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April 2020 - page 2

Francesco: “scegliamo la via di Dio, non quella dell’io”

“Scegliamo la via di Dio, non quella dell’io”. Questo è l’invito che Papa Francesco ha rivolto ai fedeli durante la recita del Regina Coeli, ieri, domenica 26 aprile, nella Biblioteca del Palazzo Apostolico del Vaticano.

“Il Vangelo di oggi, ambientato nel giorno di Pasqua, racconta l’episodio dei due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35)”, ha esordito il Santo Padre. “È una storia che inizia e finisce in cammino. C’è infatti il viaggio di andata dei discepoli che, tristi per l’epilogo della vicenda di Gesù, lasciano Gerusalemme e tornano a casa, a Emmaus, camminando per circa undici chilometri. È un viaggio che avviene di giorno, con buona parte del tragitto in discesa. E c’è il viaggio di ritorno: altri undici chilometri, ma fatti al calare della notte, con parte del cammino in salita dopo la fatica del percorso di andata e tutta la giornata. Due viaggi: uno agevole di giorno e l’altro faticoso di notte. Eppure il primo avviene nella tristezza, il secondo nella gioia. Nel primo c’è il Signore che cammina al loro fianco, ma non lo riconoscono; nel secondo non lo vedono più, ma lo sentono vicino. Nel primo sono sconfortati e senza speranza; nel secondo corrono a portare agli altri la bella notizia dell’incontro con Gesù Risorto”.

“I due cammini diversi di quei primi discepoli”, ha proseguito Bergoglio, “dicono a noi, discepoli di Gesù oggi, che nella vita abbiamo davanti due direzioni opposte: c’è la via di chi, come quei due all’andata, si lascia paralizzare dalle delusioni della vita e va avanti triste; e c’è la via di chi non mette al primo posto sé stesso e i suoi problemi, ma Gesù che ci visita, e i fratelli che attendono la sua visita, cioè i fratelli che attendono che noi ci prendiamo cura di loro. Ecco la svolta: smettere di orbitare attorno al proprio io, alle delusioni del passato, agli ideali non realizzati, a tante cose brutte che sono accadute nella propria vita. Tante volte noi siamo portati a orbitare, orbitare… Lasciare quello e andare avanti guardando alla realtà più grande e vera della vita: Gesù è vivo, Gesù mi ama. Questa è la realtà più grande. E io posso fare qualcosa per gli altri. È una bella realtà, positiva, solare, bella! L’inversione di marcia è questa: passare dai pensieri sul mio io alla realtà del mio Dio; passare – con un altro gioco di parole – dai “se” al “sì”. Dai “se” al “sì”. Cosa significa? “Se fosse stato Lui a liberarci, se Dio mi avesse ascoltato, se la vita fosse andata come volevo, se avessi questo e quell’altro…”, in tono di lamentela. Questo “se” non aiuta, non è fecondo, non aiuta noi né gli altri. Ecco i nostri se, simili a quelli dei due discepoli. I quali passano però al sì: “sì, il Signore è vivo, cammina con noi. Sì, ora, non domani, ci rimettiamo in cammino per annunciarlo”. “Sì, io posso fare questo perché la gente sia più felice, perché la gente migliori, per aiutare tanta gente. Sì, sì, posso”. Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia e alla pace, perché quando noi ci lamentiamo, non siamo nella gioia; siamo in un grigio, in un grigio, quell’aria grigia della tristezza. E questo non aiuta neppure ci fa crescere bene. Dal se al sì, dalla lamentela alla gioia del servizio”.

“Questo cambio di passo, dall’io a Dio, dai se al sì, com’è accaduto nei discepoli? Incontrando Gesù”, ha spiegato Papa Francesco: “i due di Emmaus prima gli aprono il loro cuore; poi lo ascoltano spiegare le Scritture; quindi lo invitano a casa. Sono tre passaggi che possiamo compiere anche noi nelle nostre case: primo, aprire il cuore a Gesù, affidargli i pesi, le fatiche, le delusioni della vita, affidargli i “se”; e poi, secondo passo, ascoltare Gesù, prendere in mano il Vangelo, leggere oggi stesso questo brano, al capitolo ventiquattro del Vangelo di Luca; terzo, pregare Gesù, con le stesse parole di quei discepoli: “Signore, “resta con noi” (v. 29). Signore, resta con me. Signore, resta con tutti noi, perché abbiamo bisogno di Te per trovare la via. E senza di Te c’è la notte””.

“Cari fratelli e sorelle”, si è avviato a concludere il Pontefice, “nella vita siamo sempre in cammino. E diventiamo ciò verso cui andiamo. Scegliamo la via di Dio, non quella dell’io; la via del sì, non quella del se. Scopriremo che non c’è imprevisto, non c’è salita, non c’è notte che non si possano affrontare con Gesù. La Madonna, Madre del cammino, che accogliendo la Parola ha fatto di tutta la sua vita un “sì” a Dio, ci indichi la via”.

Al termine del Regina Caeli, Papa Francesco ha ricordato che sabato ricorreva la Giornata Mondiale delle Nazioni Unite contro la malaria. “Mentre stiamo combattendo la pandemia di coronavirus”, ha detto, “dobbiamo portare avanti anche l’impegno per prevenire e curare la malaria, che minaccia miliardi di persone in molti Paesi. Sono vicino a tutti i malati, a quanti li curano, e a coloro che lavorano perché ogni persona abbia accesso a buoni servizi sanitari di base”.

Infine un accenno al mese dimaggio, che inizierà tra pochi giorni e che è dedicato in modo particolare alla Vergine Maria. “La nostra Madre ci aiuterà ad affrontare con più fede e speranza il tempo di prova che stiamo attraversando”, ha concluso il Santo Padre, augurando a tutti una buona domenica e chiedendo, come consuetudine ai fedeli: “per favore, non dimenticatevi di pregare per me”. (aise)

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Mattarella: “Stiamo dimostrando che possiamo farcela”

“Nella primavera del 1945 l’Europa vide la sconfitta del nazifascismo e dei suoi seguaci. L’idea di potenza, di superiorità di razza, di sopraffazione di un popolo contro l’altro, all’origine della seconda guerra mondiale, lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità Europea.” Lo ricorda il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con il suo tradizionale messaggio in occasione del 25 aprile.

“Nella primavera del 1945” sottolinea il Capo dello Stato “l’Europa vide la sconfitta del nazifascismo e dei suoi seguaci. L’idea di potenza, di superiorità di razza, di sopraffazione di un popolo contro l’altro, all’origine della seconda guerra mondiale, lasciò il posto a quella di cooperazione nella libertà e nella pace e, in coerenza con quella scelta, pochi anni dopo è nata la Comunità Europea.

Oggi celebriamo il settantacinquesimo anniversario della Liberazione, data fondatrice della nostra esperienza democratica di cui la Repubblica è presidio con la sua Costituzione.

La pandemia del virus che ha colpito i popoli del mondo ci costringe a celebrare questa giornata nelle nostre case.

Ai familiari di ciascuna delle vittime vanno i sentimenti di partecipazione al lutto da parte della nostra comunità nazionale, così come va espressa riconoscenza a tutti coloro che si trovano in prima linea per combattere il virus e a quanti permettono il funzionamento di filiere produttive e di servizi essenziali.

Manifestano uno spirito che onora la Repubblica e rafforza la solidarietà della nostra convivenza, nel segno della continuità dei valori che hanno reso straordinario il nostro Paese.

In questo giorno richiamiamo con determinazione questi valori. Fare memoria della Resistenza, della lotta di Liberazione, di quelle pagine decisive della nostra storia, dei coraggiosi che vi ebbero parte, resistendo all’oppressione, rischiando per la libertà di tutti, significa ribadire i valori di libertà, giustizia e coesione sociale, che ne furono alla base, sentendoci uniti intorno al Tricolore.

Nasceva allora una nuova Italia e il nostro popolo, a partire da una condizione di grande sofferenza, unito intorno a valori morali e civili di portata universale, ha saputo costruire il proprio futuro.

Con tenacia, con spirito di sacrificio e senso di appartenenza alla comunità nazionale, l’Italia ha superato ostacoli che sembravano insormontabili.

Le energie positive che seppero sprigionarsi in quel momento portarono alla rinascita. Il popolo italiano riprese in mano il proprio destino. La ricostruzione cambiò il volto del nostro Paese e lo rese moderno, più giusto, conquistando rispetto e considerazione nel contesto internazionale, dotandosi di antidoti contro il rigenerarsi di quei germi di odio e follia che avevano nutrito la scellerata avventura nazifascista.

Nella nostra democrazia la dialettica e il contrasto delle opinioni non hanno mai, nei decenni, incrinato l’esigenza di unità del popolo italiano, divenuta essa stessa prerogativa della nostra identità. E dunque avvertiamo la consapevolezza di un comune destino come una riserva etica, di straordinario valore civile e istituzionale. L’abbiamo vista manifestarsi, nel sentirsi responsabili verso la propria comunità, ogni volta che eventi dolorosi hanno messo alla prova la capacità e la volontà di ripresa dei nostri territori.

Cari concittadini, la nostra peculiarità nel saper superare le avversità deve accompagnarci anche oggi, nella dura prova di una malattia che ha spezzato tante vite. Per dedicarci al recupero di una piena sicurezza per la salute e a una azione di rilancio e di rinnovata capacità di progettazione economica e sociale. A questa impresa siamo chiamati tutti, istituzioni e cittadini, forze politiche, forze sociali ed economiche, professionisti, intellettuali, operatori di ogni settore.

Insieme possiamo farcela e lo stiamo dimostrando.

Viva l’Italia! Viva la Liberazione! Viva la Repubblica!” (aise)

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25 aprile: l’Italia canta “Bella Ciao”

Il 25 aprile #bellaciaoinognicasa alle ore 15.00 dalle proprie finestre e balconi, per “un’invasione di memoria”: questo l’appello della Presidenza e della Segreteria nazionali dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia per festeggiare la 75° festa della Liberazione, quest’anno costretta a casa a causa delle misure restrittive imposte per prevenire la diffusione del Coronavirus.

Sono tante le adesioni per partecipare all’iniziativa virtuale che l’ANPI ha ricevuto per celebrare la Liberazione dal Nazifascismo per mano delle forze alleate e dei partigiani nel 1945. Tra questi anche l’ARCI, la CGIL, CISL, UIL, Le Sardine, PD, Libera, Confederazione italiana tra le Associazioni combattentistiche e partigiane, Unione degli Universitari, Rete degli studenti medi, Rete della Conoscenza, Istituto nazionale Ferruccio Parri, Comune di Firenze, ANPPIA, Articolo UNO, ANED, FIAP, Articolo 21, Rete #NOBAVAGLIO, Libertà e Giustizia.

“L’Italia ha bisogno, oggi più che mai, di speranza, di unità, di radici che sappiano offrire la forza e la tenacia per poter scorgere un orizzonte di liberazione – hanno spiegato dalla presidenza dell’Associazione -. Il 25 aprile arriva con una preziosa puntualità. Arrivano le partigiane e i partigiani, il valore altissimo della loro memoria. L’ANPI chiama il Paese intero a celebrarlo come una risorsa di rinascita. Di sana e robusta rinascita”.

Quest’anno, infatti, l’ANPI non potrà scendere in piazza con il consueto corteo, “ma non ci fermeremo”, hanno evidenziato. “Il 25 aprile alle ore 15.00, l’ora in cui ogni anno parte a Milano il grande corteo nazionale, invitiamo tutti caldamente ad esporre dalle finestre, dai balconi il tricolore e ad intonare Bella ciao. In un momento intenso saremo insieme, con la Liberazione nel cuore. Con la sua bella e unitaria energia”.

Il programma

Sarà una grande piazza virtuale quella che festeggerà questo inedito 25 aprile, che vedrà come protagonisti l’ANPI e i tantissimi personaggi del mondo dello spettacolo, della cultura, del giornalismo, dello sport, del sindacato, dell’associazionismo democratico, che hanno tutti aderito all’appello #iorestolibero, iniziativa di solidarietà in favore della Caritas italiana e della Croce Rossa (donazioni aperte tutto il giorno).

Dai profili social dell’Associazione dei partigiani italiani la giornata di celebrazioni partirà alle ore 8.00 e si concluderà alle 19.00. Nel corso della giornata si darà anche conto fotograficamente di alcune celebrazioni ufficiali con deposizioni di corone o fiori ai piedi di monumenti simbolo della lotto partigiana, che liberò l’Italia dal giogo fascista e nazista.

Alle 14.30 si concentrerà il “fuoco” della festa: Inno di Mameli cantato da Tosca, poi Lella Costa che introdurrà Carla Nespolo, presidente ANPI, Maria Lisa Cinciari Rodano, staffetta partigiana, e Sara Diena, dei Fridays for Future Italia. Fino ad arrivare alle 15.00, quando prenderà il via #bellaciaoinognicasa.

Su sito e profili social de “La Repubblica”, dalle ore 15.00 il giornalista Gad Lerner condurrà una maratona della Liberazione, nella quale si alterneranno video-interviste ai partigiani, canzoni della Resistenza, interpretate da grandi artisti, attori e attrici. “Avanti tutta dunque col 25 aprile, con le radici autentiche del nostro Paese – ha concluso l’ANPI -. Con una buona e sana rinascita”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/25-aprile-litalia-canta-bella-ciao/144539/160

“Il 25 Aprile, fine dell’occupazione tedesca ed inizio di un’epoca di pace”, conversazione con il marchese Manfredo Cordero Lanza di Montezemolo

Negli ultimi anni, soprattutto per l’intervento di alcuni politici del centro destra, la celebrazione del 25 aprile é stata deprezzata. Esiste gente, che per ragioni totalmente personali, distorce la storia e cerca di confondere le idee. Per questo abbiamo deciso di conversare sulla storica data con il marchese Manfredo Cordero Lanza di Montezemolo, che la guerra l’ha fatta e ci ha perso pure il padre.

La storia: il 10 giugno 1940 l’Italia, governata da Benito Mussolini (duce fascista dell’Italia) entra in guerra con i tedeschi contro gli Alleati (basicamente: Gran Bretagna, Impero Britannico e gli Stati Uniti d’America). Il 25 luglio 1943 il Fascismo cade con la mozione di sfiducia del Conte Grandi e del Gran Consiglio Fascista, il generale Pietro Badoglio viene nominato Capo del nuovo governo.

Il 3 settembre il governo Badoglio firma un armistizio con gli Alleati. L’armistizio viene comunicato l’8 settembre e la guerra con i tedeschi ne é una conseguenza. Inizia quasi immediatamente la Resistenza.

Il 10 settembre Roma viene dichiarata “città aperta”, il 23 settembre i tedeschi ne prendono il controllo. Nell’ottobre del 1943 si forma il Corpo Italiano di Liberazione, formato da militari, dichiarato nell’ottobre del 1943 nuovo Esercito italiano e riconosciuto dagli Alleati come cobelligerante. Il 5 giugno 1944 gli Alleati entrano a Roma, liberata dai tedeschi. Il 25 Aprile 1945, anche Milano viene liberata dall’occupazione tedesca. E per l’Italia finisce la guerra.

La Resistenza, formata da militari italiani e da gruppi di partigiani, i cui membri non appartenevano ad un solo partito, ma erano espressione di tutto l’arco politico di quegli anni, ha avuto un ruolo determinante nella liberazione dell’Italia, cosí come l’ ha riconosciuto il Generale Harold Alexander, capo del corpo di spedizione alleato, in una lettera (del 1944) inviata alla vedova del colonnello di Stato Maggiore Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, ucciso il 24 marzo 1944 alle Fosse Ardeatine. Medaglia d’oro al valor militare post mortem. I partigiani hanno spianato la strada agli Alleati.

– Marchese Manfredo, cosa faceva prima dell’Armistizio del 1943?

Frequentavo l’Accademia Militare a Lucca. I tedeschi, appena avuta la notizia dell’Armistizio, la presero coi carriarmati, noi allievi avevano i moschetti. Il comandante é dovuto scendere a patti coi tedeschi per autorizzare i cadetti a tornare a casa loro. Quelli che si sono mossi rapidamente ci sono riusciti, gli altri sono stati fatti prigionieri. Sono riuscito a scappare e mi sono rifugiato in casa di amici, a Perugia, dove c’erano già mia madre, mio fratello Andrea, che é cardinale, e le mie 3 sorelle.

Mio padre mi ha subito fatto sapere che si trovava a Roma con il Generale Carli Di Bergolo, genero del re Vittorio Emanuele III, capo della città aperta di Roma. Nel frattempo il re e Badoglio si erano trasferiti a Brindisi.

– Si è trattato di una fuga o di una decisione ragionata?

É stata una decisione accertata, da Roma il re e Pietro Badoglio sono andati a Pescara e poi a Brindisi. Se il re fosse rimasto, sarebbe stato fatto prigioniero, la guerra per l’Italia si sarebbe conclusa l’ 8 settembre, e il nostro paese sarebbe stato dilaniato.

Il re e Badoglio, agendo in questo modo, hanno costituito un governo che poteva dialogare con gli alleati, coi tedeschi e coi paesi, che poi hanno vinto la guerra. L’Italia non é stata sconfitta in guerra, ma ha potuto continuare a combattere e in questo modo conservare quasi intatti i suoi confini. Il re ha pensato nel bene dell’Italia ed ha tralasciato quello della dinastia Savoia.

– Suo padre è stato chiamato dal Generale Calvi Di Bergolo a collaborare, cosa è accaduto in seguito?

Si é messo in abito civile, si é rifugiato in casa di parenti, si è cambiato nome, cioè ha preso un’identità falsa ed ha iniziato subito a collaborare con Calvi Di Bergolo. Quando il 23 settembre, giorno della presa di Roma, da parte dei tedeschi, Calvi é stato fatto prigioniero, mio padre ha organizzato Il Fronte Militare Clandestino, con altri due ufficiali ed il diplomatico Filippo De Grenet, l’ ha comandato fino al gennaio 1944, quando con De Grenet é stato fatto prigioniero dai tedeschi.

Il 10 ottobre 1943 è riuscito a stabilire un contatto radio con Brindisi ed il governo italiano gli ha ratificato l’incarico di Rappresentante militare legale del Lazio.

– Quando suo padre gli ha fatto sapere che era a Roma, gli ha raccomandato qualcosa in speciale?

Certo: di non collaborare coi tedeschi. La Resistenza per noi militari voleva proprio dire questo: dire no ai tedeschi e non accettare di combattere al loro fianco, come loro volevano obbligarci a fare.

– Cosa ha fatto quando ha saputo che suo padre era a Roma.

Sono corso subito a trovarlo in bici. Gli ho chiesto di farmi collaborare. Lui non voleva, ha cercato in ogni modo di dissuadermi, mi ha detto che correvo il rischio di farmi ammazzare. Vista la mia insistenza mi ha accettato. Mi hanno cambiato nome, mi hanno dato quello di Manfredi Conti e facevo la spia. Ero un messaggero tra il Fronte ed il governo di Brindisi e tra il Fronte ed il governatore di Roma, Riccardo Motta, che faceva il doppio gioco: collaborava per preparare l’arrivo degli alleati a Roma e cercava di evitare che ci fossero troppi morti.

Ho eseguito questo compito dal settembre 1943 al gennaio 1944, fino a quando mio padre è stato arrestato. Poi sono entrato in un gruppo di ex allievi dell’Accademia militare, che si preparavano a intervenire quando sarebbero entrati gli alleati. Mio padre è stato ucciso con De Grenet alle Fosse Ardeatine. Quel giorno i tedeschi, in rappresaglia contro l’attentato di via Rasella, hanno ucciso 338 persone.

– Gli alleati entrano a Roma il 5 Giugno 1944, che cosa succede?

I militari sono tornati ad usare la divisa, hanno ripreso la loro identità. Sono andato al Comando Supremo a Brindisi per fare una relazione sui fatti accaduti, quindi ho ripreso il corso all’Accademia militare, che era stata riaperta a Lecce. Ho frequentato il secondo anno all’Accademia militare, l’ho finito nel dicembre 1944. Nel gennaio 1945, sono stato nominato sottotenente di artiglieria e inviato al Gruppo di combattimento Piceno a Bracciano. Ci sono rimasto fino al 25 aprile 1945.

– Che cosa rappresenta per lei il 25 Aprile?

Rappresenta l’inizio di un’Italia migliore, della pace ritrovata per il mio paese.

– Che cosa le è rimasto di quel periodo, odio contro i tedeschi?

No, vede io sono militare e noi abbiamo un’altra mentalità. Per un militare é logico che in guerra si ammazzi o si sia ammazzati, per questo mio padre non voleva che collaborassi con lui.

Si figuri che quando in Argentina hanno preso Erich Priebke, che nel 1943 era comandante delle S.S. a Roma, mi hanno chiesto di costituirmi parte civile nella causa contro di lui ed ho risposto di no. Quando hanno ammazzato mio padre ho provato molto dolore ma non provo nessun risentimento.

Il marchese di Montezemolo è emigrato in Argentina il 16 aprile 1946 con la moglie ed un bambino piccolo, è stato nominato marchese da Umberto II, come riconoscimento del servizio prestato durante la II guerra mondiale.

Edda Cinarelli (pubblicato da Voce d’Italia il 16/042013)

“La pandemia non fermerà il dialogo interreligioso”: intervista a Iman Sadeq di Domenico Interdonato

La pandemia non fermerà il dialogo interreligioso, dopo la nostra Santa Pasqua trascorsa dentro le mura domestiche, con la vicinanza e gli auguri della comunità islamica, da giornalista cattolico impegnato nel dialogo interreligioso, ho pensato di intervistare Iman Sadeq, all’inizio del Ramadan. Iman è una laureanda in giurisprudenza, bella figura di donna, mediatrice culturale, impegnata nel mondo della cultura, comunicazione e rappresentante della comunità islamica messinese.

Iman, inizia il Ramadan, cosa pensa di questo momento drammatico?

Questo è un momento storico molto triste. Siamo giunti alla ricorrenza per eccellenza della nostra religione il Ramadan. Il destino ha voluto che, sia i cristiani che i musulmani vivessero la Pasqua e il mese di digiuno del Ramadan segnati da un velo di incertezza e da un vento, che ha soffiato via tutte le nostre abitudini, l’abbandono della socialità assieme alla preghiera condivisa, con l’obbligo di restare nella propria casa e con il divieto di potersi ritrovare.

Questo momento difficile sta creando fratellanza?

Cristiani e musulmani si son riconosciuti più fratelli che mai, accomunati dalla sensibilità di questi tempi, stanno vivendo le loro festività come momento di vicinanza e condivisione, distanti ma vicini con le preghiere e invocazioni. Le preghiere possono essere elevate in maniera diversa, secondo il proprio rito e credo, ma sono unite e indirizzate all’unico Dio e alla vita delle persone, grande gesto che avvicina a Dio – Allah.

Come sarà questo Ramadan?

Il Ramadan lo faremo diversamente: non sarà il solito mese dell’unione fisica e spirituale con conoscenti, amici, parenti e vicini, lo passeremo anche noi nelle nostre case chiusi tra le mura domestiche. Come la vostra Pasqua, credo che alla base delle occasioni religiose, ci sia prima di tutto la spiritualità e oggi ancora di più, c’è il desiderio di tutti perché questo momento passi in fretta.

Sarà comunque un momento intenso di preghiera?

Possa il desiderio trasformarsi in preghiera e la preghiera diventare spazio fraterno di accoglienza l’uno per l’altro. Spero che siano tempi utilizzati da tutti noi per rinascere e rivivere i valori, spesso dimenticati. Sfruttiamo questa “reclusione” per aprire i cuori e le menti, per riuscire a vivere il tempo dell’isolamento, come spazio e ritrovare il segno della presenza di Dio-Allah dentro di noi e con il Suo aiuto, far risplendere la luce della speranza, per attivarci nel dono reciproco, nella responsabilità e nella cura verso il creato e verso l’umanità.

Vuole lasciare un suo pensiero a quanti stanno soffrendo?

Colgo l’occasione per poter esprimere il mio più sentito cordoglio a chi vive il dolore della perdita e della malattia, nonché la vicinanza agli operatori impegnati nella cura e nel contenimento della pandemia. “Voi non abbiate paura!” [Vangelo di Matteo 28,5] “Dio fa seguire alla difficoltà la facilità.” [Corano 65:7] Forse quando tutto sarà finito, saremo maggior valore a cose che sembravano scontate….perché solo ora, ne abbiamo capito il vero valore! Quando tutto sarà finito, daremo maggior valore a cose che sembravano scontate…. perché solo ora, ne abbiamo capito il vero valore. (domenico interdonato\aise)

Reperibile da https://www.aise.it/società-e-attualità/la-pandemia-non-fermerà-il-dialogo-interreligioso-intervista-a-iman-sadeq-di-domenico-interdonato/144480/157

Vino: consumo in arresto ma nel post covid tutto tornerà come prima

“Nulla sarà come prima”, il refrain post-emergenza, non vale per il popolo del vino: i consumatori italiani (l’85% della popolazione) si dichiarano infatti in buona sostanza fedeli alle proprie abitudini già a partire dalla fase 2, compatibilmente con la loro disponibilità finanziaria. Nel frattempo, non è come prima la dinamica dei consumi in regime di lockdown: il bicchiere è più mezzo vuoto che mezzo pieno, e la crescita degli acquisti in Gdo non compensa comunque l’azzeramento dei consumi fuori casa.

E se il 55% dei consumatori non ha modificato le proprie abitudini, tre su dieci affermano invece di aver bevuto meno vino (ma anche meno birra) in quarantena, a fronte di un 14% che indica un consumo superiore.

Lo afferma l’indagine – la prima a focus emergenza a cui ne seguiranno altre nei prossimi mesi – a cura dell’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor “Gli effetti del lockdown sui consumi di vino in Italia”, realizzata su 1.000 consumatori di vino della popolazione italiana.

La presentazione della survey, moderata dal Ceo di Bertani Domains, Ettore Nicoletto, è in programma questa sera alle 17 nel corso della diretta streaming di “Italian wine in evolution”, a cui parteciperanno il direttore generale di Veronafiere, Giovanni Mantovani e il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini.

Il “dopo” sarà come “prima” per l’80% dei consumatori. O più di prima, con i millennials che prevedono un significativo aumento del consumo in particolare di vini mixati (il 25% prevede di aumentarne la domanda), a riprova della voglia di tornare a una nuova normalità con i consueti elementi aggreganti, a partire dal prodotto e dai suoi luoghi di consumo fuori casa (ristoranti, locali, wine bar), che valgono una fetta di 1/3 del campione in termini di volume (il 42% tra i millennials).

Il vino – evidenzia l’indagine – non può dunque prescindere dal suo aspetto socializzante, se è vero che la diminuzione riscontrata è da addurre in larga parte (58%) al regime di isolamento imposto dall’emergenza Covid-19 che ha cancellato le uscite nei ristoranti, le bevute in compagnia e gli aperitivi. Per contro, chi dichiara un aumento ha scelto il prodotto enologico quale elemento di relax (23%, in particolare donne del Sud), da abbinare alla buona cucina di casa (42%), specie tra gli smart worker del Nord.

Per il dg di Veronafiere, Giovanni Mantovani, “se poco sembra modificarsi nelle abitudini al consumo – e questa è una buona notizia –, le imprese del vino sono invece chiamate a profondi cambiamenti, alle prese con la necessità di reagire alle tensioni finanziarie e allo stesso tempo di difendersi dalle speculazioni. Il mercato e i suoi nuovi canali di riferimento saranno le principali cure per un settore che oggi necessita di un outlook straordinario sulla congiuntura e di un partner in grado di fornire nuovi orizzonti e soluzioni. Come Veronafiere – ha concluso – da qui ai prossimi mesi vogliamo prenderci ancora di più questa responsabilità a supporto del settore”.

In generale la quarantena sembra aver appiattito anche gli stimoli alla conoscenza, con la sperimentazione delle novità di prodotto in calo sul pre-lockdown (dal 73% al 59%), la preferenza verso i piccoli produttori (dal 65% al 58%), i vini sostenibili (dal 65% al 61%) e gli autoctoni (dall’81% al 76%). Tendenze queste che a detta degli intervistati torneranno identiche a prima nel post quarantena. Ciò che è cambiato, ma è da verificare se lo sarà anche in futuro, è la preferenza del canale di acquisto online, balzata dal 20% al 25%.

Per il responsabile di Nomisma Wine Monitor, Denis Pantini: “Per quanto il lockdown abbia cambiato modalità di acquisto e consumo di vino da parte degli italiani, il desiderio di ritornare ‘ai bei tempi che furono’ sembra prevalere sull’attuale momento di crisi e su comportamenti futuri che giocoforza saranno improntati ad una maggior precauzione e distanza sociale. Si tratta di un asset molto importante in termini di fiducia sulla ripresa e che va preservato soprattutto alla luce della imminente fase 2, anche perché il crollo stimato sul Pil italiano per i mesi a venire rischia di avere impatti sui consumi in considerazione di una domanda rispetto al reddito che nel caso del vino risulta elastica, e come tale, a rischio riduzione in virtù della recessione economica”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/made-in-italy/vino-lockdown-ha-frenato-consumi-degli-italiani-ma-nel-post-covid-tutto-tornerà-come-prima/144475/157

Contact tracing: ecco perché le app funzionano solo se i cittadini si fidano della loro sicurezza – di Nicola Corda

“Per ora è poco più di un guscio ma l’applicazione che dovrà servire a tracciare la pandemia da Coronavirus in Italia ha già scatenato un dibattito molto acceso. Si chiama “Immuni”, nome evocativo nel suscitare ottimismo, e il primo interrogativo che ha sollevato è ovviamente quello della privacy, tasto molto delicato per i dati sanitari, classificati tra i più sensibili”. A scriverne è Nicola Corda per “Eunews”, quotidiano online diretto a Bruxelles da Lorenzo Robustelli.

“È corretto per ora sospendere valutazione definitive visto che non sono ancora noti tutti i dettagli tecnologici e le specifiche di quest’applicazione che il governo sta predisponendo con l’ausilio di una task force coordinata dal ministero dell’Innovazione. Un guscio, appunto, che in base a che cosa si vorrà mettere dentro può diventare molto utile ma anche molto invasivo per le nostre libertà personali.

Nei giorni scorsi la Commissione europea ha indicato una serie di raccomandazioni e gli Stati membri hanno elaborato un pacchetto di strumenti per l’uso di applicazioni mobili utili al tracciamento e di allerta per interrompere la catena di trasmissione del virus. Indicazioni in sintonia con gli orientamenti per la protezione dei dati forniti dal Garante europeo.

In un caso specifico come la lotta alla pandemia alcuni aspetti del diritto alle libertà personali possono essere limitati ma l’intervento deve essere proporzionato e circoscritto nel tempo. Nelle fasi caratterizzate dalle tre T (Testing, Tracking, Treatment) i dati raccolti devono essere anonimi, le adesioni devono essere volontarie e il tracciamento deve escludere la localizzazione GPS privilegiando la tecnologia Bluetooth.

Ma quale sarà la soluzione adottata, “servirà una norma di legge specifica” dice il Garante per la privacy Antonello Soro, secondo il quale “le rassicurazioni del presidente del Consiglio Giuseppe Conte vanno nella giusta direzione”.

Tuttavia, prima di dare un parere l’Autorità garante attende che siano definiti i dettagli con cui l’app verrà modulata.
Intervento proporzionato significa che l’applicazione deve cessare di essere operativa quando è terminata la sua funzione e gli stessi dati cancellati.

Sul loro trattamento restano aperti ancora alcuni aspetti che riguardano la loro conservazione anche se temporanea, cioè se su unico canale centralizzato o al contrario in forma decentralizzata. La differenza è sostanziale perché nel primo caso i dati criptati sono generati dal server mentre nel secondo dai dispositivi, una soluzione che garantisce maggiormente la loro protezione.

Privacy, efficacia e compatibilità, tre esigenze da tenere insieme e condizionate dai due sistemi su cui dovrà girare l’applicazione, Android e iOS. Di questo hanno parlato mercoledì il commissario al mercato interno e strategia digitale Thierry Breton con il CEO di Apple Tim Cook, condividendo la necessità di garantire che le app di tracciamento siano anonime, volontarie, trasparenti, temporanee e sicure. Un filo comune dovrà essere trovato anche con l’altro colosso Google, perché è evidente che le applicazioni che si stanno sviluppando in queste settimane in tutti gli Stati membri devono poter funzionare con la loro collaborazione e poter dialogare tra loro in relazione agli spostamenti intracomunitari dei cittadini europei. Questione che interessa in particolare l’Italia e la sua industria turistica.

Più saranno sicure più saranno efficaci. L’utilità delle app di tracciamento è legata indissolubilmente alla fiducia e di conseguenza alla loro massima diffusione. “Un elemento che conta molto – spiega il garante Antonello Soro – se viene percepita come obbligo e non gradita, a quel punto il cittadino lascia lo smartphone a casa e viene meno qualunque efficacia”.

Fiducia necessaria a derogare temporaneamente alcuni limitati ambiti della libertà personale, ma Soro avverte che “proprio perché stiamo entrando sempre di più in una dimensione digitale è necessario avere delle regole di garanzia di questo sistema”. Quindi è sbagliato “partire dall’assunto che poiché le imprese private digitali ormai ci tracciano molto, tanto vale andare verso la Cina che è l’estremo del controllo sociale””. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/rassegna-stampa/contact-tracing-ecco-perché-le-app-funzionano-solo-se-i-cittadini-di-fidano-della-loro-sicurezza–di-nicola-corda/144471/157

Recovery Found: la risposta del Consiglio Europeo alla crisi

Una “tappa importante nella storia europea” perché “tutti e ventisette i paesi membri hanno accettato, abbiamo accettato, di introdurre uno strumento innovativo per reagire a questa crisi, a questa emergenza sanitaria, economica e sociale: il recovery fund”. Così il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ieri sera, a margine dei lavori del Consiglio europeo tenuto in video conferenza.

Il “recovery fund”, ha aggiunto il premier, “sarebbe un fondo per la ripresa con titoli comuni europei, che andrà a finanziare tutti i paesi più colpiti, tra cui l’Italia, ma non solo”.

Per il nostro paese è un risultato “importante” perché “è passato anche il principio che è uno strumento urgente”, uno strumento “assolutamente necessario”. L’Italia, ha proseguito il premier, “è stata in prima fila a chiederlo”, anche con la lettera sottoscritta insieme ad altri 8 paesi che “è stata molto importante” .

“Uno strumento del genere era assolutamente impensabile fino adesso”, ha osservato Conte. Il recovery fund “è un nuovo strumento che si aggiungerà a quelli del Governo e – ha concluso – renderà la risposta europea” alla crisi “molto più solida e molto più efficace”.

Sempre ieri, il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha sintetizzato i lavori a margine dei quali, come deciso nei giorni scorsi, non è stato rilasciato nessun documento congiunto.

“In primo luogo vorrei ringraziare tutti i nostri operatori sanitari, medici e ricercatori che lavorano senza sosta per salvare vite umane”, ha esordito Michel. “Vorrei anche esprimere sostegno a quanti sono malati e proprio in questo momento stanno combattendo contro il virus. Questa pandemia sta mettendo a dura prova le nostre società. Il benessere di ciascuno Stato membro dell’UE dipende dal benessere dell’UE nel suo complesso”.

“Siamo tutti coinvolti”, ha sottolineato il presidente del Consiglio europeo. “La lotta contro il coronavirus e le relative conseguenze richiederà tempo, ma abbiamo già compiuto notevoli progressi e intrapreso azioni coraggiose”.

Nella videoconferenza di ieri, la quarta dall’inizio della crisi, “abbiamo espresso la ferma volontà di procedere fianco a fianco. Abbiamo valutato i progressi compiuti per quanto riguarda i diversi aspetti della risposta europea alla pandemia e abbiamo accolto con favore la tabella di marcia comune europea verso la revoca delle misure di contenimento della Covid-19. Siamo tutti d’accordo nel ritenere che le priorità sono la salute e la sicurezza dei nostri cittadini”.

Tutti d’accordo sulla necessità di “continuare a monitorare attentamente la situazione, soprattutto con l’avvicinarsi della stagione estiva, e di coordinarci il più possibile al fine di garantire una revoca progressiva e ordinata delle misure restrittive”, il Consiglio “ha accolto con favore la tabella di marcia comune per la ripresa, in cui sono stabiliti alcuni principi importanti, quali i principi di solidarietà, coesione e convergenza. Nella tabella di marcia si definiscono inoltre quattro settori d’intervento chiave: un mercato unico pienamente funzionante, uno sforzo di investimento senza precedenti, un’azione a livello mondiale e un sistema di governance funzionante”.

“Riveste la massima importanza aumentare l’autonomia strategica dell’Unione e produrre beni essenziali in Europa”, ha detto ancora Michel. “A seguito della riunione dell’Eurogruppo in formato inclusivo del 9 aprile 2020, abbiamo approvato l’accordo sulle tre importanti reti di sicurezza per i lavoratori, le imprese e gli enti sovrani, con un pacchetto del valore di 540 miliardi di euro. Abbiamo chiesto che il pacchetto sia operativo a partire dal 1° giugno 2020. Abbiamo inoltre convenuto di lavorare per la creazione di un fondo per la ripresa, che è necessario e urgente. Il fondo dovrà essere di entità adeguata, mirato ai settori e alle aree geografiche dell’Europa maggiormente colpiti e destinato a far fronte a questa crisi senza precedenti”, ha spiegato il Presidente del consiglio europeo. “Abbiamo pertanto incaricato la Commissione di analizzare le esigenze specifiche e di presentare con urgenza una proposta all’altezza della sfida che ci troviamo ad affrontare”.

La proposta della Commissione, ha aggiunto, “dovrebbe chiarire il nesso con il QFP (bilancio a lungo termine – ndr), che in ogni caso dovrà essere adeguato per affrontare l’attuale crisi e le relative conseguenze. L’Eurogruppo in formato inclusivo continuerà a monitorare attentamente la situazione economica e a preparare il terreno per una ripresa solida. Manteniamo il nostro impegno a dare il necessario slancio ai lavori relativi al fondo per la ripresa come pure al QFP, in modo da poter raggiungere il prima possibile un accordo equilibrato su entrambi”.

Tra gli altri temi “alcuni Stati membri hanno sollevato la questione delle attività illegali di trivellazione condotte dalla Turchia nella zona economica esclusiva di Cipro”. Dunque il consiglio ha “espresso piena solidarietà a Cipro, ricordando e ribadendo le nostre precedenti conclusioni sulla questione”.

Il consiglio terrà una videoconferenza con i Balcani occidentali il 6 maggio. (aise)

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25 Aprile: celebriamo la libertà e prepariamo la ricostruzione – di Fabio Porta

“#iorestolibero: sarà questo il grido che quest’anno risuonerà nelle case degli italiani che, per la prima volta dopo settantacinque anni, celebreranno in casa la Festa della Liberazione”. A parlarne è Fabio Porta, in un articolo pubblicato sul portale italo-brasiliano “Oriundi.Net”.

“Il 25 aprile del 1945 Milano veniva liberata dal giogo del nazi-fascismo; era l’ultimo atto della “Resistenza”, la rivolta popolare degli italiani che avevano combattuto il fascismo, reo di aver soppresso le libertà democratiche, di aver approvato le leggi razziali e di aver condotto l’Italia a fianco di Hitler in una guerra che provocò soltanto morte, distruzione e povertà.

Questo 25 aprile avrà senza dubbio per tutti noi un significato diverso: sarà una festa della “liberazione” da un nemico diverso, anche se altrettanto insidioso e mortale di quello di 75 anni fa: il “Coronavirus”, ribattezzato Covid19 dagli scienziati. Migliaia di italiani di ogni credo politico e classe sociale hanno sottoscritto l’appello #iorestolibero per dare alla ricorrenza di quest’anno dei connotati nuovi, senza perdere né dimenticare i valori di libertà e democrazia che sono alla base di questa festa nazionale di tutti gli italiani. Accanto alla lotta al virus, l’appello ha individuato altri due “nemici” da sconfiggere: il riscaldamento del pianeta e le disuguaglianze socio-economiche.

Tutti aneliamo in questo momento ad un mondo diverso, libero dalla pandemia e dalla privazione della nostra libertà di movimento e relazioni sociali. L’invasione planetaria da parte del virus ci ha insegnato e ammonito ad avere cura di una terra che mai come in questi anni è stata vicino al collasso, invitandoci a percorrere un modello di sviluppo alternativo ed ecosostenibile. Altrettanto esplosivo è un mondo sempre più ingiusto e diviso socialmente, tra Paesi ed aree geografiche del pianeta e all’interno delle singole nazioni.

Davanti alla recrudescenza del virus abbiamo compreso meglio di non essere onnipotenti di fronte ad una natura che può riprendersi in qualsiasi momento il sopravvento sopra l’umanità; la libertà perduta, poi, ci sta facendo riscoprire i valori di autonomia, indipendenza e autodeterminazione ai quali tutti eravamo abituati e oggi facciamo giustamente fatica a rinunciare.

Per tutti questi motivi il 25 aprile del 2020 è, oggi più che mai, il Natale della democrazia; una democrazia nata sulle ceneri del nazi-fascismo e fondata sui valori della nostra carta costituzionale, frutto di tutte le culture democratiche che diedero vita alla Resistenza e fondata sul lavoro e la libertà.

Il 25 aprile è anche la festa della speranza e della ricostruzione. Ci sarà un’Italia da ricostruire. Il Covid19 non ci ha lasciato solo una terribile lapide con decine di migliaia di morti; la pesante eredità del virus sarà un lungo e forse drammatico periodo di recessione economica. Noi italiani dovremo affrontarlo, come ci ha giustamente chiesto il Presidente della repubblica Sergio Mattarella, con lo stesso spirito di unità e abnegazione che caratterizzò il periodo del dopo-guerra e che fece sì che l’Italia diventasse dopo alcuni anni una grande potenza politica ed economica, pilastro della costituenda Unione Europea.

A questa ricostruzione gli italiani nel mondo sapranno certamente garantire il loro apporto; anzi, sono convinto che la ricostruzione avrà nelle comunità che vivono all’estero uno dei fattori-chiave di successo: dalla ripresa dell’export e del turismo alla valorizzazione della cultura e della formazione.

Costruiremo insieme, così, un’Italia ancora più giusta e forte; sconfiggeremo il virus con la partecipazione di tutta la comunità “italica” che vive dentro e fuori dai confini nazionali e che si riconosce nei valori di libertà e democrazia che sono alla base della Festa della Liberazione e della nostra Costituzione”. (fabio porta\aise)

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Il turismo salverà l’Italia

Se gli italiani scegliessero di trascorrere una vacanza nel Belpaese nell’anno in corso potrebbero spingere il turismo nostrano a uscire gradualmente dalle secche della crisi generata dagli effetti del Covid-19. Sarebbero, infatti, rilevanti le cifre del mercato autoctono: ben 278 milioni di presenze che potrebbero dare una “boccata d’ossigeno” all’intero comparto con una spesa pari a 20,6 miliardi di euro. Un “scelta nazionalista” che potrebbe compensare almeno del 30% il probabile crollo dei turisti stranieri nel Belpaese che nel 2019 hanno superato quota 216 milioni di presenze.
Tre i gruppi di turisti “autoctoni” sui quali – secondo i ricercatori di Demoskopika – si gioca l’immediata partita della ripresa: gli identitari, gli esterofili e i nazionalisti ai quali, solo in un secondo tempo, si aggiungerebbero i turisti stranieri. Sicilia, Sardegna e Campania, inoltre, presentano il maggior tasso di appartenenza turistica, rapporto ideato dall’istituto di ricerca per misurare l’incidenza dei turisti che trascorrono la vacanza nella loro regione di residenza sul totale dei turisti residenti di quella regione.

“Se non si getta un sasso nello stagno, l’acqua non fa i cerchi. Finito il lockdown formale – ha dichiarato il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio – bisognerà fare i conti con il lockdown psicologico, con la paura dei cittadini di spostarsi. In questa direzione, risulta necessario che ciascun sistema regionale si attivi per ripensare l’offerta turistica in totale sicurezza concentrando e tempificando l’attenzione prioritariamente su tre differenti tipologie di turisti italiani: gli identitari, cioè i turisti italiani che trascorrono le vacanze nella regione di residenza; gli esterofili, cioè turisti italiani residenti in una determinata regione che ogni anno scelgono l’estero quale meta vacanziera; e, infine, i nazionalisti, cluster che rappresenta i turisti italiani residenti in una determinata regione che scelgono di trascorrere le vacanze in Italia ma fuori dai confini del loro territorio regionale di residenza. Si tratta – precisa Raffaele Rio – di attivare un pacchetto di interventi che non si limiti esclusivamente all’adeguamento dei prodotti tradizionali ma che valorizzi anche il turismo a “chilometro zero”, i luoghi minori, la montagna, i parchi, i tanti meravigliosi borghi presenti nei nostri territori. Una strategia, dunque, che, come un sasso nello stagno, generi più cerchi concentrici, ognuno dei quali a rappresentare i differenti gruppi di turisti autoctoni da convincere e motivare per la scelta della destinazione più idonea. Ciò – avverte il presidente di Demoskopika – in costante condivisione tra i vari livelli istituzionali per scongiurare che l’inevitabile competizione che scoppierà tra i sistemi turistici regionali possa generare livelli qualitativamente discriminanti alimentando offerte di serie A e di serie B”.

Appartenenza turistica: svetta la Sicilia, 41 su 10 amano la vacanza “in casa”. È oramai consolidato l’orientamento secondo il quale la ripresa del turismo in Italia punterà, in una prima fase, sulla prossimità valorizzando tradizioni, peculiarità e patrimonio culturale come matrice identitaria della comunità. La scelta dei cittadini di trascorrere le vacanze all’interno del territorio di residenza, dunque, può fare la differenza, soprattutto per compensare la drastica contrazione dell’incoming turistico prevista per la stagione in corso in maniera più o meno omogenea in tutto il Belpaese. In altri termini, si va delineando il processo secondo cui saranno premiati quei sistemi turistici locali che più degli altri saranno in grado di trattenere i rispettivi “mercati autoctoni”, convincendoli ad usufruire dei prodotti turistici e dei servizi ricettivi caratterizzanti l’offerta turistica.

In questa direzione, Demoskopika ha ideato il T.a.tu.r, acronimo che sta per tasso di appartenenza turistica regionale quale rapporto dei turisti che trascorrono la vacanza nella regione di residenza sul totale dei vacanzieri residenti di quella regione. Tre i gruppi di turisti rilevati in coerenza con la strategia del “sasso nello stagno”: gli identitari, gli esterofili, e, infine, i nazionalisti.

Lo spaccato che emerge presenta uno scenario alquanto variegato. A conquistare la vetta, infatti, è la Sicilia che, con il 40,59%, presenta il più elevato livello di appartenenza turistica: su un totale di 3,2 milioni di arrivi generati dai turisti autoctoni mediamente in un anno, ben 1,3 milioni (identitari) si sono “consumati” in territorio siciliano. A seguire, con tassi rilevanti, anche la Sardegna e la Campania rispettivamente con il 29,06% e il 26,63%. Appartenenza più che significativa anche per Lombardia (21,37%), Puglia (20,51%) e Veneto (19,91%). A registrare un tasso di appartenenza intermedia cinque sistemi turistici regionali: Piemonte (18,20%), Calabria (18,18%), Toscana (16,72%), Emilia-Romagna (15,75%) e Lazio (14,28%). In un livello minore rientrano Friuli Venezia Giulia (10,93% ), Abruzzo (9,25%), Marche (8,61%) e Trentino-Alto Adige (5,94%). In coda, con valori bassi del tasso di appartenenza turistica la Basilicata (5,41%), la Liguria (5,30%), il Molise (4,87%), l’Umbria (3,61%). A chiudere la classifica del tasso di appartenenza turistica regionale è, infine, la Valle d’Aosta i cui circa 11 mila turisti identitari pesano soltanto per l’1,27% sul totale dell’universo dei viaggiatori valdostani.

Territorio: il turismo autoctono può generare 84,9 milioni di arrivi e 278 milioni di presenze. Ogni anno sono circa 85 milioni i flussi degli arrivi turistici movimentati dagli italiani: 21,1 milioni sono coloro i quali prediligono le vacanze all’estero, 49,2 milioni rappresentano il gruppo di coloro che scelgono di trascorrere le vacanze in Italia ma non nella loro regione di residenza e, infine, 14,6 milioni il cluster di chi ama trascorrere le vacanze nel territorio dove vive. Movimenti rilevanti su cui puntare per la stagione in corso, resi ancora più evidenti dalle presenze turistiche che potrebbero generare: ben 278 milioni di cui 66,5 milioni dai turisti definiti dallo studio “esterofili”, 164 milioni dal gruppo dei “nazionalisti” e, infine, 46,9 milioni dagli “identitari”. I vantaggi – si legge ancora dallo studio – non sarebbero di poco conto. Se gli italiani che hanno trascorso le vacanze all’estero optassero quest’anno per l’Italia, le presenze potrebbero compensare la perdita dei turisti stranieri almeno del 30%, con punte del 67% in Puglia con 2,3 milioni di presenze, del 65,7% in Emilia-Romagna con 7,1 milioni di presenze e del 63,5% in Umbria con 326 mila presenze e con alcune regioni che potrebbero addirittura superare la soglia massima di compensazione come Molise, Abruzzo, Basilicata, Piemonte e Marche.

Vantaggi: dal “turismo di prossimità” quasi 21 miliardi di euro. Sarebbe pari a 20,6 miliardi il beneficio, misurato in termini di spesa turistica, generato dai cosiddetti “turisti autoctoni”: 5 miliardi in dote agli “esterofili”, 3,5 miliardi provenienti dal gruppo degli “identitari” e, la parte più consistente; pari a 12,1 miliardi in quota ai cosiddetti turisti “nazionalisti”. La metà, pari a 9,8 miliardi di euro, sarebbe a beneficio di quattro sistemi turistici regionali: Lombardia con 2,9 miliardi di euro, Veneto con 2,5 miliardi di euro, Emilia-Romagna con 2,3 miliardi di euro e Lazio con 2,1 miliardi di euro.

Breve nota metodologica.

Si precisa che per ridurre eventuali distorsioni, i dati di tutti gli indicatori osservati e stimati (arrivi, presenze e spesa turistica) sono stati ricavati quale media del periodo 2017-2018. Le fonti utilizzate sono state, inoltre, la Banca d’Italia per quanto riguarda la stima del cluster degli esterofili e l’Istat per la rilevazione degli altri due rimanenti gruppi: identitari e nazionalisti. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/il-turismo-nazionalista-salverà-litalia-/144456/160

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