Monthly archive

August 2020 - page 2

Pensioni: da ottobre verifica di esistenza in vita

Partirà nel mese di ottobre e sarà divisa in due scaglioni la prossima campagna per l’accertamento dell’esistenza in vita all’estero, verifica necessaria ai fini del pagamento delle pensioni Inps all’estero ed è attualmente effettuato da Citibank.

Per garantire la regolarità dei pagamenti, Citibank richiede infatti ai pensionati residenti all’estero di fornire un’attestazione di esistenza in vita recante, oltre alla firma del pensionato, anche quella di un operatore di Patronato, di un funzionario di un Ufficio consolare o di un’autorità locale abilitata.

La gravità dell’emergenza epidemiologica da Covid-19 in atto ha comportato a livello globale l’adozione di misure di contenimento del contagio, incidendo profondamente anche sulle attività connesse alla verifica generalizzata dell’esistenza in vita dei pensionati esteri.

In particolare, poiché la diffusione del contagio non ha permesso ai pensionati sottoposti a questo controllo di completare agevolmente il processo a causa delle chiusure degli Uffici consolari e di Patronato imposte dall’emergenza sanitaria, in accordo con Citibank l’Inps ha ritenuto opportuno procedere alla sospensione delle attività connesse all’accertamento dell’esistenza in vita, differendo l’avvio della verifica generalizzata.

In un messaggio dell’11 agosto scorso, l’Inps ha comunicato che si è resa necessaria una diversa articolazione delle aree geografiche rispetto alle precedenti verifiche e una differente tempistica per la presentazione delle attestazioni richieste ai fini della prova dell’esistenza in vita.

Per il controllo resta la suddivisione in due fasi cronologicamente distinte: la prima fase, riferita agli anni 2020 e 2021, si svolgerà da ottobre 2020 a febbraio 2021 e riguarderà i pensionati residenti in Sud America, Centro America, Nord America, Asia, Estremo Oriente, Paesi Scandinavi, Stati dell’Est Europa e Paesi limitrofi. Le comunicazioni saranno inviate ai pensionati a partire dal 1° ottobre 2020 e i pensionati dovranno far pervenire le attestazioni di esistenza in vita entro il 5 febbraio 2021. Nel caso in cui l’attestazione non sia prodotta, il pagamento della rata di marzo 2021, dove possibile, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza. In caso di mancata riscossione personale o di produzione dell’attestazione di esistenza in vita entro il 19 marzo 2021, il pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di aprile 2021.

Stessa tempistica per i residenti in Europa, Africa e Oceania che, a causa del diffondersi del contagio, non hanno potuto portare a termine la prima fase dell’accertamento dell’esistenza in vita con riferimento agli anni 2019 e 2020, per i quali, in via eccezionale, l’Inps ha ritenuto opportuno non sospendere i pagamenti alla scadenza dei termini ordinari previsti per il completamento di tale accertamento generalizzato (febbraio 2020).

La seconda fase della verifica, anche questa relativa al 2020 e al 2021, si svolgerà dalla fine di gennaio 2021 a giugno 2021 e riguarderà i pensionati residenti in Europa, Africa e Oceania. Le comunicazioni saranno inviate ai pensionati a partire dalla fine di gennaio 2021 e i pensionati dovranno far pervenire le attestazioni di esistenza in vita entro la prima metà di giugno 2021. Nel caso in cui l’attestazione non sia prodotta, il pagamento della rata di luglio 2021, dove possibile, avverrà in contanti presso le agenzie Western Union del Paese di residenza. In caso di mancata riscossione personale o di produzione dell’attestazione di esistenza in vita entro il 19 luglio 2021, il pagamento delle pensioni sarà sospeso a partire dalla rata di agosto 2021. (aise)

Fonte https://www.aise.it/primo-piano/pensioni-da-ottobre-verifica-esistenza-in-vita/149229/160

Nomi italiani e la perdita dell’Identità

La pratica della rettifica del mio nome è durata tre anni e mezzo da quando l’impiegata addetta al rilascio dei documenti non ha più saputo come chiamarmi essendo nato Paolo, registrato alla frontiera come Paulo e infine iscritto all’anagrafe come Pablo. “Mi metta il nome che mi piace di più o anche tutti e tre”, le ho risposto senza dare troppa importanza ma non ha voluto sentire argomenti: andava fatta la rettifica. Era febbraio del 2008 e a luglio del 2011 ho finalmente avuto il documento con il mio vero nome, quello che porto dalla nascita. In quello stesso periodo l’Agenzia delle Entrate locale, l’Inps argentina e l’Aci mi avevano già iscritto come Pablo, ma restano dettagli minori.

In effetti, da Paolo a Pablo cambia solo una consonante, ma da Stefano e Esteban o da Calogero a Carlos le differenze sono notevoli e a volte ambigue. Il cambio del nominativo contrasta direttamente con la memoria storica costitutiva dell’identità di ogni persona. Molti hanno accettato l’imposizione del cambio o la traduzione come una nuova identità ma altri abbiamo fatto ricorso ai mezzi legali e/o istituzionali dando luogo alla giurisprudenza, che ha aperto la strada al riconoscimento del nome originale di ogni straniero.

Purtroppo fino a pochissimi anni fa in Argentina non erano permessi i nomi stranieri, la legge 18248 li bandiva e la modifica del 2012 è vigente dal 2015. Per una persona nata nel territorio e quindi cittadina dalla nascita è un argomento solo giustificabile dal punto di vista della dottrina che vuole una nazione in linea al concetto di Stato-nazionale, che non riconosce la coesistenza di diverse culture, in netto contrasto con l’origine migratoria della popolazione locale, non solo di provenienza oltreoceano ma anche dai paesi di confine e da regioni interne del paese. Nuovamente la giurisprudenza ha avuto un ruolo decisivo e il susseguirsi di sentenze favorevoli ai nomi non ispanici ha dato luogo a questa modifica del Codice Civile che ammette l’assegnazione di non oltre tre nomi, purché non siano offensivi e non si tratti di cognomi scambiati per nomi.

Spuntano a decine le storie di compaesani alle prese con i nomi dei loro figli, molti li hanno chiamati in modo neutro con nomi che rimangono uguali in entrambe le lingue. Questo è il motivo dei tanti Roberto, Mario, Enzo, Emilio, Antonio per i maschi e delle tante Maria, Claudia, Emilia e Daniela nelle prime generazioni di nati in Argentina. Spesso si vedono anche le traduzioni dei nomi più diffusi in Italia come Vicente per Vincenzo, Rafael per Raffaele o Ana per Anna. Alcuni nomi rimangono gli stessi ma cambiano secondo il genere e altri sono completamente diversi, per cui sarebbe sbagliato cercare una corrispondenza esatta tra le due lingue. Addirittura lo stesso nome può essere identificato a generi diversi secondo la lingua e spesso le persone preferiscono essere chiamate con nomi diversi secondo la lingua che parlano, è il tipo caso delle donne chiamate Andrea.

Una particolarità del tutto spagnola è la grande diffusione del doppio nome al punto che è molto raro trovare gente che ne porti solo uno. Ma la principale caratteristica è la grande diffusione di Maria come primo seguito da quello che passa ad essere quello distintivo, declassando il primo in un semplice arredo nominale: la quasi totalità delle donne dichiara di non riconoscersi con il solo nome Maria.

La novità è che da cinque anni è permesso dalla legge nominare i bambini Rocco, Vito, Matteo ma anche Chiara, Fiore e tra i tanti altri nomi. Adesso la scelta generazionale sembra orientarsi verso i nomi più corti, unici e semplici evitando nomi composti, lunghi e difficili da pronunciare. Questa tendenza viene confermata anche dalla scelta di altri nomi di tipo indigeno come Ailin, Nehuen, Nahuel, Lihuen.

Paolo Bonanno Cinarelli (pubblicato da Thedailycases.com il 18/08/2020)

Fonte https://thedailycases.com/nomi-italiani-e-la-perdita-dellidentita-italian-names-and-the-loss-of-identity/?fbclid=IwAR1G67qPeBdGaaymrdp6nXi3sA99qRCG5mF7w9KQAZhOqB8R5b5VKXwmgcA

Il voto di sei milioni di italiani all’estero seriamente compromesso dalla pandemia – di Fabio Porta

Decine di impiegati presso la rete consolare italiana all’estero positivi al Covid, almeno una ventina di consolati chiusi a seguito dei contagi, scioperi delle poste indetti a seguito della pandemia: è questo il quadro inquietante che fa da sfondo all’organizzazione del voto per gli italiani all’estero, nel silenzio incomprensibile del Ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio.

La partecipazione di quasi sei milioni di cittadini italiani (un decimo del corpo elettorale) è seriamente compromessa dall’acuirsi della pandemia in Paesi dove grande è la presenza italiana, dal Brasile alla Francia, dagli Stati Uniti alla Spagna.

Sono almeno 25 gli impiegati presso le sedi consolari italiane all’estero risultati positivi al Covid, mentre una ventina di consolati sono stati chiusi proprio in qusti giorni; ad aggravare il quadro della situazione saranno gli scioperi indetti in alcuni di questi Paesi a seguito delle conseguenze della pandemia sui servizi postali.

In Brasile, dove il numero degli elettori è superiore alle 500 mila unità (più di una regione come la Basilicata!) lo sciopero a tempo indeterminato delle poste rischia di rendere di fatto impossibile la partecipazione al voto dei nostri connazionali.

Un contesto a dire poco preoccupante, rispetto al quale il governo italiano (che ha da poco prorogato lo stato di emergenza fino ad ottobre) non si è ancora espresso come sarebbe stato opportuno e auspicabile.

Non voglio credere che la partecipazione al voto di un decimo della popolazione italiana conti meno di quella dei residenti in Italia e per questo chiedo al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale una presa di posizione chiara e coraggiosa su una situazione che nei prossimi giorni potrebbe soltanto precipitare, come da alcune settimane denunciano tutti i sindacati dei lavoratori dello stesso Ministero. (fabio porta*\aise)
* Comitato promotore dei Democratici per il NO

Fonte https://www.aise.it/politica/il-voto-di-sei-milioni-di-italiani-allestero-seriamente-compromesso-dalla-pandemia-di-fabio-porta-/149230/157

Aumentano i bambini esposti alla violenza

Secondo un’indagine globale dell’UNICEF, i servizi di prevenzione e risposta alla violenza sono stati seriamente interrotti durante la pandemia da COVID-19, lasciando i bambini a maggior rischio di violenzasfruttamento abusi. È quanto emerge dall’indagine “Protecting Children from Violence in the Time of COVID-19: Disruptions in prevention and response services” condotta dall’UNICEF su 136 Paesi del mondo, 104 dei quali hanno segnalato un’interruzione dei servizi legati alle violenze contro i bambini. Circa due terzi dei Paesi hanno riferito che almeno un servizio è stato gravemente colpito, tra cui Sudafrica, Malesia, Nigeria e Pakistan. L’Asia meridionale, l’Europa orientale e l’Asia centrale hanno la più alta percentuale di Paesi che hanno segnalato interruzioni nella disponibilità dei servizi.

Anche prima della pandemia, l’esposizione dei bambini alla violenza era diffusa, con circa la metà dei bambini del mondo che subiscono punizioni corporali in casa; quasi 3 bambini su 4 di età compresa tra i 2 e i 4 anni sono regolarmente sottoposti a forme di disciplina violenta; e 1 ragazza adolescente su 3 di età compresa tra i 15 e i 19 anni è stata perseguitata dal proprio partner ad un certo punto della sua vita.

“Stiamo appena cominciando a comprendere appieno i danni causati ai bambini per la loro maggiore esposizione alla violenza durante i lockdown per la pandemia”, ha detto il direttore generale dell’UNICEF Henrietta Fore. “Le chiusure scolastiche in corso e le restrizioni di movimento hanno lasciato alcuni bambini bloccati a casa, con abusanti sempre più agitati. Il conseguente impatto sui servizi di protezione e sugli assistenti sociali significa che i bambini non hanno nessun posto a cui rivolgersi per chiedere aiuto”.

Mentre i Paesi hanno adottato misure di prevenzione e controllo per contenere il COVID-19, come risultato molti servizi vitali di prevenzione e risposta alla violenza sono stati sospesi o interrotti. Più della metà dei Paesi ha segnalato interruzioni nella gestione dei casi, nei servizi di riferimento e nelle visite a domicilio di assistenti sociali ai bambini e alle donne a rischio di abusi. Secondo le risposte, in molti Paesi sono stati colpiti anche i programmi di prevenzione della violenza, l’accesso dei bambini alle autorità per la protezione dell’infanzia e ai servizi di assistenza nazionale via telefono.

Gli studi sulle epidemie e le crisi del passato mostrano impatti devastanti sulle denunce di violenza contro i bambini e sulla fornitura di servizi correlati. Durante l’epidemia di Ebola in Africa occidentale, ad esempio, le strutture di assistenza all’infanzia e i meccanismi comunitari sono stati indeboliti e le risposte di protezione dell’infanzia sono state ritardate o comunque colpite. Inoltre, durante le pandemie sanitarie come COVID-19, i contatti limitati con le reti di sostegno informali come amici, insegnanti, operatori di assistenza all’infanzia, famiglie allargate e membri della comunità lasciano i bambini e le famiglie più vulnerabili.

Come risposta, l’UNICEF sta sostenendo i governi e le organizzazioni partner per mantenere e adattare i servizi di prevenzione e risposta urgente per i bambini colpiti dalla violenza durante il COVID-19. Ad esempio, in Bangladesh l’UNICEF ha fornito kit per l’igiene personale, maschere, disinfettanti per le mani e protezioni per gli occhi per gli operatori dei servizi sociali, per aiutare in modo sicuro i bambini che vivono per strada, nei quartieri poveri e nelle zone colpite dal clima e difficili da raggiungere, oltre a reclutare e formare ulteriori operatori sociali per la Child Helpline nazionale 1098.

“I sistemi di protezione dei bambini erano già in difficoltà per prevenire e rispondere alla violenza contro i bambini, e ora una pandemia globale ha aggravato il problema e ha legato le mani a coloro che dovevano proteggere quelli a rischio”, ha aggiunto Fore. “Troppi bambini fanno affidamento sui sistemi di protezione dell’infanzia per stare al sicuro. In tempi di crisi, i governi devono prendere misure immediate e a lungo termine che proteggano i bambini dalla violenza, tra cui: designare e investire sugli operatori dei servizi sociali, rafforzare le helplines per l’infanzia e mettere a disposizione risorse positive a sostegno della genitorialità”, ha concluso.

ITALIA – Secondo un recente Rapporto ISTAT, il 69% delle donne vittime di violenza che si rivolgono al numero verde 1522 – messo a disposizione dal Dipartimento pari Opportunità della Presidenza del Consiglio – dichiarano di aver figli, di cui il 59% minori. Nel 62% dei casi le vittime affermano che i figli hanno assistito alla violenza e, nel 18% dei casi, dichiarano che essi la hanno anche subita.

La percentuale di vittime che dichiarano episodi di violenza assistita passa dal 57,5% (sul totale delle vittime con figli per anno) al 67,4 %. Ancora più drammatica appare la crescita di percentuale di coloro che dichiarano che gli episodi di violenza si siano rivolti anche ai minori. Il numero delle vittime che afferma che la violenza subita ha riguardato anche i figli passa da 836 a 1.084.

Durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più sullo stesso periodo del 2019. Le vittime che hanno chiesto aiuto sono 2.013 (+59%). Le denunce per maltrattamenti in famiglia sono diminuite del 43,6%, quelle per omicidi di donne del 33,5%, tra le quali risultano in calo dell’83,3% le denunce per omicidi femminili da parte del partner.

Sulla questione è intervenuto anche il presidente dell’UNICEF Italia, Francesco Samengo, nell’ambito del documento “Infanzia e adolescenza ai tempi del coronavirus. Le proposte dell’Unicef Italia per l’emergenza e per il post emergenza” presentato all’Osservatorio Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza.

“L’UNICEF Italia”, ha detto Samengo, “ha apprezzato, in questa fase di emergenza, il potenziamento della Campagna di comunicazione sul numero 1522 condotta dal Ministero della Famiglia e delle Pari Opportunità; in parallelo è necessario potenziare la capacità di presa in carico integrata da parte dei servizi sociosanitari e legali in questo momento così delicato (anche mediante forme di tutela di prossimità, così come indicati nelle raccomandazioni ONU)”.

“Nel post emergenza”, ha proseguito Samengo, “l’UNICEF Italia chiede che a scadenza dell’attuale Piano Nazionale contro la violenza (2017-2020) il Paese non rimanga sprovvisto di questo importante strumento di pianificazione e che maggiore spazio sia dato alle politiche di settore dedicate all’infanzia e all’adolescenza, anche attraverso una raccolta dati consolidata e interventi di formazione degli operatori che seguano approcci olistici e omogenei sul territorio nazionale, anche tenendo in considerazione gli standard internazionali”. (aise)

Fonte https://www.aise.it/primo-piano/aumentano-i-bambini-esposti-alle-violenze/149160/160

Voci contrastanti sullo svolgimento del referendum all’estero – di Michele Schiavone

Sono contrastanti e si rincorrono in ordine sparso le notizie augustane sulla tenuta, nella circoscrizione estero, del referendum costituzionale confermativo relativo alla riduzione del numero dei parlamentari, previsto dagli inizi al 15 del mese di settembre.

Da una parte, nelle agenzie specializzate di stampa estero, si leggono le ovvie rassicurazioni espresse dall’amministrazione del Ministero degli Affari Esteri sulle garanzie elettorali previste dalle procedure legislative, dall’altra vengono messe in evidenza le scontate preoccupazioni del sottosegretario per gli italiani all’estero, Ricardo Merlo, che richiama i connazionali ad un’assunzione di maggiore responsabilità invitandoli, giustamente, a prendere tutte le precauzioni preventive per evitare il contagio, dichiarando che ad oggi oltre venti sedi diplomatiche nel mondo sono chiuse perché affette da contagio del Covid-19.

La chiusura delle sedi consolari è causata dai contagi di alcuni funzionari e ciò precluderà il lavoro al loro interno per diverse settimane, quindi, anche la messa a punto delle liste elettorali e il trattamento del materiale per tutti quei casi che reclameranno la mancata consegna.

Ciò detto sorge spontanea la domanda: ferme restando tali condizioni potranno partecipare al referendum gli aventi diritto residenti in queste venti circoscrizioni consolari, la cui popolazione varia da 200’000 a 50’000 elettrici e elettori? Una situazione analoga avrebbe costituito una discriminante in Italia?

Ovvero, sotto l’aspetto politico tale situazione risponde al principio costituzionale: hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati?

Com’è fuori discussione che la situazione sanitaria inciderà sull’esito di questo referendum, è anche vero che a fronte di una situazione straordinaria non si può e non si debba rispondere con misure ordinarie.

La tutela della salute dei cittadini e dei funzionari addetti nella rete diplomatico-consolare ha la priorità assoluta, non di meno dicasi delle condizioni per acquisire un sano e legittimo orientamento delle elettrici e degli elettori.

Nella circoscrizione estero la partecipazione al referendum si svolge esclusivamente per corrispondenza, il materiale elettorale passa nelle mani di diverse persone, anche in quelle che lavorano negli uffici consolari, attualmente chiusi per contagio, per finire sui tavoli di Castelnuovo di Porta per gli scrutini.

Sarebbe auspicabile una profonda e seria riflessione da parte del Ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, sulla legittimazione del voto che esprimerà la Comunità degli italiani all’estero. La messa in sicurezza del voto degli italiani all’estero era uno dei punti del programma del primo governo della XVIII legislatura.

Sempre sul voto al tempo del Covid-19 è di pochi giorni fa la decisione del Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, di ritirare definitivamente la sua proposta del voto per corrispondenza per le presidenziali americane di novembre, perché in questa fase lo strumento è rischioso e gravito di contagi. Purtroppo, sono molteplici le contraddizioni legate al voto per corrispondenza nelle controverse condizioni in cui versa la rete diplomatico-consolare italiana.

Alle difficoltà legate prettamente alle procedure del voto si aggiunge anche la mancanza di informazione sul contenuto del referendum. Ad oggi l’unica notizia circolata tra gli addetti ai lavori è l’intervista rilasciata a Rai Italia dal direttore generale per gli italiani all’estero della Farnesina, Luigi Vignali, nella quale ricordava il numero degli aventi diritto, le date le modalità di voto.

La riduzione o la compressione dell’informazione agli addetti ai lavori non succede in nessuna democrazia avanzata.

I Comitati nazionali per il SI e per il NO al referendum, nei restanti giorni a disposizione, dovrebbero farsi promotori di un’iniziativa politica per raggiungere gli elettori all’estero, fosse anche la richiesta di inserire, assieme alla documentazione contenuta nel plico elettorale, anche le indicazioni rappresentative dei motivi che li contraddistinguono per le quali chiedono il consenso. Si ricorda che anche nelle avversità siamo l’Italia e non possiamo assolutamente paragonarci ai livelli elettorali espressi giorni or sono in paesi, che si affacciano sulla soglia della democrazia.

È chiaro che la tenuta del referendum costituzionale all’estero è lungi dall’essere di facile gestione. La rappresentanza organizzata e le associazioni rifiutano di rinchiudersi nella torre d’avorio perché non basta salvarsi l’anima. Stiamo dentro la tempesta ansiosi di dare alle nostre comunità la possibilità di decidere se e come modificare la costituzione italiana. (michele schiavone*\aise)
* segretario generale del Cgie

Fonte https://www.aise.it/comitescgie/voci-contrastanti-sullo-svolgimento-del-referendum-allestero–di-michele-schiavone/149137/157

Il CGIE condanna lo sfregio delle statue di Cristoforo Colombo

In una nota alla stampa il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ha espresso “la propria profonda solidarietà e il totale sostegno a tutte le rappresentanze elette e alle associazioni delle comunità italiane e italodiscendenti negli Stati Uniti, colpite dagli atti di sfregio delle statue di Cristoforo Colombo, monumenti simbolo del contributo della nostra emigrazione alla costruzione politica, sociale, culturale e produttiva degli USA nei secoli”.

“La scoperta dell’America a opera di Colombo è sancita dalla storia come data di inizio dell’Era moderna”, si legge nella nota. “Gli americani ne sono stati ben coscienti fin dalla nascita del progetto di unione democratica voluto dalle 13 Colonie inglesi, tant’è vero che già nel 1792 gli tributarono la celebrazione del tricentenario dell’evento. A questo grande navigatore dobbiamo l’averci aperto al mondo come lo conosciamo ora e denunciamo l’inaccettabile rilettura dei suoi comportamenti attraverso parametri di valutazione attuali come una mera operazione di revisionismo storico al contrario”.

Il CGIE si dice dunque “vicino a Com.It.Es. e associazioni negli USA che si stanno impegnando per organizzare parate di Columbus Day nelle città in cui da anni non si svolgono più”.

Ancora il Consiglio generale “stigmatizza gli atti iconoclasti compiuti negli USA e si complimenta con coloro che sono intervenuti per ripulire e restaurare i monumenti sporcati o manomessi e con le società e i club che stanno assumendo l’onere di conservare le statue rimosse dalle autorità locali, per proteggerle fino al momento in cui potranno essere innalzate di nuovo nei luoghi in cui erano state erette dalle comunità”.

“Facciamo nostra anche l’esortazione del presidente di UNICO National, Dr. Frank De Frank, a far partire una campagna educativa nelle scuole sulla vera storia di Cristoforo Colombo e la sua importanza non soltanto e prima di tutto come simbolo delle vitali comunità italiane in USA, ma anche”, conclude il CGIE, “come sommo esponente della ricerca della conoscenza, e dell’esplorazione dell’ignoto”. (aise)

Fonte https://www.aise.it/comitescgie/il-cgie-condanna-lo-sfregio-delle-statue-di-cristoforo-colombo-negli-usa/149151/157

Coronavirus, colpite 20 sedi diplomatico-consolari italiane

Continuano a crescere in maniera esponenziale i contagi per coronavirus nelle Americhe, negli Usa e in America Latina in particolare, così anche la rete consolare italiana è costretta a fare i conti con il Covid 19. Sono diverse, infatti, le sedi diplomatico-consolari che sono state chiuse perché al loro interno ci sono stati casi di contagio.

Si tratta, fino ad oggi, di almeno una ventina di sedi, tra ambasciate e consolati: si va dall’ambasciata d’Italia in Messico a quella a Belgrado, dal consolato generale di Miami a quello di Buenos Aires. Colpita anche la sede di rappresentanza Onu a New York.

C’è paura tra gli impiegati e i funzionari delle nostre sedi diplomatiche nel mondo, terrore nei connazionali che hanno frequentato quelle sedi, si legge in un comunicato del sottosegretario agli Esteri con delega agli Italiani nel mondo, Ricardo Merlo.

Gli italiani nel mondo soffrono per la mancanza dei servizi in questo periodo di pandemia durante il quale la rete consolare italiana nel mondo funziona a singhiozzo; d’altra parte, ambasciate e consolati sono costretti a chiudere le proprie porte per evitare di diventare a loro volta focolai di Coronavirus.

Oltre alle sedi già citate, sono state compite dal Covid-19 l’ambasciata d’Italia a Doha, Abidjan, Caracas, La Paz, Tashkent, Bogotà, San Josè, Manila. Stessa sorte per il consolato generale di Recife.

“Viviamo un’emergenza mai vista prima – ha commentato il sottosegretario agli Esteri con delega agli Italiani nel mondo, Ricardo Merlo – alle prese con un virus che ancora non è stato sconfitto e che anzi in alcune zone del mondo continua a crescere velocissimamente”.

“In assenza di vaccini – ha sottolineato – l’unica alternativa è quella di impedire i contatti tra le persone contagiate e chiudere momentaneamente le sedi in cui sono avvenuti dei casi di Covid 19. Mi rendo conto del disagio che sono costretti ad affrontare i nostri italiani nel mondo, anche perché le esigenze di distanziamento lavorativo sono necessarie per scongiurare nuovi contagi all’interno della nostra comunità e delle nostre sedi. Per adesso non c’e alternativa. Alcune sedi consolari, comunque, hanno già riaperto, altre lo faranno nei prossimi giorni. Tuttavia suggerisco ai nostri connazionali massima prudenza: evitare di recarsi in consolato o in ambasciata se non per massima urgenza, evitare assembramenti e indossare sempre e comunque, in particolare nei luoghi chiusi, la mascherina”.

“Lottiamo contro un nemico invisibile – ha concluso il Sottosegretario Merlo – distanza sociale, massima igiene delle mani e mascherina sono al momento le uniche armi che abbiamo”.

Fonte https://www.askanews.it/esteri/2020/08/14/coronavirus-colpite-20-sedi-diplomatico-consolari-italiane-pn_20200814_00138/?fbclid=IwAR1z09AJiVj6ogXX8sOYQLGWOzEKh5T1x4f2xNAcG-gxq5SaAjlMyzj5cCA

Conversando con il presidente della Dante Alighieri Marco Basti

Marco Basti, oltre a essere Presidente dell’Associazione Dante Alighieri della città di Buenos Aires, è direttore del periodico della nostra comunità Tribuna Italiana, fondato da Mario Basti, il 18 maggio 1977, come ideale continuatore del Corriere degli Italiani, creato da Ettore Rossi nel 1949 e diretto tra il 1960 e il 1977 da Mario Basti.

A Buenos Aires ci sono anche i periodici Voce d’Italia, l’Eco d’Italia e la rivista mensile L’Albidonese.

Marco, a cosa attribuisci la perdita di lettori della nostra stampa scritta? 

Ci sono varie ragioni. La prima è che tutta la stampa scritta e non solo i periodici di collettività, hanno perso e continuano a perdere lettori. Le testate online sono una realtà. E’ tempestiva e in genere è gratuita per i lettori.

In secondo luogo, è chiaro che i periodici della collettività nacquero come espressione dell’emigrazione italiana. Il Corriere degli Italiani prima, la Tribuna Italiana dopo e anche le altre testate che sopravvivono, sono espressione dell’ondata migratoria dell’ultimo dopoguerra e del suo sviluppo in Argentina. E’ chiaro che la stragrande maggioranza dei lettori che leggevano quei giornali oggi non ci sono più. Già negli anni ’90 abbiamo iniziato un dialogo con i discendenti, che continua ancora oggi, ma è un pubblico molto diverso che, anche per la perenne crisi dell’Argentina e perché si è abituato a leggere in modo gratuito, se non è sensibilizzato, non sente il bisogno di sostenere economicamente la nostra stampa. E poi ci sono i costi della stampa e della distribuzione del cartaceo che sono quasi proibitivi se non si hanno cospicue entrate pubblicitarie.

– A parte il fatto che i lettori siano scemati per ragioni naturali, non pensi che i diversi governi italiani non si siano occupati dei media italiani all’estero?

Credo che per la stampa sia successo lo stesso che con il resto di quella che una volta si chiamava “la politica per gli italiani all’estero”. La stampa, le scuole, l’assistenza, i servizi consolari, ecc. Quando ci fu il grande esodo del dopoguerra, l’Italia non era in grado di accompagnarlo, e l’emigrazione era una risorsa vera per lo Stato italiano: da una parte meno gente della quale occuparsi e dall’altra una entrata preziosa, quella delle rimesse degli emigrati. Tra metà degli anni ’70 e fino agli anni ’90 si stabilì un dialogo tra lo Stato italiano (e le Regioni) e l’emigrazione, dal quale arrivarono misure molto concrete: pensioni, viaggi di ritorno, assistenza, scoperta delle nuove generazioni, nuova legge di cittadinanza, e organi di rappresentanza, come Comites e Cgie. E anche i fondi per l’editoria italiana all’estero. Infine anche grazie all’impegno di Mirko Tremaglia (che negli anni ’90 venne “sdoganato” dalla politica italiana, arrivarono l’AIRE, e il voto attivo e passivo, con l’elezione dei nostri rappresentanti al Parlamento.

Quelle decisioni che dimostravano l’interesse della politica italiana verso l’altra Italia, sono state abbandonate. Gli attori della politica italiana di oggi – partiti e politici – o non conoscono l’Italia all’estero o non sono interessati ad essa. E per questo hanno o ridotto o cancellato i fondi per quella politica oppure, hanno sostenuto che erano soldi sprecati e modificato i criteri per assegnarli. Danneggiando tante iniziative.

– A cosa attribuisci questa mancanza d’interesse? perché da una parte ci hanno concesso l’esercizio del diritto di voto dall’altro non si occupano per niente di noi. Almeno questa è la sensazione che si riceve.

Penso che c’è una generazione di politici in Italia che non conosce la nostra realtà, e ci sono partiti che non solo non conoscono questa realtà, ma spesso si manifestano contro di essa. Tu dici che ci hanno concesso l’esercizio del diritto di voto, ma ormai sono passati vent’anni e oggi è un diritto che in molti mettono in discussione, specialmente tra le forze politiche che hanno meno storia alle spalle. Che vorrebbero se non cancellarlo, almeno ridimensionarlo. La stessa riduzione del numero di parlamentari approvata l’anno scorso e sulla quale siamo chiamati a decidere col referendum di settembre, penalizza la Circoscrizione Estero, cioè quella dove vengono eletti i rappresentanti degli italiani all’estero. Quindi ridurre l’importanza del nostro voto e della nostra presenza nel Parlamento italiano è coincidente con quella sensazione di cui parli cioè che non si occupano per niente di noi.

– Non credo che non ci sia più pubblico, credo che si debba andare a cercarlo, fare degli accordi con le scuole, con le associazioni. C’è resistenza?

No, non credo che ci sia resistenza. Per quanto riguarda specificamente la comunità italiana in Argentina penso che ci sia un pubblico da conquistare, certo che partendo dalla base di cui parlavamo prima e cioè che cerca informazione gratuita o che dev’essere sensibilizzata perché sostenga la nostra stampa. Ma ci vuole una strategia per arrivare a farsi conoscere tra quel pubblico e per offrirgli un prodotto che sia d’interesse per gente che è nata in Argentina, che spesso non parla italiano, ma che si sente in qualche modo attratta dall’Italia.

– Tu sei presidente della Dante Alighieri, avete molti alunni? In breve credi che l’italiano sia una lingua ancora interessante?

Sì certo! Ti passo un dato. C’è un programma di promozione della formazione per i giovani della Città di Buenos Aires che si chiama “Potenciate” al quale aderisce la Dante Alighieri di Buenos Aires. La ricerca che hanno fatto tra i giovani su quale lingua vogliono studiare, ha mostrato che dietro all’inglese, c’è l’italiano.

E lo vediamo anche in questa speciale circostanza della quarantena. Dopo il passaggio alla virtualità degli oltre 300 corsi presenziali che avevamo all’inizio di marzo, abbiamo iniziato ad aprire nuovi corsi, sempre virtuali, nei mesi di giugno, luglio e ora ad agosto. Più di trenta corsi nuovi, che si sono subito riempiti. E la gente ci chiede di aprire altri corsi ancora. Quindi è chiaro che l’italiano continua ad essere una lingua interessante per tante ragioni. C’è chi ama la cultura italiana, la moda, lo sport, la cucina italiana, la storia, l’arte, la terra dei genitori o dei nonni, la cittadinanza. Mille motivi per voler imparare l’italiano.

– Come pensi che sia cambiata la nostra collettività? Vedo associazioni che hanno da sempre lo stesso consiglio direttivo, ci sono pochi giovani, ma ci sono altre associazioni composte esclusivamente da giovani. Come si potrebbero coniugare queste due realtà? Come vedi il futuro della nostra comunità?

E’ un processo non facile. Come dicevamo all’inizio per i nostri giornali, è ovvio che la collettività come l’abbiamo conosciuta e che ha fatto la storia nobile e alta della presenza italiana in Argentina, ce la stiamo lasciando alle spalle. Gli emigrati che costruirono quella collettività, oggi sono ultraottantenni.

Di essa le associazioni erano la struttura portante. Ma per ragioni storiche, sociali ed economiche oltre che anagrafiche, quella realtà oggi è difficilmente sostenibile.

Ad ogni modo ci sono elementi per essere ottimisti. Pensa alla FEDITALIA, la confederazione al vertice dell’associazionismo. Ha un Consiglio Direttivo costituito quasi al completo da giovani. E’ presieduto da una donna, giovanissima, Florencia Caretti, figlia d’arte. E lo stesso vale per quasi tutti i membri del Direttivo: Granzotto, Brandi, ecc. Hanno frequentato le associazioni fin da piccoli o giovanissimi, con i loro genitori che sono stati dirigenti molto impegnati e attivi. Quindi è un Direttivo che conosce come funzionano le associazioni. La sfida per loro e per tanti altri dirigenti giovani è triplice.

Devono riscattare e preservare la storia della presenza italiana in Argentina e promuovere nella nostra società la conoscenza sul suo determinante contributo. La conoscenza e valorizzazione della presenza e del contributo italiano all’Argentina è un dovere che hanno non solo come discendenti di italiani, ma anche come argentini, per essere maggiormente consapevoli della propria identità.

Devono coinvolgere sempre più gente, accettare la sfida di aprire le porte delle associazioni e delle strutture ad un pubblico più vasto di quello che c’è oggi.

E fondamentalmente devono disegnare un nuovo progetto che assicuri il futuro della comunità italiana in Argentina, e proporlo al dibattito insieme alle altre strutture rappresentative della comunità (Comites, rappresentanti della nostra comunità nel Cgie, camere di commercio italiane, università, istituzioni culturali e sociali, parlamentari, ecc). Un progetto costruito da argentini fieri delle proprie radici e del segno indelebile che i loro antenati hanno lasciato in questo Paese, da argentini attratti dalla cultura italiana, da argentini-italiani, italici o italosimpatici – per utilizzare definizioni di grandi conoscitori dell’Italia nel mondo come Piero Bassetti o Andrea Riccardi – e magari anche dagli italiani che nell’ultimo decennio si sono stabiliti in Argentina. Anche loro dovrebbero partecipare alla costruzione di quel progetto.

E’ una grande sfida, ma credo che se sarà accettata, la comunità italiana avrà un futuro. Anzi, un grande futuro.

Edda Cinarelli

Italoargentini e italiani in Argentina: il problema del conteggio

Il mese di luglio di questo 2020, segnato dall’epidemia del Coronavirus, finisce, in Argentina, con due conferme scontate, che nessuno voleva sentire: l’estensione della quarantena di altri 15 giorni e l’annuncio che sono un milione gli argentini residenti all’estero, cifra che è in aumento ogni anno. In assenza di statistiche ufficiali ci si affida ai dati ONU, secondo cui l’Argentina nel 2019 contava 1,013,414 emigrati partiti alla ricerca di stabilità economica e opportunità di lavoro.

Sono solo passati tre anni da quando il Dossier Statistico sull’Immigrazione 2017 di Idos e Confronti affermava che “L’Argentina si conferma il primo paese scelto dagli italiani fuori dell’Europa”. Secondo lo stesso Dossier inoltre più di centomila italiani emigravano ogni anno a metà degli anni ‘10 e per i tre quarti di loro la meta preferita era una destinazione europea, ma per gli altri l’Argentina restava sempre prima del Brasile, Canada, Stati Uniti e Venezuela, confermandosi come il destino preferito oltreoceano. Al contrario non è così, per gli argentini l’Italia sarebbe solo quarta come destino che vede Spagna in primis, seguita da USA e Cile.

In assenza di dati ufficiali le cifre riportate suggerivano che diverse migliaia di giovani italiani fossero arrivati a Buenos Aires a causa della crisi del 2008. Invece i dati pubblicati dalla Dirección Nacional de Migraciones evidenziano che tra il 2011 e il 2015 erano state presentate 1,841 richieste di soggiorno da parte di cittadini italiani, ovvero solo lo 0,28% di un totale 646.524 pratiche che coinvolgevano immigranti dalle più variate nazionalità, cominciando da 255.826 cittadini paraguaiani ormai divenuti la prima minoranza di stranieri con quasi il 40% delle residenze richieste nello stesso periodo. Quale sarebbe il motivo di questa divergenza?

La risposta è facile: la migrazione di rientro di cittadini italoargentini, ovvero persone nate argentine ed emigrate in Italia, successivamente rientrate in Argentina come cittadine di entrambi i paesi. Al conteggio escono dall’Italia come cittadini italiani a tutti gli effetti, però al rientro in Argentina passano dallo sportello dei locali.

Numericamente è impossibile sapere quanti siano partiti con la sola cittadinanza argentina ed abbiamo proceduto al riconoscimento in Italia in base allo ius sanguinis e quanti altri siano entrati nel belpaese con il tanto ambito passaporto UE. La cosa certa è che la doppia cittadinanza comporta anche un doppio conteggio a cui è dovuta la corrispettiva rettifica per non cadere in questi errori, specie in un paese che conta più di un milione di iscritti Aire.

Paolo Bonanno Cinarelli (pubblicato da thedailycases.com il 14/08/2020)

Fonte https://thedailycases.com/emigrazione-e-cittadinanza-italiana-migration-and-italian-citizenship/?fbclid=IwAR0bSdSBxX8kwqEQ_f4W2JKMlioQGxF_iCj8QP8Vo1qYdnF-fUzJmSPeK6s

Papa Francesco: “collaborare per il bene comune del Libano”

Durante l’Angelus di ieri, 9 agosto, Papa Francesco da Piazza San Pietro ha ricordato tragici momenti del passato, richiamando però anche quelli del presente: “il 6 e il 9 agosto del 1945, 75 anni fa, avvennero i tragici bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki. Mentre ricordo con commozione e gratitudine la visita che ho compiuto in quei luoghi lo scorso anno, rinnovo l’invito a pregare e a impegnarsi per un mondo totalmente libero da armi nucleari”. Ma in questi giorni “il mio pensiero ritorna spesso al Libano. La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai Libanesi, a collaborare per il bene comune di questo amato Paese”.

“Il Libano – ha aggiunto il pontefice – ha un’identità peculiare, frutto dell’incontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme. Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo, ma prego perché, con l’aiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte. Invito la Chiesa in Libano ad essere vicina al popolo nel suo Calvario, come sta facendo in questi giorni, con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione. Rinnovo inoltre l’appello per un generoso aiuto da parte della comunità internazionale. E, per favore, chiedo ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e che vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre, e soffre tanto”. (aise)

Fonte https://www.aise.it/primo-piano/papa-francesco-collaborare-per-il-bene-comune-del-libano/148998/160

Ir Arriba