina mette in campo per i connazionali all’estero in difficoltà per effetto della pandemia?

Cosa fa il Ministero degli Esteri per promuovere la lingua e la cultura italiane all’estero attraverso la propria rete diplomatica e degli Istituti di Cultura?

In che modo la cooperazione italiana allo sviluppo sta rispondendo alla crisi globale causata dalla pandemia per favorire il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs)?

Cosa fanno i Consolati italiani per assistere i nostri connazionali in stato di fermo o arresto all’estero?

Questi saranno alcuni dei temi che ogni settimana saranno affrontati all’interno delle puntate podcast. Saranno invece pubblicati con frequenza quotidiana nell’ambito della rubrica “Farnesina per le imprese” delle pillole interamente dedicate a presentare idee e opportunità specificatamente destinate alle imprese italiane a sostegno del loro percorso di internazionalizzazione.

Si comincia oggi con la puntata “zero”: un dialogo tra il segretario generale del Ministero degli Esteri, l’ambasciatrice Elisabetta Belloni, e il direttore dell’Agenzia ANSA, Luigi Contu, per raccontare obiettivi e contenuti di questo nuovo progetto editoriale, che cerca di rispondere alla domanda “cosa vuol dire diplomazia” e quale impatto l’attività del Ministero degli Esteri abbia sulla vita delle persone e sulla tutela e promozione degli interessi dell’Italia nel mondo. (aise)

Fonte https://www.aise.it/primo-piano/voci-dalla-farnesina-il-nuovo-canale-podcast-del-maeci-/152366/160

Il 4 novembre: Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate

“Il 4 novembre – Giorno dell’Unità Nazionale e Giornata delle Forze Armate – celebra il valore dell’unione dei territori e dei popoli che con il Risorgimento hanno dato origine all’Italia. In questa importante giornata, in cui onoriamo le Forze Armate, protagoniste, nella prima guerra mondiale, del compimento del disegno risorgimentale, rivolgo il più commosso pensiero a quanti hanno sacrificato la propria vita per la Patria lungo il tormentato percorso che ha permesso l’edificazione nella Repubblica di uno Stato finalmente unito e libero”. Così il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio inviato al Ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. Come di consueto, il Capo dello Stato si è recato questa mattina all’Altare della Patria dove ha deposto una corona d’alloro sulla Tomba del Milite Ignoto; con lui i presidenti di Camera e Senato, Fico e Casellati, il premier Giuseppe Conte e i vertici militari.

“I sacrifici compiuti sono stimolo ad adempiere ai nostri doveri di cittadini, a maggior ragione nei momenti difficili come quello attuale, che richiedono responsabilità, determinazione, probità”, sottolinea Mattarella nel messaggio. “Le Forze Armate – ricorda – hanno saputo corrispondere all’emergenza sanitaria senza risparmio di energie, con il proprio personale altamente specializzato, medici, infermieri, mezzi e strutture mediche, nonché con la intensificazione dei contributi alla sicurezza della convivenza civile nell’ambito dell’Operazione Strade Sicure per il controllo delle aree più a rischio”.

Insieme – sottolinea Mattarella – supereremo questi giorni difficili così come insieme abbiamo costruito la Repubblica, libera e prospera. Le donne e gli uomini delle Forze Armate, con la prontezza e la professionalità che li contraddistingue, dimostrano, ancora una volta, il loro essere risorsa preziosa e insostituibile, in armonia con le altre articolazioni dello Stato. Il loro operato, silenzioso ed efficace, e la loro genuina dedizione suscitano orgoglio e profonda riconoscenza in tutto il Paese”.

“La capacità di coniugare valore e coraggio con altruismo, generosità ed empatia nei riguardi del tessuto sociale locale – di qualsiasi cultura e fede – è peculiarità che caratterizza i nostri militari ed è patrimonio della nostra storia”, aggiunge. “Il contributo fornito sul territorio e nei diversi contesti di crisi nel mondo è unanimemente riconosciuto e valorizza l’autorevolezza e il prestigio delle nostre Forze Armate. Soldati, Marinai, Avieri, Carabinieri, Finanzieri e personale civile della Difesa che, in questo stesso momento, state profondendo le vostre migliori energie al servizio del Paese, siate sempre degni del giuramento di fedeltà prestato alla Repubblica dinnanzi alla Bandiera, suo emblema unitario più rappresentativo, in nome e per l’affermazione dei valori di pace, giustizia e libertà”.

“A ciascuno di voi – conclude il Presidente – esprimo il ringraziamento per la vostra opera e rivolgo l’augurio più cordiale e un affettuoso saluto, con le espressioni della più viva stima, a nome del popolo italiano. Viva le Forze Armate, viva la Repubblica”. (aise) 

Fonte https://www.aise.it/primo-piano/mattarella-forze-armate-risorsa-preziosa-e-insostituibile/152344/160

Una storia dimenticata: italiani a Ushuaia (nella fine del mondo)

Ushuaia si trova 140 km a NW di Capo Horn (situato nel Cile). E’ la città più australe del mondo e si trova sulla costa meridionale della Terra del Fuoco, in un paesaggio circondato da montagne che dominano il Canale Beagle (Ushi = al fondo, Waia=baia). Baia al fondo, alla fine. È così che gli indigeni Yamanas, da oltre seimila anni, chiamano il loro mondo: la “fine del mondo”.

Nell’immediato dopoguerra, la decisione del governo argentino di costruire la capitale Ushuaia nella Terra del Fuoco fu presa per riaffermare la sovranità del paese sull’isola Grande, all’epoca oggetto di aspre dispute con il confinante Cile. Siamo nel 1947 e le imprese italiane ricevono l’incarico di costruire opere pubbliche. L’unica struttura presente sull’isola è un vecchio penitenziario ormai fatiscente. Occorre partire da zero: case, strade, ospedale, scuola, centrale idroelettrica. Ad organizzare la spedizione è Carlo Borsari, imprenditore edile bolognese e proprietario di una fabbrica di mobili che convince il governo argentino di saper operare con le sue maestranze anche in climi molto rigidi. Nella primavera del 1948 il presidente Peròn firma il decreto che attribuisce all’imprenditore italiano la commessa di lavoro. Il 26 settembre 1948 salpa dal porto di Genova la prima nave che, guarda caso, si chiama “GENOVA”, con a bordo, 506 uomini e 113 donne, per un totale di 619 lavoratori.

La M/n GENOVA della Co.Ge.Da. è in partenza da Ponte dei Mille per la Terra del Fuoco. Questa rara fotografia è una preziosa testimonianza di quella grande spedizione.

Durante il lungo viaggio della nave, le autorità argentine vietano di scalare i soliti porti intermedi per evitare defezioni. La paga dei lavoratori è di circa 3,5 pesos, superiore rispetto ad altri luoghi in Argentina e permette di mandare soldi alle famiglie in Italia.

Il 28 ottobre 1948, dopo 32 giorni di oceano, la M/n Genova giunge ad Ushuaia con un carico umano colmo di speranze e con le stive stracolme di materiale. Ad accoglierla c’è il ministro della Marina argentina dell’epoca. La stagione è la più favorevole per iniziare i lavori. Per i primi mesi una parte degli operai è sistemata nei locali dell’ex penitenziario, il rimanente alloggia a bordo di una nave militare del governo.

La mano d’opera è soprattutto emiliana, ma non mancano piccole comunità di veneti, friulani e croati. Nelle ampie stive della nave c’è tutto l’occorrente per la costruzione ed il montaggio di un paese moderno. Del carico fanno parte 7.000 tonnellate di materiale per allestire una fornace e la centrale idroelettrica, vi sono mezzi di trasporto leggeri e pesanti, gru, scavatrici, case prefabbricate, generatori, l’attrezzatura per la costruzione di una fabbrica di legno compensato e persino le stoviglie per la mensa dei dipendenti. L’inventario della merce trasportata comprende tutto il necessario alla comunità per essere autosufficiente ed il suo valore attuale corrisponde a venti milioni di euro che il governo argentino, ha pagato all’impresa Borsari che li aveva anticipati.

Agli emigranti provenienti dal nord Italia, le montagne alle spalle di Ushuaia ricordano le Alpi, e per tutti loro la nuova terra significa un futuro migliore per se stessi e per i propri figli. I primi due anni pattuiti con Borsari sono veramente duri per il freddo, la neve, l’oscurità e con le difficoltà di costruire opere murarie e idrauliche. Onorato il contratto, in molti decidono di stabilirsi definitivamente in questa città che hanno creato dal nulla e che sentono ormai propria. Grazie al lavoro di un nucleo di avventurieri italiani, si assiste ad un fenomeno di migrazione di massa unico al mondo. Ushuaia cresce, si popola e si trasforma in una città viva, speciale per varietà di razze e culture.

Lo sforzo per l’ambientamento climatico fu sostenuto dagli emigranti grazie anche al promesso ricongiungimento con le famiglie, che fu rispettato e si concretizzò con l’arrivo di una seconda nave italiana, la M/n “Giovanna C.” che giunse a Ushuaia il 6 settembre 1949 con mogli e figli. Quel giorno la comunità italiana raggiunse le 1300 unità.

Gino Borsani aveva promesso due anni di lavoro ben pagato, terre e case ai suoi uomini. “Alcuni di noi non sapevano neppure dove erano diretti” – dice Elena Medeot 78 anni, nata a Zara – “In Italia c’era il mito dell’ Argentina, ma quando siamo arrivati qui, dopo un mese di navigazione, abbiamo scoperto la verità. Per scaldarsi, in un posto dove in piena estate la temperatura raramente supera i 10 gradi, si doveva risalire la montagna per fare un po’ di legna. Le promesse del bolognese svanirono in pochi mesi, così come il sogno di tutti, mettere da parte un po’ di soldi e tornare a casa.

“Però si mangiava carne tutti i giorni e questo già sembrava un miracolo”. Ricorda Dante Buiatti nato a Torreano di Martignacco. “Nel 1923 Avevo un lavoro in Friuli, ma era più importante dimenticare la guerra e a casa non ce la facevo”.

Dante fu uno dei pochi pionieri, arrivati ad Ushuaia con la ditta Borsari, che scelse di restare in quella terra al confine del mondo. La maggioranza, infatti, rincorse orizzonti più caldi, spostandosi in altre province “più ospitali” dell’Argentina.
Buiatti s’impegnò nell’attività commerciale del paese, che oggi continua con sua figlia Laura; mentre Leonardo, il figlio minore, gestisce un albergo.
 Sempre col cuore rivolto alla sua cittadina natale, Dante Buiatti fu uno dei principali animatori dell’associazionismo friulano e italiano nella Terra del Fuoco. Fino al giorno della sua morte è stato il principale punto di riferimento per gli studiosi dei processi migratori, per la collettività italiana, per i giovani della comunità friulana di Argentina ed Uruguay e, fondamentalmente per i suoi cinque nipoti.

Franco Borsari, figlio dell’imprenditore, ricorda ancora lo stacco del padre dalla banchina del porto di Genova. Nel 1948 aveva solo 5 anni e La lontananza terminò nel 1953 quando, insieme alla madre e le due sorelline, raggiunse suo padre a Buenos Aires per rimanervi fino agli anni Sessanta.

Marco David fu il primo figlio di italiani a nascere ad Ushuaia. I genitori erano tra coloro che vissero per qualche tempo su una nave militare del governo argentino, fino alla costruzione delle prime baracche. Il padre era responsabile tecnico del cantiere e ricorda: “C’era solo abbondanza di carne di pecora, tutto il resto doveva arrivare via nave, e d’inverno lo sbarco non era mai assicurato a causa del cattivo tempo”. La famiglia rimase ad Ushuaia fino al 1964.

Anna Maria Floriani, 85 anni, insieme al marito Osvaldo Tartarini, carrozziere, e la figlioletta Claudia di sedici mesi, fece parte del primo gruppo della M/n Genova. Di quell’impresa ricorda soprattutto il freddo dei primi tempi: “Fummo alloggiati nell’ex penitenziario, in una stanza di due metri e mezzo per due, senza cibo fresco, schiacciati dal peso della nostalgia e della solitudine. Ci sentivamo abbandonati dal mondo”. Ricorda infine le parole del marito che, arrivati nello stretto di Magellano e vedendo un cimitero di navi affiorare qua e là disse con le lacrime agli occhi: “Dove sto portando la mia famiglia?”

Mentre l’Italia si rimboccava le maniche nella ricostruzione dopo la tempesta del secondo conflitto mondiale, quella piccola, dimenticata spedizione diventò per molti di loro un’occasione di benessere e tranquillità economica.

Oggi Ushuaia è una meta turistica per crocieristi, un’isola relativamente felice nel disastro economico e sociale in cui vive l’Argentina.

Per molti anni i suoi disagiati abitanti hanno ricevuto stipendi superiori alla media nazionale, grazie anche al suo “porto franco” che diventò una ghiotta occasione per rilanciare piccole industrie e commerci. Oggi il suo centro è costellato di negozi che traboccano merce importata, e non sembra affatto una città posta ai confini del mondo. Gli italiani che hanno resistito alla tentazione di ritornare in patria non si lamentano più e si sono perfettamente ambientati come i loro figli argentini. Qualcuno è diventato persino benestante, come l’imprenditore Luciano Preto, scomparso l’anno scorso.

Certo, Ushuaia resta pur sempre la fin del mundo e i contatti con l’Italia, per mezzo secolo, sono stati davvero pochi. Dante Buiatti e Elena Medeot ci sono tornati solo una volta, con la nave, trent’ anni fa. Gli eventi legati alla patria furono pochi ma indimenticabili, come la visita di Maria Beatrice di Savoia, nel 1961, l’arrivo della rivista di fotoromanzi, Grand Hotel, che le donne si passavano di mano in mano per mesi. Poi, negli anni Settanta, le feste a bordo delle navi da crociera Costa (Eugenio C. e, in seguito la Costa Allegra) che si fermavano alla fonda nella baia.La memoria muove molte emozioni e ogni 28 ottobre si consuma un rito. A USHUAIA, nella gelida Terra del Fuoco (Argentina), quindici reduci della M/nave Genova, da cinquantatré anni issano la bandiera italiana nel vento gelido che soffia dall’ Antartide. Si contano di nascosto per vedere se manca qualcuno, si abbracciano con qualche lacrima e non dimenticano di rendere omaggio anche alla loro seconda bandiera, quella bianca e azzurra dell’ Argentina. Figli e nipoti si stringono tutti gli anni attorno ai loro nonnos, come chiamano indistintamente i quindici vecchietti, e cercano a fatica di conservarne la storia e le tradizioni. Quindici sono i sopravvissuti di una delle più straordinarie storie dell’emigrazione italiana nel mondo.

Fa tenerezza la tenacia della piccola comunità italiana, che vuole ricordare, conservare la storia, non far sparire tutto davanti al tempo che inevitabilmente si porterà via i protagonisti della grande avventura.

Carlo Gatti (pubblicato da Mare Nostrum Rapallo il 11/02/2012)

Fonte https://www.marenostrumrapallo.it/index.php?option=com_content&view=article&id=168:ushuaia&catid=36:storia&Itemid=163&jjj=1604415201708

Troppo tardi – di Mimmo Porpiglia

“Questo è l’ultimo numero di Gente d’Italia. Non chiudiamo per la crisi, per la pandemia. Chiudiamo perché un giornale scomodo, libero, è un giornale fragile. Chiudiamo perché un giornale pensato per i lettori e non per le istituzioni può essere messo in discussione dalle istituzioni. Chiudiamo perché noi abbiamo ragione e chi aveva dubbi ha torto. E così chi aveva dubbi avrà la possibilità che qualunque cosa faccia, o non faccia, non venga messa in discussione. Noi chiudiamo perché qualcuno ha espresso dubbi su questo giornale; e noi non abbiamo risposto con dubbi o condizionali, ma con i fatti e con i documenti e i fatti e i documenti ci hanno dato ragione. Ma troppo tardi”. È questo il titolo del pezzo che lo stesso Mimmo Porpiglia, fondatore e direttore di “La Gente d’Italia”, ha scritto annunciandone amaramente la chiusura.

Troppo tardi perché un giornale serio è fatto di comportamenti seri, nei confronti dei dipendenti, dei fornitori e dei lettori.

Chiudiamo perché avevamo detto che se non avessimo incassato il contributo pubblico avremmo chiuso a fine ottobre. E solo il 30 ottobre il nostro avvocato è stato informato.

Troppo tardi per un’impresa che deve programmare le sue cose, che deve pagare gli stipendi ai giornalisti, che deve onorare i contratti. Non è una chiusura semplice; non è semplice per i nostri giornalisti, ai quali assicuriamo quattro mesi di stipendio per curare l’edizione digitale e per dargli il tempo di trovare un’altra occupazione. Non è semplice per i nostri fornitori che, infatti, ci stanno facendo scrivere dai legali; non per chiedere di essere pagati, in quanto lo sempre stati, ma perché ritengono che la disdetta non sia stata inviata nei tempi dovuti. Se così è la responsabilità se la assumerà chi di questo è responsabile, ma decideranno i giudici. Non è facile per le nostre decine di migliaia di lettori, italiani in Uruguay, e nel resto del mondo per i quali questo giornale era un necessario collegamento, culturale ed affettivo, con l’Italia. E le centinaia di lettori lo testimoniano. Non è semplice per me che ho fondato Gente d’Italia ventidue anni fa e che l’ho portata da Miami a Montevideo; che per anni ho cercato di dare voce a chi non ha voce, di raccontare i fatti, di portare la bella lingua italiana in Uruguay e nel mondo. Non è semplice perché dall’inizio del 2020 stavamo lavorando per fare un giornale nuovo, più adeguato ai tempi, più accattivante nella forma.

Anche he con un telegiornale Tv ma sempre rigoroso nei contenuti. Stavamo lavorando per ripetere la bellissima esperienza del Corso di giornalismo multimediale qui a Montevideo. Per dare un lavoro e una specializzazione a tanti giovani innamorati del nostro Paese, della lingua di Dante. Per formare dei veri professionisti dell’informazione italiana all’estero. Un requisito purtroppo alieno nel panorama dell’italica emigrazione.

La chiusura di questo giornale non è vittoria né dei lettori, né dei giornalisti. Ma sicuramente è una grande sconfitta di chi per capriccio ha lavorato (per modo di dire) per renderci la vita impossibile”. (aise) 

Fonte https://www.aise.it/rassegna-stampa/troppo-tardi-di-mimmo-porpiglia/152279/157

Morto Gigi Proietti, addio al grande mattatore della scena italiana

Aveva sempre ironizzato sulla sua data di nascita: “Che dobbiamo fa’? La data è quella che è, il 2 novembre”. Gigi Proietti è morto per gravi problemi cardiaci, dopo essere stato ricoverato in terapia intensiva in una clinica romana. La famiglia ha mantenuto il massimo riserbo che oggi dice: “Sarà ricordato come merita nei tempi e modi da definire”. Si parla di esequie pubbliche ma con ingressi contingentati.

Una carriera ricca, lunghissima, più di mezzo secolo in scena e sul set. Talento unico, autoironia, cinismo romano stemperato nella battuta, scopre il teatro all’università. “I miei ci tenevano alla laurea” racconta, “io studiavo, si fa per dire, Giurisprudenza ma la sera mi esibivo. Poi il mio amico Lello, che suonava nella nostra band, una sera viene a vedermi e mi dice: ‘Devi fare questo’. Ho capito che recitare mi piaceva tantissimo, è diventata la mia vita. Ma per papà non era la scelta giusta, era preoccupato e mi ripeteva: ‘Prendi un pezzo di carta, se piove o tira vento è una sicurezza'”.

Un vero mattatore, che passa dalla musica (fa il verso a Louis Armstrong, diverte con Nun me rompe er ca’ ispirandosi agli chansonnier) alle celebri macchiette di Petrolini, per arrivare a Shakespeare. I primi successi dell’attore romano arrivano in una cantina in Prati in cui recita Brecht e poi con lo Stabile dell’Aquila diretto da Antonio Calenda, che lo guida in testi di Gombrowicz e di Moravia.

La grande occasione arriva nel 1970 quando sostituisce Domenico Modugno, accanto a Renato Rascel nel musical Alleluja brava gente di Garinei e Giovannini. Da allora è interprete e autore di grandi successi teatrali, tra i quali Caro PetroliniCyranoI sette re di Roma. Dopo aver recitato nel 1974 nel dramma di Sem Benelli La cena delle beffe, accanto a Carmelo Bene, nel 1976 stringe un sodalizio con lo scrittore Roberto Lerici, insieme al quale scrive e dirige i suoi spettacoli rimasti nella storia, A me gli occhi, please è un trionfo. Lo riporta in scena nel 1993, nel 1996 e nel 2000, “Ringraziamo Iddio, noi attori abbiamo il privilegio di poter continuare i nostri giochi d’infanzia fino alla morte, che nel teatro si replicano tutte le sere”, confessa Proietti. “Non ho rimpianti, rifarei tutto, anche quello che non è andato bene”.

Continua a girare film, serie tv. Nel 1996 è protagonista della serie dei record d’ascolto Il maresciallo Rocca nel ruolo di un carabiniere padre di quattro figli che tutti gli italiani vorrebbero incontrare, ma prima c’erano stati Un figlio a metàItalian restaurant. In tv fa il varietà da Fatti e fattacci a Fantastico ma il teatro è la sua vita e la sua passione, fa rivivere Shakespeare al Globe Theatre, incoraggia i giovani attori come faceva nella sua celebre scuola (dove ha avuto allievi Flavio Insinna, Giorgio Tirabassi e tanti altri). Un talento vero, da Febbre di cavallo al doppiaggio: presta la voce a Gatto Silvestro, in coppia con Loretta Goggi (che fa il canarino Titti), e alle star: Richard Burton, Richard Harris, Marlon Brando, Robert de Niro e Dustin Hoffman. Doppia Sylvester Stallone che grida “Adrianaaaaa!”, nel primo Rocky. Di recente aveva partecipato alla nuova stagione di Ulisse con Alberto Angela.

Non aspettava i compleanni per fare i bilanci. “Sono abituato a farli tutti i giorni, quando arrivano gli appuntamenti importanti li ho esauriti. Sa cosa rispondeva Anna Proclemer a chi le chiedeva: ‘Cosa serve per fare l’attore?’. ‘La salute’. È fondamentale, e deve funzionare la testa”. Tre settimane fa, in una lunga intervista, ci aveva spiegato che era di sinistra. “Chi è di sinistra resta di sinistra, anche se non sono mai d’accordo con quello che dicono”. Era innamorato di Roma, la sua città, e Roma era innamorata di lui.

Silvia Fumarola (pubblicato da La Repubblica il 02/11/2020)

Fonte https://www.repubblica.it/spettacoli/people/2020/11/02/news/morto_gigi_proietti-272698267/?ref=RHTP-BH-I272698006-P2-S1-T1

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