Monthly archive

April 2020 - page 3

Made in Italy e “Cura Italia”: il sostegno del CGIE

Nell’ambito dell’istruttoria relativa al sostegno ai comparti produttivi per le conseguenze economiche relative all’emergenza Coronavirus, in corso presso la X Commissione Industria Commercio e Turismo del Senato, Assocamerestero ha presentato un dossier nel quale ha sottolineato come la rete delle Camere di Commercio Italiane all’Estero siano uno strumento adeguato per potenziare le attività di promozione del Sistema Italia e per sviluppare l’export e l’internazionalizzazione previste nel Decreto “Cura Italia”. Il documento, che riportiamo nella sua versione integrale, contiene una panoramica sulla crisi e sugli effetti economici nelle aziende italiane e non solo, l’azione e il ruolo di supporto delle CCIE per le aziende italiane e alcune riflessioni e proposte prodotte da Assocamerestero.

Questo il Dossier che sarà acquisito dalla Commissione per attuare una risoluzione da indirizzare al Governo:
“La drammatica crisi indotta dalla pandemia del COVID-19, non ha precedenti dal punto di vista dell’impatto economico sociale, sia per la sua velocità sia per gli effetti sulle economie. Le crisi sperimentate fino ad oggi erano dovute a shock (in genere indotti dall’esplodere di bolle finanziarie) che attraverso la contrazione della domanda globale si riflettevano poi sulla produzione di beni e di servizi. In più gli effetti di propagazione erano temporalmente differiti: il rallentamento dell’attività produttiva si diffondeva ad onde, dai paesi in cui si era originato, alle altre parte dell’economia mondiale, per effetto del sistema di interdipendenze economiche che si era creato. Di conseguenza mentre si diffondeva il contagio economico alcuni paesi riuscivano a recuperare l’attività produttiva e quindi potevano – attraverso il commercio internazionale – svolgere una funzione di traino – sul versante della domanda – rispetto ai processi di stagnazione o di vera e propria recessione che si verificano in altri. Infine, dal punto di vista settoriale le crisi precedenti erano “asimmetriche” cioè interessavano in maniera particolare alcuni settori (ad esempio quelli dei beni di consumo non durevoli per effetto della contrazione della domanda di consumi delle famiglie), meno altri (ad esempio il comparto dei beni strumentali e delle componenti). Nell’attuale situazione invece in pratica tutte le principali economie mondiali sono contemporaneamente colpite da una crisi (come illustrato dalla tabella sottostante), che riguarda quasi il 60 per cento del commercio mondiale di manufatti.

Si tratta in primo luogo di uno shock originato dal blocco della produzione (che interessa praticamente tutti i settori produttivi) e poi dalla contrazione dei redditi che si traduce in una depressione del potere di acquisto e quindi della domanda, con evidenti effetti sull’andamento del PIL.

Sul versante delle imprese italiane la situazione è ancora più complessa: una recentissima indagine di MET condotta su 7.800 imprese si rileva che: “più colpiti sono i soggetti di dimensione medio-piccola impegnati in attività di ricerca/innovazione e di penetrazione sui mercati internazionali non ancora consolidate. Sono soggetti molto presenti nel tessuto produttivo nazionale essenziali per lo sviluppo della produzione”. Dai dati si rileva che il 48,9% delle imprese prevede un forte calo del fatturato (superiore al -15%), il 31% prevede un calo moderato (-15%/-5%). In particolare si segnala una concentrazione dei casi tra le micro e piccole imprese industriali, con una concentrazione nei settori tipici del Made in Italy, quali tessile e abbigliamento e pelli cuoio e calzature, cui si aggiungono i settori della carta, stampa ed editoria. In un quadro che potrebbe portare a perdite complessive di fatturato nell’ordine del 19%, effetti meno negativi sembrano rilevarsi per le imprese che hanno una maggiore diversificazione di presenza sui mercati internazionali e sono più organizzate al riguardo, al punto che per le aziende esportatrici sopra i 50 dipendenti il calo di fatturato stimato è intorno al 9%. Ancora una volta quindi, malgrado le difficoltà che comunque emergeranno a livello internazionale, si conferma la necessità di irrobustire la presenza delle imprese più piccole sull’estero: in primo luogo sui mercati di tradizionale presenza e quindi diversificarla sugli altri, in quanto la stessa analisi evidenzia per queste ultime non basta la semplice vendita in altri paesi, ma accorre un supporto continuativo e adeguato con un forte collegamento anche con le locali organizzazioni e le comunità di affari.

Azione, ruolo e supporto delle CCIE

Le Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) sono un peculiare soggetto di internazionalizzazione, di coagulo e raccordo delle comunità di affari operanti all’estero. Si tratta di un soggetto “unico”, quanto a forma di organizzazione e modalità di relazione, nel panorama non solo della promotion italiana, ma anche in quello dei paesi nostri competitor, che generalmente non dispongono di un sistema camerale all’estero, integrato con il sistema camerale domestico anche attraverso la specifica azione di Assocamerestero, confrontabile per forma organizzativa e capillarità di presenza.

Le CCIE sono associazioni private a base imprenditoriale, costituite all’estero per lo sviluppo dei processi d’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese, disciplinate dalla Legge 518/1970 e sono definite parte integrante del Sistema camerale italiano dall’articolo 1, comma 2, della Legge 580 del 1993 e successive modificazioni e integrazioni. Sorte nella seconda metà dell’Ottocento per sostenere le nascenti comunità di affari italiane frutto dell’emigrazione all’estero, la loro storia si configura come storia di uomini (per la maggior parte imprenditori) e di istituzioni, in cui la continua interazione e mediazione con il contesto locale e le sue regole e consuetudini ha dato origine a realtà socio-economiche assolutamente peculiari. Nel tempo le CCIE sono evolute come soggetti capaci di fornire una risposta moderna alle esigenze di globalizzazione del mercato, mettendo a frutto – a vantaggio delle pmi italiane e – più in generale della promozione culturale ed economica del nostro Paese – la conoscenza delle realtà locali dove si caratterizzano come organizzazioni private di diritto estero (perché costituite in modo spontaneo sui territori internazionali), in cui convivono imprenditori locali di origine italiana, imprenditori locali appartenenti alla più vasta business community che guarda all’Italia, le istituzioni politiche locali e italiane. Ciò ne fa un soggetto complesso e organizzato, una sorta di matrice di collegamento con la più ampia “diaspora italiana all’estero”, una dimensione che collega gli aspetti squisitamente economici dell’attività delle CCIE con aspetti sociali legati alla presenza delle comunità italiane operanti all’estero, alcune delle quali si stanno attivamente impegnando con raccolte fondi e invio di strumenti di protezione individuale per contrastare gli effetti del COVID-19 in Italia. Le CCIE sono storicamente collocate al fianco del sistema camerale “domestico” e Unioncamere ha costantemente dedicato alla realtà camerale all’estero attenzioni particolari, fin dall’inizio dello scorso secolo. In forza di questo antico e produttivo legame di collaborazione per la promozione dei Territori e delle imprese all’estero, negli anni, le relazioni di partnership di singole CCIAA, dei loro Centri Regionali per il Commercio Estero, delle aziende speciali delle CCIAA costituite per favorire i processi di internazionalizzazione delle imprese, si sono intensificati a tutto vantaggio del Sistema Italia. Nella configurazione ottimale del Sistema Camera Italiano, mentre le CCIAA hanno (sotto molti versi) il ruolo di “casello di entrata” delle richieste delle imprese e dei territori, le CCIE hanno in ruolo di “casello di uscita” di queste istanze, aiutano nella elaborazione delle risposte più idonee, forti di un radicamento nei territori esteri che ha i suoi punti di vantaggio nel: – associare ed essere amministrate da soggetti imprenditoriali perlopiù esteri, ma collegati fortemente alla dimensione dell’italianità per origine, cultura e legami di business; – avere dipendenti bi-culturali, di lunga esperienza, spesso nati nel Paese di operatività, capaci di mettere al servizio della CCIE una rete di relazioni ricca e variegata; – operare immerse nelle business community locali profondamente collegate all’Italia da legami culturali e di origine. Le CCIE contano oggi 79 realtà sul territorio di 56 paesi, che rappresentano oltre l’80% dell’interscambio commerciale dell’Italia, con più di 140 punti di presenza nel mondo e in cui lavorano oltre 500 addetti a tempo pieno, cui si aggiungono 1.300 amministratori che svolgono un ruolo importante, insieme agli associati, per la costituzione di network fiduciari orientati al business.

Le CCIE sono, quindi, l’unica ampia rete privata di sostegno alle imprese per lo sviluppo dell’internazionalizzazione delle pmi (che si affianca alla rete pubblica), operante in una logica istituzionale perché fa riferimento (attraverso il riconoscimento ministeriale) al Ministero dello Sviluppo Economico mentre all’estero è, da sempre, strettamente raccordata con le Rappresentante Diplomatico-Consolari.

Le CCIE si sono specializzate su azioni di radicamento all’estero, di scouting di opportunità di affari, di realizzazione di missione di pmi, di incontri business to business, di verifica degli esiti delle missioni/azioni commerciali, per un complesso di imprese servite pari a 68.000, nei seguenti settori di specializzazione: Come rilevato in precedenza le Camere di Commercio Italiane all’Estero sono strettamente collegate con il sistema delle Camere di Commercio Italiane, e quindi sono in grado di materializzare quella rete locale-Italia e locale-estera per favorire interventi sulle imprese di minori dimensioni, irrobustendone l’approccio all’internazionalizzazione4 . Trattandosi di un effettivo network a base imprenditoriale diffuso nel mondo, esse consentono, poi, di realizzare anche azioni multimercato per le imprese, potendo svolgere (per la matrice bi-nazionale) un’azione di “decodifica multilaterale” nei differenti contesti-paese di operatività. Nel tempo, l’azione delle CCIE si è sempre più specializzata sulla tipologia di servizi che richiedono un approccio di tipo relazionale e che aumentano nel valore aggiunto aziendale come l’assistenza personalizzata e i contatti specifici di affari e il loro supporto. Tuttavia, per il loro sostanziale riferimento al mercato, in una fase in cui le dinamiche di mercato sono sostanzialmente inoperanti il sistema delle CCIE rischia di avere danni irreparabili, proprio quando il loro contributo sarebbe più necessario per un’azione di ripresa a breve che richiede: consolidamento, attività continuativa, radicamento specifico e presidio del mercato estero, infatti i provvedimenti di restrizione adottati dai diversi paesi stanno avendo come effetto anche una situazione di straordinaria difficoltà per l’operatività del sistema delle CCIE. Questa situazione (che rischia di tradursi in una contrazione di ricavi dal mercato dovuti a impegni già presi quantificabile in circa 20 milioni di euro, rende necessari interventi straordinari di supporto alla rete, affinché possa continuare ad esprimere il suo apprezzato potenziale di servizio a favore delle imprese. Per effetto della recente Riforma del sistema d’internazionalizzazione, le CCIE sono incardinate – come parte del sistema camerale – nel Ministero dello Sviluppo Economico, ma secondo la Legge 580 del 1970 hanno relazioni forti e dirette con le Rappresentanze diplomatiche consolari, che infatti in questa fase di emergenza stanno richiedendo il forte supporto locale-estero del sistema delle CCIE sia sul versante informativo e anche su quello del reperimento di contatti e collegamenti anche di materiale sanitario che necessita al nostro Paese.

Riflessioni e proposte operative

Il supporto al sistema camerale italiano all’estero si configura come una condizione per permettere un più adeguato sostegno a quella fetta di imprenditoria nazionale che necessiterà (a breve termine) sempre più di una azione specifica di radicamento, in affiancamento e in integrazione rispetto alle iniziative in fase di programmazione da parte del Governo italiano, e in particolare in quelle previste dal Patto per l’Export che il Ministro degli Affari Esteri e per la Cooperazione internazionale sta elaborando al riguardo.

In questa fase occorre: – assicurare una capillare azione di comunicazione sulle specifiche caratteristiche del prodotto italiano, in particolare in tutti i settori di nicchia in cui il nostro paese è leader, anche per evitare che si possa diffondere un clima di diffidenza – magari strumentale – verso questi prodotti, attivando al massimo le potenzialità delle business community locali e attivando circuiti specializzati; – manutenere le reti di sub-fornitura, dall’Italia verso l’estero e dall’estero verso l’Italia, consolidando partnership produttive e commerciali con le imprese estere, accordi con le diverse forme di distribuzione, attutendo gli effetti che derivano dall’indebolimento delle catene globali del valore e supportando le imprese a definire nuove forme di azione attraverso l’utilizzo delle possibilità offerte dalle tecnologie digitali; – favorire forme e modalità innovative di promozione e di relazione tra imprese, con l’utilizzo delle diverse piattaforme esistenti e integrando azioni on line con altre più personalizzate, in coerenza con i vincoli imposti alla mobilità delle persone; – favorire un riposizionamento delle imprese italiane sul mercato estero anche collaborando alla selezione e formazione di personale specifico che sia accreditato presso la business community locale, dando così alle imprese italiane un vantaggio competitivo utile per la ripartenza; – favorire una migliore conoscenza del nostro Paese all’estero anche collaborando alla ripartenza del turismo.

Sarebbe molto importante che, oltre all’Agenzia ICE, la rete delle CCIE potesse esser esplicitamente ricompresa all’interno di queste azioni (o comunque fosse assegnataria di attività integrative e complementari a quelle dell’Agenzia), per le quali potrebbe mobilitare tutto il potenziale delle comunità di affari locali e che potrebbero essere ulteriormente sviluppate grazie al Progetto True Italian Taste, che da quattro anni il sistema delle CCIE sta sviluppando in integrazione rispetto alle azioni previste dall’ICE.

Queste iniziative – in base alle emergenze delle precedenti indagini – riguarderebbero i seguenti volet di intervento: – azioni di informazione e supporto a distanza alle imprese in seguito all’emergenza del Covid-19 e agli sviluppi futuri: in particolare si tratterebbe di attività di informazione e fornitura di documentazione sulla circolazione delle merci e sulle misure restrittive attuate sia in Italia (per informare le business communities estere) che nei Paesi delle CCIE (dirette ad informare le imprese italiane), informazioni sulla normativa sanitaria e sulla sicurezza dei prodotti, informazioni sulle agevolazioni specifiche messe in campo e/o su altre misure di tipo finanziario che si stanno elaborando sia in Italia, sia nei paesi di riferimento; – attività di business matching, di assistenza e di supporto, via web per offrire all’imprenditore italiano un aggiornamento delle opportunità e soprattutto delle modalità di messa in contatto con il mercato estero e i suoi stakeholder, realizzazione di business forum virtuali, attività di mentorship da parte di imprenditori italiani residenti all’estero verso imprenditori italiani; promozioni on line per aziende singole o raggruppate; – azioni di formazione, anche in questo caso con l’utilizzo di tecnologie digitali, su web marketing, orientamento al consumatore estero, corsi di orientamento su come cogliere le opportunità di mercato e di inserimento nei programmi di finanziamento dell’Unione europea.

Si tratta di un complesso di azioni essenziali in questa fase per consentire di mantenere contatti e collegamenti imprenditoriali, e per una corretta informazione, che nessun altro soggetto potrebbe fornire, in particolare sul duplice versante del collegamento tra imprenditoria estera locale e imprenditoria italiana, di dimensioni più piccole e molto articolate sul territorio.

Queste iniziative verrebbero realizzate anche avendo come controparte il sistema camerale italiano – e quindi disponendo di una rete capillare sul territorio dell’intero Paese per arrivare anche a quelle imprese potenziali esportatrici che hanno bisogno di un supporto adeguato e continuativo – a maggior razione in una fase di ripresa di presidio anche di tradizionali mercati, sui quali rischiamo di perdere terreno proprio per le conseguenze dei vincoli sulla produzione che potrebbero strozzare la nostra capacità di offerta e di cui potrebbero approfittare competitor con prodotti di qualità non comparabile alla nostra.

Per questo occorre anche una grande azione di consapevolizzazione dei consumatori/utilizzatori esteri e su questo versante il sistema delle Camere italiane all’estero è sicuramente il meglio attrezzato, per costituency e per operatività”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/made-in-italy-e-cura-italia-il-sostegno-delle-ccie/144374/160

Costruiamo insieme un nuovo Rinascimento attraverso la cultura

“Lavoriamo insieme sotto la guida Unesco per trasformare questa crisi drammatica in uno strumento per un nuovo rinascimento globale attraverso la cultura, la ricerca e l’educazione”. Questo l’appello lanciato oggi dal ministro per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, Dario Franceschini, nell’ambito della riunione virtuale dei ministri della Cultura Unesco convocata dalla organizzazione internazionale per discutere l’impatto della pandemia sul mondo della cultura.

L’incontro, voluto come estensione del Forum dei Ministri della Cultura Unesco dello scorso novembre a Parigi, ha permesso di condividere le misure messe in atto nei diversi Paesi per sostenere i lavoratori dell’industrie creative e le istituzioni culturali in questa difficile circostanza. È stata inoltre l’occasione per incoraggiare lo scambio di esperienze tra i Paesi colpiti per primi e quelli in cui la crisi è ancora in fase di sviluppo per orientare le misure di prevenzione e anticipare o mitigare l’impatto delle misure di contenimento della pandemia. Sono state infine discusse le possibili raccomandazioni per alleviare l’impatto della crisi sanitaria sul settore culturale a breve, medio e lungo periodo.

“La situazione complessiva richiede ora sforzi massicci da parte di tutti gli attori coinvolti”, ha sottolineato il ministro Franceschini nel corso del suo intervento. “Le iniziative da intraprendere devono oltrepassare i confine dei singoli paesi e devono essere guidate dalla solidarietà e dal mutuo soccorso. Ancora una volta, persino in questa crisi, constatiamo come siano interdipendenti le nostre società. È pertanto necessaria una risposta globale, coordinata e sostenuta per affrontare una sfida globale”.

“Dobbiamo aiutare il settore culturale”, ha detto ancora il ministro, “sia attraverso misure di sostegno sociale ed economico, sia fornendogli strumenti innovativi connessi alle nuove tecnologie. E dobbiamo accrescere la straordinaria capacità di innovazione dei nostri cittadini, la loro volontà di prevalere sulla pandemia e di lavorare insieme per il bene commune”.

“È nostro dovere cogliere le opportunità e identificare le soluzioni che possono far superare la crisi e sostenere il recupero. Lo dobbiamo alle nostre comunità, che”, ha concluso Franceschini, “in questi mesi difficili hanno trovato nella cultura un porto sicuro”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/esteri/franceschini-ai-140-ministri-della-cultura-unesco-costruiamo-insieme-un-nuovo-rinascimento-globale-attraverso-la-cultura/144412/157

Verso il consiglio UE: nessun compromesso al ribasso

“L’odierna informativa mi consente di offrire al Parlamento un quadro compiuto delle più recenti iniziative che il Governo ha adottato sul piano interno e un aggiornamento sulle iniziative che, a livello europeo, sono in programma per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da COVID-19. Questo passaggio viene compiuto nella chiara consapevolezza – di chi vi parla ma anche dell’intero Governo – della necessità di coinvolgere appieno il Parlamento in particolare in una fase in cui l’azione del Governo, per il carattere straordinario e la portata pervasiva dell’emergenza che stiamo affrontando, rileva direttamente su beni primari della persona: la salute, la libertà, l’iniziativa economica, il lavoro, a tacer d’altre”. Così il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha iniziato il suo intervento nell’Aula del Senato dove nel primo pomeriggio di oggi ha reso un’informativa sulle più recenti iniziative adottate sul piano interno e programmate in sede europea, in vista del Consiglio di giovedì prossimo, 23 aprile.

Nell’informativa, che Conte replicherà a breve alla Camera, Conte ha ribadito che la pandemia ha costretto a “misure d’urgenza” ispirate al principio di “precauzionalità”. Nelle ultime settimane, ha aggiunto, l’emergenza sanitaria è stata “affrontata secondo le seguenti linee: mantenimento del distanziamento sociale, utilizzo diffuso dei dispositivi di protezione, rafforzamento delle reti sanitarie del territorio, intensificazione della presenza di Covid hospital, gara pubblica semplificata per un’indagine a campione, rafforzamento della mappatura dei contatti sospetti”. Il Governo “terrà informato il Parlamento su questa applicazione che tocca diritti fondamentali dei cittadini” ha assicurato riferendosi a “Immuni”, l’app scelta dal Governo per tracciare i contagi.

Il Presidente ha poi fornito dati sulla ripartizione regionale dei materiali sanitari, sulla fornitura dei quali c’è “una grande concorrenza tra Paesi”.

Nella fase due, ha aggiunto, “è previsto un allentamento delle restrizioni per le attività produttive e commerciali e modifiche delle misure di distanziamento sociale: il riavvio dovrà avvenire sulla base di un piano strutturato e omogeneo che tenga conto della sicurezza e della curva del contagio”, ha detto ancora Conte, ribadendo quanto scritto questa mattina. La fase 2 “è un passaggio sensibile e complesso: imprudenze potrebbero compromettere i sacrifici fin qui sostenuti”.

Sul versante economico “il decreto successivo al Cura Italia è articolato su tre direttrici: misure di sostegno alle imprese per sbloccare finanziamenti, tutela degli asset strategici (estensione del golden power a nuovi settori e a operazioni infraeuropee), incentivi alle imprese per riaprire in sicurezza”. Di fronte alla previsione di caduta del Pil del 9,1 per cento, per supportare famiglie e imprese il Governo “richiederà al Parlamento un ulteriore scostamento – di cifra superiore a quella già stanziata (25 miliardi) e non inferiore a 50 miliardi di euro – per un intervento complessivo non inferiore a 75 miliardi”.

L’Unione europea “non può permettersi di ripetere gli errori del 2008 quando non si riuscì a coordinare la risposta, optò per un consolidamento che produsse un secondo shock e portò alla recessione su scala europea”. L’ultimo Eurogruppo, ha ricordato il premier, “ha proposto un fondo di garanzia europeo (BEI) per l’attivazione di 200 miliardi di investimenti; un piano Sure come strumento di assistenza sanitaria e sociale; finanziamenti comuni a tassi interesse bassi e una linea di credito sanitaria sul Mes. Per come è stato concepito (forti condizionalità macroeconomiche e misure finanziarie stringenti al soggetto finanziato) il Mes è inaccettabile per l’Italia che, insieme ad altri otto Paesi membri, ha lanciato una sfida per introdurre nuovi strumenti”.

“Alcuni Paesi però, come la Spagna, hanno dichiarato di essere interessati al Mes per fronteggiare spese sanitarie dirette e indirette: rifiutare questa linea – ha osservato Conte – significherebbe fare un torto a questi Paesi”.

“Per capire l’incidenza delle condizionalità, l’Italia è disponibile a lavorare sul regolamento attuativo e il Parlamento dovrà valutare se risponde agli interessi nazionali”, ha aggiunto. “Il rapporto dell’Eurogruppo richiama infine la costituzione di un European recovery fond: l’Italia chiede che sia conforme ai trattati, offerto a tutti i Paesi interessati, particolarmente consistente, mirato a far fronte a tutte le conseguenze negative del Covid 19, immediatamente disponibile, e non dovrà avere condizionalità che caratterizzano i piani strutturali”.

“L’Italia, che ha una sua proposta, collaborerà con Francia e Spagna per raggiungere un risultato, ma non può accettare un compromesso al ribasso”, ha ribadito il Presidente del Consiglio. “Qui non siamo di fronte a un negoziato a somma zero. Non ci saranno alcuni vincitori e alcuni perdenti. Sono intimamente convinto, parlando di Europa, che o vinceremo tutti o perderemo tutti. Il prossimo incontro europeo a livello di leader dei 27 Stati Membri dell’Unione europea non ritengo sarà quello risolutivo a questo fine, ma – ha concluso – farò di tutto perché esprima, già il prossimo Consiglio Europeo, un indirizzo politico chiaro nell’unica direzione che vi ho espresso, l’unica direzione ragionevole”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/verso-il-consiglio-ue-nessun-compromesso-al-ribasso/144372/160

Il 25 aprile torna a splendere con la solidarietà – di Francesco Tessarolo

Si ricorderà a lungo il Settantacinquesimo Anniversario della Liberazione, quest’anno senza cerimonie pubbliche, senza sfilate e discorsi ufficiali. Si ricorderà a lungo perché l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo così duramente ha tolto la patina di superficialità e retorica che ormai nascondeva il vero senso del 25 aprile, un senso fatto di solidarietà, di attenzione per l’altro, per il più indifeso, di primato del bene comune; questo senso morale ed ideale della Festa della Liberazione torna a splendere vedendo il tricolore ai balconi, le persone che si salutano, il civismo diffuso e sinceramente sentito.

È una situazione nuova ed imprevista, quella che stiamo affrontando in questi giorni, ma le tante vite perdute, i sacrifici e le riflessioni profonde che essa suscita ci fanno sentire vicini e familiari i volti di coloro che, nel corso degli ultimi venti mesi del Secondo conflitto mondiale, seppero scegliere tra individualismo e solidarietà, tra democrazia e dittatura, tra ragione ed esaltazione fanatica, tra civiltà e barbarie.

In questi giorni, uno di loro, un partigiano padovano, mi ha scritto per ricordare il 25 aprile di settantacinque anni fa, i molti amici di allora mancati a causa del virus ed i tanti altri di cui non ha più notizie, ed ha aggiunto: “Ma nella mia mente li ricordo sempre e continuo a vederli com’erano allora: giovani pieni di entusiasmo, sempre disponibili e pronti a seguirci in ogni azione, coraggiosi, generosi, ottimisti. Sognavano un’Italia libera e più giusta, un’Europa unita e pacifica e un mondo migliore”.

La terribile pandemia che stiamo vivendo ha tolto alle nostre Associazioni tante persone che ci erano care, tanti testimoni preziosi, ma ci ha anche insegnato a non preoccuparci delle cose inessenziali e vuote che prima ingombravano le nostre menti ed i nostri cuori. Per ricordare adeguatamente tutte queste persone e gli ideali che hanno ispirato le loro scelte allora e continuano a rappresentare il nostro punto di riferimento anche oggi, la Federazione Italiana Volontari della Libertà ha aperto una sottoscrizione, che si concluderà nei prossimi giorni, invitando i componenti di Giunta e tutte le nostre ventisei Associazioni a contribuire, nei limiti delle proprie possibilità in questo momento incerto e difficile; il ricavato sarà destinato alla Caritas e al Banco Alimentare, per fare concretamente nostra l’esortazione che papa Francesco ha fatto nei giorni scorsi in piazza San Pietro: “provvedere ora a coloro che hanno fame”, in questa grave situazione economica e alimentare. Il prossimo 25 aprile sia quindi sotto il segno della solidarietà, oggi come settantacinque anni fa. (francesco tessarolo*\ aise)

* presidente federazione italiana volontari della libertà

Reperibile da https://www.aise.it/associazioni/il-25-aprile-torna-a-splendere-con-la-solidarietà–di-francesco-tessarolo/144413/157

Amiamo e prendiamoci cura della nostra casa comune

La 50ª Giornata Mondiale della Terra che si celebra oggi “è un’opportunità per rinnovare il nostro impegno ad amare la nostra casa comune e prenderci cura di essa e dei membri più deboli della nostra famiglia”. Così Papa Francesco che nell’udienza generale di questa mattina, nella Biblioteca del Palazzo Apostolico, ha dedicato la sua catechesi al 50° anniversario della Giornata.

“Come la tragica pandemia di coronavirus ci sta dimostrando, soltanto insieme e facendoci carico dei più fragili possiamo vincere le sfide globali”, ha aggiunto il Papa che, citando la sua Enciclica “Laudato si’” ha ribadito come tutti “dobbiamo crescere nella coscienza della cura della casa comune”.

“Siamo fatti di materia terrestre, e i frutti della terra sostengono la nostra vita”, ha aggiunto. “Ma, come ci ricorda il libro della Genesi, non siamo semplicemente “terrestri”: portiamo in noi anche il soffio vitale che viene da Dio. Viviamo quindi nella casa comune come un’unica famiglia umana e nella biodiversità con le altre creature di Dio. Come imago Dei, immagine di Dio, – ha sottolineato – siamo chiamati ad avere cura e rispetto per tutte le creature e a nutrire amore e compassione per i nostri fratelli e sorelle, specialmente i più deboli, a imitazione dell’amore di Dio per noi, manifestato nel suo Figlio Gesù, che si è fatto uomo per condividere con noi questa situazione e salvarci”.

“A causa dell’egoismo siamo venuti meno alla nostra responsabilità di custodi e amministratori della terra”, ha ammonito Francesco. “L’abbiamo inquinata, l’abbiamo depredata, mettendo in pericolo la nostra stessa vita. Per questo, si sono formati vari movimenti internazionali e locali per risvegliare le coscienze. Apprezzo sinceramente queste iniziative, e sarà ancora necessario che i nostri figli scendano in strada per insegnarci ciò che è ovvio, vale a dire che non c’è futuro per noi se distruggiamo l’ambiente che ci sostiene”.

“Abbiamo mancato nel custodire la terra, nostra casa-giardino, e nel custodire i nostri fratelli”, ha aggiunto il Papa. “Abbiamo peccato contro la terra, contro il nostro prossimo e, in definitiva, contro il Creatore, il Padre buono che provvede a ciascuno e vuole che viviamo insieme in comunione e prosperità. E come reagisce la terra? C’è un detto spagnolo che è molto chiaro, in questo, e dice così: “Dio perdona sempre; noi uomini perdoniamo alcune volte sì alcune volte no; la terra non perdona mai”. La terra non perdona: se noi abbiamo deteriorato la terra, la risposta sarà molto brutta”.

“Come possiamo ripristinare un rapporto armonioso con la terra e il resto dell’umanità? Un rapporto armonioso … Tante volte perdiamo la visione della armonia: l’armonia – ha osservato – è opera dello Spirito Santo. Anche nella casa comune, nella terra, anche nel nostro rapporto con la gente, con il prossimo, con i più poveri, come possiamo ripristinare questa armonia? Abbiamo bisogno di un modo nuovo di guardare la nostra casa comune. Intendiamoci: essa non è un deposito di risorse da sfruttare. Per noi credenti il mondo naturale è il “Vangelo della Creazione”, che esprime la potenza creatrice di Dio nel plasmare la vita umana e nel far esistere il mondo insieme a quanto contiene per sostenere l’umanità. Il racconto biblico della creazione si conclude così: «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gen 1,31). Quando vediamo queste tragedie naturali che sono la risposta della terra al nostro maltrattamento, io penso: “Se io chiedo adesso al Signore cosa ne pensa, non credo che mi dica che è una cosa molto buona”. Siamo stati noi a rovinare l’opera del Signore!”.

Oggi, dunque, “siamo chiamati a ritrovare il senso del sacro rispetto per la terra, perché essa non è soltanto casa nostra, ma anche casa di Dio. Da ciò scaturisce in noi la consapevolezza di stare su una terra sacra! La profezia della contemplazione è qualcosa che apprendiamo soprattutto dai popoli originari, i quali ci insegnano che non possiamo curare la terra se non l’amiamo e non la rispettiamo. Loro hanno quella saggezza del “buon vivere”, non nel senso di passarsela bene, no: ma del vivere in armonia con la terra. Loro chiamano “il buon vivere” questa armonia. Nello stesso tempo, abbiamo bisogno di una conversione ecologica che si esprima in azioni concrete. Come famiglia unica e interdipendente, necessitiamo di un piano condiviso per scongiurare le minacce contro la nostra casa comune. Siamo consapevoli dell’importanza di collaborare come comunità internazionale per la protezione della nostra casa comune”.

Il Papa ha quindi esortato “quanti hanno autorità a guidare il processo che condurrà a due importanti Conferenze internazionali: la COP15 sulla Biodiversità a Kunming (Cina) e la COP26 sui Cambiamenti Climatici a Glasgow (Regno Unito). Questi due incontri sono importantissimi. Vorrei incoraggiare a organizzare interventi concertati anche a livello nazionale e locale. È bene convergere insieme da ogni condizione sociale e dare vita anche a un movimento popolare “dal basso”. La stessa Giornata Mondiale della Terra, che celebriamo oggi, è nata proprio così”, ha ricordato.

“Ciascuno di noi può dare il proprio piccolo contributo. In questo tempo pasquale di rinnovamento, impegniamoci ad amare e apprezzare il magnifico dono della terra, nostra casa comune, e – ha concluso – a prenderci cura di tutti i membri della famiglia umana”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/amiamo-e-prendiamoci-cura-della-nostra-casa-comune-/144385/160

21 aprile anniversario della fondazione di Roma

Nel 2019 Matteo Rovere ha celebrato la fondazione di Roma con il film il Primo re, con nel ruolo dei protagonisti: Alessio Lapiece e Alessandro Borghi. Il film è una rivisitazione della leggenda in chiave il più possibile realistica.

Nel 753 a. C. i due fratelli pastori Romolo e Remo sono travolti da un’improvvisa e violenta esondazione del fiume Tevere e finiscono spiaggiati nel territorio della potente città di Alba Longa, i cui abitanti li prendono come schiavi.

Ribellatisi ai loro carcerieri, i due fratelli liberano anche gli altri prigionieri e avuta la meglio nella battaglia, riescono a fuggire per raggiungere il Tevere, prendendo in ostaggio, la sacerdotessa della dea Vesta Satnei, portatrice del sacro fuoco, così da conservare il favore degli dei. Durante la fuga, si manifesta una forte polemica tra il capo latino Tefarie da una parte e Remo dall’altra, per l’insistenza di Remo a portare con sé il fratello Romolo, rimasto gravemente ferito nella ribellione. Remo uccide in duello Tefarie, diventando così capo della neo-costituita tribù.

Guidata da Remo, la tribù tende un’imboscata vittoriosa ad un gruppo di guerrieri del clan Testa di Lupo e raggiunge il loro paese abitato ormai soltanto da vecchi, donne e bambini, di cui Remo si nomina re. Questi, nel corso di un sacrificio, chiede a Satnei un’ aruspicina per conoscere il proprio futuro. La sacerdotessa predice che uno dei due fratelli diventerà un grande re e fonderà un impero più grande di ogni immaginazione; per diventare tale, però, dovrà uccidere l’altro fratello. Remo e la sua tribù interpretano la divinazione vedendo in Romolo colui che dovrà morire per la grandezza del fratello.

Remo, rifiutandosi di accettare un tale ordine divino che gli impone di sacrificare il fratello, inveisce contro gli dei, spegne il sacro fuoco di Vesta, uccide il vecchio sacerdote del pago e incatena Satnei nel mezzo della foresta, preda inerme degli animali selvatici. Tornato nel villaggio, gli dà fuoco e riduce tutti gli abitanti a suoi schiavi. Ben presto Romolo, ormai completamente guarito, affronta il fratello che, resosi conto dei suoi eccessi, tenta invano di liberare Satnei, ormai morente dopo esser stata aggredita dagli animali selvatici. Satnei rivela a Remo che entrambi hanno svolto inconsciamente la loro parte nella profezia e che il fratricida designato ora è Romolo, in quanto risparmiato da suo fratello. Prima di spirare, la sacerdotessa incita infine Remo a fuggire.

Romolo diviene il capo degli abitanti del pago poiché riesce a riaccendere il sacro fuoco e incarica una giovane del villaggio a sorvegliarlo perché rimanga sempre acceso, creando così la prima vestale. Remo e la sua tribù tentano di raggiungere il Tevere, ma vengono assaliti e decimati dalla cavalleria albana. Remo e pochi altri si salvano grazie all’intervento a loro difesa della tribù di Romolo.

Nonostante Romolo sia disponibile a riappacificarsi col fratello, Remo rivendica per sé la sua tribù, ritenendoli suoi schiavi. Ormai isolato, Remo minaccia di spegnere il sacro fuoco custodito dalla tribù di Romolo, superando la linea che il fratello aveva tracciato per terra intimandogli di non superarla. Tra i due incomincia quindi un combattimento mortale in cui Remo, consapevole di non avere più seguito nella tribù, decide di compiere l’estremo sacrificio, inducendo il fratello ad ucciderlo per far sì che la profezia si compia. In punto di morte Remo si riappacifica col fratello, riconoscendolo come suo re e incoraggiandolo ad attraversare il fiume e a fondare là una città sicura.

Romolo e la sua tribù superano così il Tevere e allestiscono una pira per il fratello, come richiesto da quest’ultimo prima di morire. Romolo giura di costruire sulle sue ceneri la città più grande e potente che il mondo abbia mai visto, in grado di spodestare il dominio della spietata Alba Longa e di qualunque tiranno, e dove tutti i latini i possano trovare casa senza distinzioni e pregiudizi, dando a questa città il nome di Roma.

Edda Cinarelli

Conte: “studiamo un piano per riaprire”

“In queste ore continua senza sosta il lavoro del Governo, coadiuvato dall’équipe di esperti, al fine di coordinare la gestione della ‘fase due’, quella della convivenza con il virus”. Inizia così il lungo post che il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha pubblicato oggi sulla sua pagina facebook per dire agli italiani che, sì, il Governo sa che rispettare le restrizioni è difficile, ma ora più che mai c’è bisogno di responsabilità e prudenza. Il premier annuncia quindi che, entro questa settimana, l’Esecutivo comunicherà il piano di riaperture che dovrebbero entrare in vigore il 4 maggio.

“Come già sapete, – scrive il premier – le attuali misure restrittive sono state prorogate sino al 3 maggio. Molti cittadini sono stanchi degli sforzi sin qui compiuti e vorrebbero un significativo allentamento di queste misure o, addirittura, la loro totale abolizione. Vi sono poi le esigenze delle imprese e delle attività commerciali di ripartire al più presto. Mi piacerebbe poter dire: riapriamo tutto. Subito. Ripartiamo domattina. Questo Governo ha messo al primo posto la tutela della salute dei cittadini, ma certo non è affatto insensibile all’obiettivo di preservare l’efficienza del sistema produttivo. Ma una decisione del genere sarebbe irresponsabile. Farebbe risalire la curva del contagio in modo incontrollato e vanificherebbe tutti gli sforzi che abbiamo fatto sin qui. Tutti insieme.”

“In questa fase – aggiunge Conte – non possiamo permetterci di agire affidandoci all’improvvisazione. Non possiamo abbandonare la linea della massima cautela, anche nella prospettiva della ripartenza. Non possiamo affidarci a decisioni estemporanee pur di assecondare una parte dell’opinione pubblica o di soddisfare le richieste di alcune categorie produttive, di singole aziende o di specifiche Regioni. L’allentamento delle misure deve avvenire sulla base di un piano ben strutturato e articolato. Dobbiamo riaprire sulla base di un programma che prenda in considerazione tutti i dettagli e incroci tutti i dati. Un programma serio, scientifico. Non possiamo permetterci di tralasciare nessun particolare, perché l’allentamento porta con sé il rischio concreto di un deciso innalzamento della curva dei contagi e dobbiamo essere preparati a contenere questa risalita ai minimi livelli, in modo che il rischio del contagio risulti “tollerabile” soprattutto in considerazione della recettività delle nostre strutture ospedaliere”.

“Vi faccio un esempio. Non possiamo limitarci a pretendere, da parte della singola impresa, il rispetto del protocollo di sicurezza nei luoghi di lavoro che pure abbiamo predisposto per questa epidemia. Dobbiamo valutare anche i flussi dei lavoratori che la riapertura di questa impresa genera. Le percentuali di chi usa i mezzi pubblici, i mezzi privati, in quali orari, con quale densità”, spiega. “Come possiamo garantire all’interno dei mezzi di trasporto la distanza sociale? Come possiamo evitare che si creino sovraffollamenti, le famose “ore di punta”? Come favorire il ricorso a modalità di trasporto alternative e decongestionanti? Questo programma deve avere un’impronta nazionale, perché deve offrire una riorganizzazione delle modalità di espletamento delle prestazioni lavorative, un ripensamento delle modalità di trasporto, nuove regole per le attività commerciali. Dobbiamo agire sulla base di un programma nazionale, che tenga però conto delle peculiarità territoriali. Perché le caratteristiche e le modalità del trasporto in Basilicata non sono le stesse che in Lombardia. Come pure la recettività delle strutture ospedaliere cambia da Regione a Regione e deve essere costantemente commisurata al numero dei contagiati e dei pazienti di Covid-19”.

“È per questo – ricorda Conte – che abbiamo gruppi di esperti che stanno lavorando al nostro fianco giorno e notte. C’è il dott. Angelo Borrelli che sin dalla prima ora ci aiuta, per tutta la parte operativa, con le donne e gli uomini della Protezione civile. C’è il dott. Domenico Arcuri che sta mettendo le sue competenze manageriali al servizio dell’approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale e delle apparecchiature medicali di cui le Regioni erano fortemente carenti (pensate: ad oggi abbiamo fornito alle Regioni 110 milioni di mascherine e circa 3 mila ventilatori per le terapie). C’è il prof. Silvio Brusaferro che insieme agli altri scienziati ed esperti sanitari del Comitato tecnico-scientifico ci forniscono un’analisi scientifica della curva epidemiologica e ci suggeriscono le misure di contenimento del contagio e di mitigazione del rischio. Più di recente si è aggiunto il dott. Vittorio Colao che insieme a tanti altri esperti sta offrendo un contributo determinante per la stesura di un piano per una graduale e sostenibile riapertura, che tenga conto di tutti i molteplici aspetti, operativi e scientifici”.

“È fin troppo facile dire “apriamo tutto”. Ma i buoni propositi vanno tradotti nella realtà, nella realtà del nostro Paese, tenendo conto di tutte le nostre potenzialità, ma anche dei limiti attuali che ben conosciamo”, annota il Premier prima di annunciare che “nei prossimi giorni analizzeremo a fondo questo piano di riapertura e ne approfondiremo tutti i dettagli. Alla fine, ci assumeremo la responsabilità delle decisioni, che spettano al Governo e che non possono essere certo demandate agli esperti, che pure ci offrono una preziosa base di valutazione.

Assumeremo le decisioni che spettano alla Politica come abbiamo sempre fatto: con coraggio, lucidità, determinazione. Nell’esclusivo interesse di tutto il Paese. Nell’interesse dei cittadini del Nord, del Centro, del Sud e delle Isole. Non permetterò mai che si creino divisioni. Dobbiamo marciare uniti e mantenere alto lo spirito di comunità. È questa la nostra forza”.

“E smettiamola di essere severi con il nostro Paese. Tutto il mondo è in difficoltà. Possiamo essere fieri di come stiamo affrontando questa durissima prova. Prima della fine di questa settimana – conclude – confido di comunicarvi questo piano e di illustrarvi i dettagli di questo articolato programma. Una previsione ragionevole è che lo applicheremo a partire dal prossimo 4 maggio”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/conte-studiamo-un-piano-per-riaprire/144343/160

Quei profughi italiani dimenticati – di Marinellys Tremamunno

“La grave crisi umanitaria e politica che vive il Venezuela ha spinto migliaia di italiani e loro discendenti ad abbandonare la nazione sudamericana per raggiungere l’Italia. È la migrazione di ritorno, un fenomeno non sconosciuto per lo Stato italiano: i dati dell’Istat confermano un incremento sistematico del 376 per cento negli ultimi cinque anni”. Ne scrive Marinellys Tremamunno sul “Messaggero di Sant’Antonio”, nelle pagine dedicate agli italiani all’estero.

“Nel 2014, ben 918 cittadini italiani provenienti dal Venezuela hanno preso residenza in Italia, mentre nel 2018 ne sono stati registrati 3.460. Nonostante tutto, ad oggi il governo italiano non ha mai affrontato le problematiche d’integrazione che soffrono questi profughi.

“Gli italiani che rientrano in qualità di profughi, perché fuggono da una situazione pericolosa, una volta entrati nei nostri confini nazionali si trovano nella totale impossibilità di lavorare nel loro settore professionale perché non sono riconosciuti i titoli universitari, le specializzazioni e le iscrizioni agli albi professionali posseduti al momento dell’uscita dal martoriato Venezuela”, ci informa Alessandro Zehentner, presidente del Comites di Barcellona.

Da circa due anni Zehentner e l’Associazione “Venezuela: la piccola Venezia” Onlus si battono per aiutare questa grande comunità italiana: la terza, in ordine di importanza, nei Paesi dell’America Latina. Aggiungendo ad essi i discendenti delle generazioni successive, la comunità supera ampiamente i 2 milioni di persone.

Sono gli stessi italiani che, in passato, contribuirono alla ricostruzione dell’Italia nel dopoguerra, con l’invio delle cosiddette rimesse, e che oggi non riescono ad avere un lavoro degno in Italia.

“Gli italo-venezuelani che emigrano in Europa sono generalmente persone di alto livello culturale, oltre che figli di italiani nati in Italia – sottolinea Zehentner –. Tutti hanno un’ottima (se non perfetta) conoscenza della lingua italiana, ma non riescono a inserirsi nel mercato del lavoro della penisola. Ci sono medici con doppia specializzazione e decenni di esperienza (che in Venezuela è di livello molto alto), i quali si trovano nella triste e umiliante situazione di dover sopravvivere pulendo le scale. Oppure abbiamo ingegneri che finiscono a fare i badanti. Una realtà che deve essere risolta e affrontata con estrema urgenza”.

Mentre mancano circa 56 mila medici in Italia, in Spagna ci sono almeno 600 medici italo-venezuelani.
“Nonostante questi professionisti siano anche italiani, decidono di stabilirsi in Spagna perché in Italia rimangono disoccupati o inoccupati”, precisa il presidente del Comites di Barcellona. E lo stesso problema si verifica con le patenti di guida venezuelane “che non sono valide per la loro conversione in Italia, mentre in Spagna sì”.

Ma come si può risolvere questo problema? “L’idea è quella di proporre un Decreto legge urgente – conclude Zehentner – per semplificare e velocizzare le procedure per il riconoscimento dei titoli e delle specializzazioni universitarie venezuelane, cioè che parifichi la procedura attuale a quella applicata ai rifugiati che, paradossalmente, godono di agevolazioni che non hanno i cittadini italiani provenienti dallo stesso territorio, quale Paese in stato di guerra o grave crisi socio-economica””. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/rassegna-stampa/quei-profughi-italiani-dimenticati-di-marinellys-tremamunno/144244/157

In Italia sei settimane di distanziamento sociale costano il 6,6% del PIL

Due professori della Bocconi, Basile Grassi e Julien Sauvagnat, e uno di HEC di Paris, Jean-Noël Barrot, hanno stimato le conseguenze economiche del blocco di 6 settimane imposto dalle autorità francesi in un calo annuo del Pil del 5,6%. Lo hanno fatto utilizzando un modello standard della rete di produzione, che tiene conto delle interdipendenze settoriali dell’economia francese. Le stesse misure avrebbero avuto costi diversi in paesi con una diversa composizione settoriale, sostengono, e stimano che la perdita di Pil – se gli altri governi avessero adottato le stesse misure francesi – sarebbe stata del 6,6% in Italia, del 5,7% in Germania, del 5,5% nel Regno Unito e del 6,7% in Spagna. Il Paese europeo più soggetto ai costi economici di distanziamento sociale si rivela essere la Bulgaria (con un calo del 9,2%), la Danimarca quello meno soggetto (-4,3%).

Tornando al caso francese, gli autori iniziano stimando nel 52% il calo della forza lavoro attiva dovuto a chiusure imposte dall’amministrazione (ristoranti, alberghi, ecc.), chiusura delle scuole (che coinvolge non solo i dipendenti della scuola, ma anche i lavoratori con figli a carico) e regole di distanziamento (che permettono di continuare a lavorare solo a chi è in grado di farlo da remoto). Questo si traduce in diversi tagli alla produzione, a seconda delle caratteristiche di ogni settore e delle loro interdipendenze. Il modello utilizzato dagli autori tiene conto sia dell’elasticità di sostituzione tra i beni (cioè la risposta dei consumi delle famiglie) sia dell’elasticità di sostituzione dei consumi intermedi (cioè la risposta dei settori industriali).

Se il 5,6% è il calo della crescita totale del Pil, i settori sono colpiti in modo diverso. Oltre ai settori direttamente interessati dalle chiusure (turismo, ristorazione), quelli che registrano il calo più pesante sono i settori a monte, più distanti dalla domanda degli utenti finali.

Con il loro esercizio, i tre studiosi intendono fornire ai decisori politici dei diversi paesi europei uno strumento utile, seppur imperfetto, che possa rientrare nel cruscotto utilizzato per prendere decisioni sulle misure di distanziamento sociale.

“Il nostro modello – chiariscono – non considera il commercio internazionale, gli stabilizzatori automatici e le misure adottate dal governo per sostenere l’economia. Comunque, stiamo lavorando su questi ultimi due aspetti”.

I responsabili politici potrebbero anche trarre dallo studio importanti suggerimenti per una strategia di uscita dal lockdown, in quanto gli autori eseguono una simulazione di ciò che potrebbe accadere se le misure venissero revocate in modo differenziato dopo 4 settimane invece che dopo 6. Far uscire dal lockdown alcune fasce d’età, regioni o settori prima di altri farebbe la differenza. In particolare, l’effetto economico più forte si registrerebbe facendo ripartire prima il settore delle costruzioni. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/economia/bocconi-in-italia-sei-settimane-di-distanziamento-sociale-costano-il-66-del-pil/144228/157

Coronavirus: agricoltura tradizionale come modello per ripartire

Nelle aree dove resistono sistemi di agricoltura tradizionale si registrano una minore diffusione del virus: dai 9 ai 594 casi in media. È quanto emerge dallo studio condotto dal laboratorio CULTLAB della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze in collaborazione con la segreteria scientifica dell’Osservatorio Nazionale del Paesaggio Rurale.

Lo studio mette in relazione il numero di casi di Coronavirus registrati sul territorio nazionale e i modelli di agricoltura presenti nelle varie zone del Paese, evidenziando una maggiore incidenza del virus, da 4.150 fino a 8.676 casi, nelle zone agricole periurbane e ad agricoltura intensiva, in particolare nelle aree della Pianura Padana, del fronte adriatico dell’Emilia Romagna, della valle dell’Arno tra Firenze e Pisa, e nelle zone intorno a Roma e Napoli, dove si registra un più alto livello di meccanizzazione, impiego della chimica e agroindustria e maggiori interrelazioni con urbanizzazione e inquinamento.

“Ci siamo occupati di indagare la relazione tra i casi di Coronavirus rispetto ad un tema poco esplorato – spiega il professor Mauro Agnoletti, coordinatore del progetto e responsabile scientifico del programma della FAO per la tutela dei Paesaggi agricoli di rilevanza mondiale – che interessa non solo all’Italia, cioè il territorio rurale. Eppure, l’agricoltura è considerata un servizio essenziale particolarmente in questo momento di crisi. È quindi importante capire il rapporto fra i modelli di agricoltura e la diffusione del virus anche in vista del ripensamento del modello di sviluppo passata l’emergenza”.

Quattro i modelli di agricoltura presi in considerazione dallo studio: aree agricole urbane e periurbane, aree ad agricoltura intensiva (es. Pianura Padana), aree con agricoltura a media intensità energetica (dove si praticano sistemi tradizionali) e aree con agricoltura a bassa intensità energetica (tipicamente nelle zone di montagna del centro-nord, nella collina rurale meridionale e in alcune aree di pianura del sud e delle isole). Considerato il dato medio nazionale della diffusione del Coronavirus, pari a 47 casi ogni 100 kmq, nelle aree ad agricoltura intensiva l’intensità del contagio sale a 94 casi ogni 100 kmq, mentre nelle aree ad agricoltura non intensiva il dato scende a 32 casi ogni 100 kmq.

Il caso della Pianura Padana (province di Alessandria, Asti, Bergamo, Biella, Bologna, Brescia, Como, Cremona, Cuneo, Ferrara, Forlì-Cesena, Gorizia, Lecco, Lodi, Mantova, Milano, Modena, Monza e della Brianza, Novara, Padova, Parma, Pavia, Piacenza, Pordenone, Ravenna, Reggio nell’Emilia, Rimini, Rovigo, Torino, Treviso, Udine, Varese, Venezia, Vercelli, Verona, Vicenza) è particolarmente esemplificativo: qui si concentra il 61% delle aree ad agricoltura intensiva di tutto il Paese e fa registrare il 70% dei casi COVID-19 in Italia.

Ma con una distribuzione differente a seconda dei modelli agricoli praticati: nelle aree della Pianura Padana ad agricoltura intensiva si registrano 138 casi ogni 100 kmq, mentre in quelle ad agricoltura non intensiva la media scende a 90 casi ogni 100 kmq.

Le aree a media e bassa intensità energetica, dove sono concentrate il 68% delle superfici protette italiane, risultano invece meno colpite dal Covid-19. Queste aree sono distribuite soprattutto nelle zone medio collinari, montane alpine ed appenniniche, caratterizzate da risorse paesaggistiche, naturalistiche ma anche culturali, storiche e produzioni tipiche legate a criteri qualitativi più che quantitativi. Il modello di agricoltura, detto altrimenti, riflette uno stile di vita diverso rispetto a quello delle zone ad alta intensità energetica. Proponendo una interessante prospettiva sul futuro soprattutto. “Questo tipo di organizzazione – produttiva, economica e sociale – potrebbe rappresentare un modello di sviluppo da cui ripartire una volta passata l’emergenza”, commenta Agnoletti.

Si tratta di sistemi agricoli che possono garantire sicurezza alimentare, oltre allo sviluppo equilibrato di attività terziarie legate al turismo, all’agriturismo, al commercio, ai servizi e ai prodotti tipici. Sistemi che la FAO, attraverso il programma GIAHS, con la collaborazione dell’Italia, ha l’obiettivo di tutelare e promuovere in Italia e nel mondo e che potrebbero rivelarsi utili per la “fase 2” e la ricostruzione che seguirà il post-virus. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/ambiente-e-ricerca/coronavirus-agricoltura-tradizionale-come-modello-per-ripartire-lo-studio-delluniversità-di-firenze/144227/157

Ir Arriba