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March 2020 - page 4

La forza di un’immagine, l’Italia cullata da una dottoressa: “Gli operatori sanitari sono i nostri angeli custodi”

E’ proprio vero, a volte un’immagine parla più di tante parole. Franco Rivolli, artista veneziano, 40 anni, è l’autore del disegno della dottoressa che, in mascherina e con le ali dietro al camice, culla l’Italia. La foto dell’opera, divulgata dall’Arma dei carabinieri, ha fatto il giro del web ricevendo decine di migliaia di like

Come le è venuto in mente di realizzare un simile disegno?
«In questi giorni drammatici sono tante le categorie di professionisti impegnate a contenere il contagio del coronavirus. Ma quelli davvero in prima linea sono, a mio avviso, i medici, gli infermieri e gli operatori sanitari che si occupano della nostra salute, mettendo in serio rischio la propria. Coprono turni massacranti, lavorano ininterrottamente e in condizioni non certo agevoli. Mi è quindi venuto spontaneo ringraziarli con questa immagine».

Perché proprio una donna?
«Il disegno che ho realizzato è un simbolo e la donna rappresenta meglio chi si prende cura di qualcuno, chi lo accudisce nei momenti di difficoltà e di bisogno. L’Italia è rossa perché dilaniata appunto dal Coronavirus e ho preferito avvolgerla invece che da una semplice coperta dalla nostra bandiera nazionale. Le ali sulle spalle della donna sono ovviamente quelle di un angelo, proprio perché gli operatori sanitari che si occupano dei malati sono i loro angeli custodi».

Come mai ha donato la sua opera ai carabinieri?
«In realtà è stato un caso. Io l’ho pubblicata sui miei account di Facebook e Instagram e un mio amico, Luca Sanzo, presidente della sezione dell’Associazione nazionale carabinieri di Chiaravalle Centrale in provincia di Catanzaro, mi ha chiesto di poterla condividere. Da lì è stato un moltiplicarsi a dismisura di adesioni. E ne sono doppiamente felice, perché apprezzo molto il lavoro dei tanti carabinieri impegnati in questo momento sul territorio italiano per l’allarme coronavirus».

Ci sono stati sviluppi dopo l’ampia divulgazione sul web del suo disegno?
«L’ospedale di Bergamo mi ha chiesto il permesso, ovviamente accordato, di poter stampare il disegno e appenderlo all’ingresso dell’ospedale per ringraziare gli operatori sanitari che vi lavorano. Mentre altri hanno voluto essere autorizzati ad usarlo per raccogliere fondi per gli ospedali. Mi ha fatto molto piacere, perché dimostra il profondo senso di solidarietà del nostro Paese».

Grazie Longo (pubblicato da La Stampa il 12/03/2020)

reperibile da https://www.lastampa.it/cronaca/2020/03/12/news/la-forza-di-un-immagine-l-italia-cullata-da-una-dottoressa-gli-operatori-sanitari-sono-i-nostri-angeli-custodi-1.38584635

I musei di Roma sono chiusi, ma si possono visitare gratis virtualmente

Per colpa del Coronavirus i musei di tutta Italia sono chiusi, ma se il giusto decreto impedisce di visitarli fisicamente, la tecnologia ci consente di farlo virtualmente.

Leggo ha fatto un bell’articolo elencando dei bei musei dove farsi una passeggiata virtuale dal divano di casa.

Si comincia con i Museo Capitolini, che si possono visitare virtualmente sul sito tourvirtuale.museicapitolini.org. Si può visitare gran parte del museo, dal Cortile al Palazzo dei Consevatori, dal tempio di Giove Capitolino all’Esedra di Marco Aurelio. Tutto questo con materiali multimediali e anche un audio guida gratuita.

Oltre ai Musei Capitolini, virtualmente si possono visitare anche i Mercati di Traiano – Musei dei Fori Imperiali, qui il link è tourvirtuale.mercatiditraiano.it, si parte dalla Grande Aula fino ad arrivare alla Terrazza del Belvedere, dove godersi in virtuale uno splendido panorama di Roma. Anche qui ci sono materiali multimediali e testo per ogni attrazione.

Poi ci sono: il museo dell’Ara Pacis, su tourvirtuale.arapacis.it, e i siti Archeologici dell’Aventino su www.romartguide.it. In questo momento di difficoltà e limitazioni, i musei virtuali possono essere un interessante svago anche rilassarsi un attimo imparando qualcosa.

pubblicato da theromanpost.com il 10/03/2020

reperibile da http://www.theromanpost.com/2020/03/i-musei-di-roma-sono-chiusi-ma-si-possono-visitare-gratis-virtualmente/?fbclid=IwAR3y_SiXww1_XGGIsbrjoYi9UcCY8jSo8doMdZFbltsGw6y36agNrEW6v_A

Il coronavirus ha finito ciò che i social network avevano cominciato: l’isolamento sociale

Quando la socialità esisteva solo con la vicinanza fisica, saremmo stati infetti meno mansueti. Adesso, nell’epoca dei social, l’isolamento ci trova già pronti. Ci preoccupa solo l’economia: degli altri non ne potevamo più da tempo. Il coronavirus ci ha liberato da ciò che, più o meno segretamente, consideravamo ormai una fatica anacronistica: incontrare gli altri.

Basta pensare alle sigarette. Il fumatore è un tizio che non sapeva dove infilare le mani durante una conversazione con estranei e conoscenti. Queste due propaggini sempre di troppo, imbizzarrite. Un corpo perennemente fuori luogo, che pretende spazio. Quel corpo sei tu. E sei una minaccia, un intruso nella vita altrui. La sigaretta ti salva. Ora ho il mio da fare, vedete? Devo infilarmi in bocca questa cosa, espirare, e poi di nuovo.

Sentirsi giudicati non è una devianza, è la base delle relazioni umane. La distinzione tra amico e nemico è istintiva, e noi lo intuiamo. La vicinanza degli altri corpi mette in allerta i milioni di anni di lotta per la vita che custodiamo da qualche parte nella nostra paleocorteccia. Dopo pochi minuti di conversazione – a volte basta una parola o uno sguardo – gli altri ti hanno già classificato. E difficilmente noi vogliamo essere classificati come nemici.

Comporterebbe un sacco di problemi: imbarazzo, spiegazioni, scuse. Amami, piuttosto, pensiamo. Ma di persona è difficile fingere: il peso, l’altezza, l’accento, l’odore, l’atteggiamento, i tic, le convinzioni profonde, che ti scappano di bocca prima che tu riesca a ricacciarle in gola. Di persona ci si tradisce in innumerevoli modi. Di persona tocca essere se stessi. Almeno in certa misura. Da qui, la pace del travestimento, la gioia del carnevale.

La società è una tortura quotidiana. Una lotta educata per la supremazia spaziale, una civile guerriglia, tutti contro tutti. L’alcol serve a questo: a darci il coraggio di affrontare la guerriglia. In fondo io non sono poi così male, pensiamo dopo un paio di bicchieri. Non posso non piacergli. E se non gli piaccio, affari suoi. Sopportiamo la ressa, in discoteche e locali, solo se sbronzi. Passata la sbronza, siamo da capo. Quando avevamo programmato un’uscita dopo una giornata faticosa e per qualche motivo quell’uscita salta, cuocendoci due uova in padella e poi mangiucchiandole sul divano, in silenzio e in solitudine, nel segreto, ci sentiamo salvi, redenti, nel posto dove dovevamo essere, nel nostro luogo. Certo, un po’ soli.

Ed ecco il successo di Facebook, Instagram, Twitter, Tinder. Un simulacro di vita sociale, senza gli inconvenienti connaturati a questi corpi da mammiferi onnivori e potenzialmente violenti. A distanza si piace di più. Si ha il tempo di meditare le parole, si ha modo di variare peso e altezza, di migliorare i connotati, di addolcire le espressioni, nei filmati possiamo perfino controllare tic e nevrosi – al massimo cancelliamo e registriamo di nuovo. Creiamo una proiezione che più facilmente verrà considerata amica dagli altri. Non è vero che nella nostra civiltà conta la bellezza del corpo. Conta la bellezza dell’immagine. I veri avversari dei chirurghi plastici non sono i testi sull’auto-accettazione e i trattati filosofici, sono i filtri di Instagram. Non ci si libera dall’orrore di essere se stessi leggendo Il coraggio di non piacere, Il manuale del guerriero della luce o Buddha per impiegati. Sui social possiamo anche calibrare le nostre risposte verbali: studiare le inclinazioni ideologiche e morali di coloro ai quali sono rivolte, analizzare i loro amici, immaginare il loro clan di appartenenza, pianificare con diplomazia le alleanze.

Arriva il coronavirus: quarantene, isolamenti, zone gialle e rosse. Consigliano un metro e mezzo di distanza. Che liberazione. Plausibilmente il livello di colesterolo si abbassa, non dobbiamo lottare per il nostro spazio vitale, ce lo assicura l’ordinanza del sindaco. In altre epoche, quando potevamo soddisfare il nostro bisogno di socialità solo a prezzo della vicinanza fisica, saremmo stati infetti meno mansueti. Adesso invece eravamo già pronti. In questi giorni si lamenta quasi nessuno. Ci preoccupa solo l’aspetto economico: vendere di meno, comprare di meno, meno trasferte e strette di mano: meno accordi commerciali. Per il resto, ce ne andiamo a lavoro con la nostra vaschetta piena di insalata, non alziamo la testa dal pc, otto ore di ticchettii sterilizzati dall’amuchina, e poi via, diretti verso casa senza guardare in faccia nessuno. Ci comportiamo così perché siamo circondati da possibili contagiati. Ci fa comodo crederlo. In realtà ci comportiamo così perché siamo circondati da nostri simili. Non ne potevamo più, di questi altri. Finalmente una buona scusa per portare a compimento la nostra evoluzione monocellulare. Come quando nevica: le strade sono bloccate, guarda che disastro, non ti senti in colpa a restartene a letto.

L’isolamento da epidemia è l’entelechia della civiltà digitale. Il coronavirus, poveraccio, credeva di avere fatto il proprio ingresso nella Storia al momento giusto: le low cost, la globalizzazione, la libera circolazione degli individui. Me li mangio tutti, si sfregava le mani. All’inizio i fatti gli hanno dato ragione. Ma non avrebbe passato l’esame di psicologia, il buon vecchio virus. Se questa condizione d’emergenza diventasse la norma, la maggioranza di noi, sotto sotto, non farebbe questo gran sforzo ad accettarla. Le proteste esploderebbero in maniera ben più violenta per un altro virus: informatico, che ci impedisse la connessione a internet per mesi. Dio mio, distruggi le nostre cellule ma non i nostri gigabit.

Enrico Dal Buono (pubblicato da rollingstone.it il 05/03/2020)

Reperibile da https://www.rollingstone.it/opinioni/il-coronavirus-ha-finito-cio-che-i-social-network-avevano-cominciato-lisolamento-sociale/506265/

Allarme coronavirus: vietato entrare e uscire dalla Lombardia e 14 province fino al 3 aprile

Fino al 3 aprile «allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus Covid-19» è vietato entrare e uscire «salvo che per gli spostamenti motivati da indifferibili esigenze lavorative o situazioni di emergenza» dalla Lombardia, dalle province di Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia, Rimini (in Emilia-Romagna) Pesaro e Urbino (Marche), Padova, Treviso, Venezia (in Veneto), Novara, Vercelli, Verbano Cusio Ossola, Asti e Alessandria (in Piemonte). Lo prevede il decreto ministeriale del governo «per fermare il contagio da coronavirus». I divieti, che riguardano 16 milioni di persone, interessano anche discoteche, locali da ballo e feste, pub e sale giochi, sale scommesse e bingo che saranno chiusi fino alla fine delle limitazioni. Non si potranno organizzare feste o eventi pubblici. I ristoranti e bar dovranno mantenere un metro di distanza. Sono ancora possibili le partite a porte chiuse: infatti il decreto permette «eventi e competizioni sportive» nonché allenamenti di atleti agonisti all’interno di impianti sportivi a porte chiuse o all’aperto senza pubblico. Non è però d’accordo Damiano Tommasi, presidente dell’Assocalciatori, che invoca lo stop via Twitter: «Fermiamo il campionato!!! Serve altro? Stop football!!», chiamando in causa Seria A, B, Lega Pro, Fifa e Uefa.

La bozza del documento

Le misure includono tra l’altro il blocco degli impianti nei comprensori sciistici delle aree colpite. Sospese le cerimonie civili e religiose, compresi i funerali, e tenuti sotto osservazione locali e ristoranti che, in caso di mancato rispetto delle norme di prevenzione, saranno chiusi. L’obiettivo è rallentare il più possibile l’epidemia, in un momento in cui la Lombardia, con 2742 contagiati, 359 dei quali in condizioni serie, è costretta a iniziare il trasferimento di pazienti ricoverati in terapia intensiva nelle Regioni confinanti per insufficienza di posti letto.

Le norme più restrittive, con particolare attenzione al taglio degli spostamenti dalle aree più colpite, puntano a limitare soprattutto gli assembramenti. Bisogna evitare anche gli spostamenti all’interno dei territori stessi. Scuole, università e corsi, in Lombardia e nelle province interessate dal provvedimento rimarranno chiusi fino al 3 aprile e «al fine di mantenere il distanziamento sociale – specifica il documento – è da escludersi qualsiasi altra forma di aggregazione alternativa». Intanto, sul fronte della giustizia, per i prossimi quindici giorni sarà applicata la “sospensione feriale” che prevede il blocco dei processi penali e civili “non ugenti”. Mentre su quello sanitario è già in atto il potenziamento dei posti letto negli ospedali, come disposto dal ministero della Salute. Il decreto raccomanda «ai datori di lavoro pubblici e privati di anticipare» a questo periodo di divieti, quindi dall’8 marzo al 3 aprile, «la fruizione per i lavoratori dipendenti dei periodi di congedo ordinario o di ferie».

Chi non rispetta i limiti agli spostamenti e le nuove misure può essere punito con l’arresto fino a 3 mesi e fino 206 euro di ammenda.

L’allarme dei medici

«L’epidemia di Covid-19 esordita il 20 febbraio nell’area di Codogno è ormai estesa a tutta la Regione Lombardia con possibilità di diffondersi a tutto il territorio nazionale». Lo scrive il Coordinamento delle terapie intensive della Lombardia in un documento inviato oggi al presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, cui viene chiesto di portarlo all’attenzione del governo e al commissario per l’emergenza coronavirus, Angelo Borrelli.

«Si tratta di un evento grave – prosegue la lettera sottoscritta dai rappresentanti delle terapie intensive lombarde – che mette in pericolo la sopravvivenza non solo dei malati di Covid, ma anche di quella parte di popolazione che in condizioni normali si rivolge al Sistema Sanitario per le cure di eventi acuti o cronici di qualsivoglia natura. Le strutture sanitarie sono sottoposte ad una pressione superiore ad ogni possibilità di adeguata risposta. Nonostante l’enorme impegno di tutto il personale sanitario e il dispiegamento di tutti gli strumenti disponibili una corretta gestione del fenomeno è ormai impossibile».

Pubblicadto da Il Tirreno il 07/03/2020

Reperibile da https://iltirreno.gelocal.it/italia-mondo/cronaca/2020/03/07/news/coronavirus-il-giro-di-allarme-dei-medici-della-lombardia-rischiamo-una-disastrosa-calamita-sanitaria-1.38563466?ref=fbfti&fbclid=IwAR0kbfN8NMmzKJd9M_zUrC2cZ86UWCOM-zjigumnVJAsKEtAwfQmswrkCDI

Il vero spirito del modello Genova: non solo poteri speciali

Indicando il “modello Genova” come soluzione per far ripartire il Paese schiacciato dall’emergenza sanitaria, Giuseppe Conte pensa a percorsi privilegiati per opere capaci di rimettere in moto la nostra economia ferita. Dalle autostrade ai collegamenti ferroviari, la storia italiana è campionessa mondiale di ritardi figli di lotte politiche e tornanti burocratici: un percorso a ostacoli che rallenta, rinvia, sfianca e alla lunga porta all’immobilità.

Lo scenario che abbiamo oggi davanti è così preoccupante da spazzare con un soffio l’obiezione secondo la quale soltanto soluzioni d’emergenza permettono in Italia di ottenere qualcosa di importante in tempi brevi.
Constatazione amara, in gran parte vera, ma inopportuna in una fase in cui c’è disperato bisogno di scelte chiare e scadenze certe per contrastare la minaccia di una recessione incombente.

Ma il paragone con la ricostruzione post Morandi ha anche un significato che va al di là di norme e regolamenti. Riconosce la bontà di un’esperienza, certifica il successo del lavoro fatto fino a oggi. C’è però un punto sul quale il presidente del Consiglio deve riflettere con attenzione: se il “modello Genova” è diventato un esempio per l’Italia, non è merito soltanto dei poteri speciali riconosciuti dalla legge. C’è riuscito perché una comunità intera si è stretta intorno a un progetto: ha messo da parte le polemiche e in nome del bene comune ha sentito il dovere e l’orgoglio di lavorare compatta dietro una leadership che di suo ha dimostrato di avere determinazione da vendere e idee chiare.

E’ vero che l’allarme globale scatenato dal coronavirus Covid-19 presenta una complessità superiore alla costruzione di un ponte, ma se pensiamo a quanto accaduto da quando la crisi è esplosa in Italia – e sono soltanto due settimane – è difficile trovare ingredienti simili a quelli del “modello Genova” evocato dal premier. Alcune scelte del governo così come le mosse di qualche forza politica non hanno certo trasmesso immagini di una strategia chiara o di compattezza.

Eppure di questo l’Italia ha bisogno nel momento in cui affronta una situazione mai vista prima, che stravolge la nostra vita e semina angosce crescenti. Perché prima o poi (e naturalmente ci auguriamo il più presto possibile) la scienza troverà il modo di fermare il virus, ma la ferita – sociale, ancor prima che economica – potrà essere curata soltanto se i politici dimostreranno di essere leader sul campo e non a parole, assumendosi le responsabilità che il ruolo comporta.

La strada è stata tracciata ieri dal presidente Mattarella, che ha messo in campo la sua autorevolezza per evitare al Paese di sbandare. Il suo appello alla fiducia non è uno slogan, ma il primo passo da compiere se vogliamo che l’espressione “bene comune” smetta di essere ricordata come formula da convegno per diventare un obiettivo concreto.

Luca Ubaldeschi (pubblicato da Il Secolo XIX il 06/03/2020)

Reperibile da https://www.ilsecoloxix.it/genova/2020/03/06/news/il-vero-spirito-del-modello-genova-non-solo-poteri-speciali-1.38558455

Omicidi in Italia mai così pochi. Solo il Lussemburgo meglio di noi

Eravamo (e siamo) il paese di mafia, camorra e ‘ndrangheta. Ma siamo diventati anche il paese con il più basso tasso di omicidi di tutta la Ue. Meglio di noi ha fatto solo il Lussemburgo, dove tuttavia la sicurezza dei cittadini non è mai stata un’emergenza. Il dato è stato diffuso dall’Istat e fa riferimento ai casi registrati nel 2018: viene confermata una tendenza in atto in Italia ormai da circa un trentennio.

I paesi baltici i più violenti

L’Istat ha calcolato che il tasso di omicidi in Italia è stato di 0,59 ogni 100.000 abitanti, dato migliorato solo dallo 0,34 del Lussemburgo dove in un anno sono state uccise solo due persone. Poco meglio dell’Italia hanno fatto Repubblica Ceca e Spagna, entrambi attorno allo 0,6 mentre la media su tutto il territorio Ue è di 1,03. L’Italia mostra un’incidenza bassa anche per i femminicidi, che sono 0,4 ogni 100.000 abitanti contro un dato continentale dello 0,86. I paesi che invece hanno un indice di omicidi più alti sono quelli della zona baltica con il 3,97 della Lituania e il 2,2 dell’Estonia.

Resta l’allarme per le donne

Come detto il numero degli omicidi in Italia è in costante calo da almeno tre decenni: nel 1992 si erano contati ben 1.442 casi, nel 2016 erano diventati 397: Quelli riconducibili alla criminalità organizzata sono passati nello stesso periodo da 342 a 55 mentre quelli avvenuti in ambito familiare erano 91 all’inizio della rilevazione sono diventati 46 nel 2016. Ma con un andamento che non mostra, a differenza di altri segmenti, un arretramento costante, anzi. All’inizio degli anni’90 veniva ammazzata in Italia una donna ogni 5 uomini; attualmente il rapporto tra i due sessi è sceso a 1,6.

Claudio del Frate (pubblicato da Il Corriere della Sera il 05/03/2020)

Reperibile da https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_05/omicidi-italia-mai-cosi-pochi-solo-lussemburgo-meglio-noi-8e937920-5ec7-11ea-bf24-0daffe9dc780.shtml

Italia e Argentina si incontrano in un vino

Questa è la storia di tre amici romani, Giacomo, Roberto e Marco, che dieci anni fa partirono per un viaggio in Argentina, per percorrere la mitica Ruta 40, la strada che attraversa il paese da sud a nord, per cinquemila chilometri, parallela alla Cordigliera delle Ande.

Il destino li ha portati così a viaggiare nella Valle Calchaquíes, tra le provincie di Salta e di Tucuman, nel nordest del paese, una delle zone dell’Argentina più vocate alla produzione vitivinicola. E, sedotti dall’atmosfera del luogo, decisero di intraprendere una bellissima e appassionante avventura e di acquistare un terreno per destinarlo alla coltivazione della vite.

Nacque così, quasi per caso, Finca Albarossa: dodici ettari vitati e una cantina moderna nuova di zecca, integrati da un resort di charme, che fanno di questo posto un vero paradiso, circondato dai meravigliosi paesaggi rocciosi delle Preande e dalle spettacolari vette della Cordigliera.

Finca Albarossa produce solo due vini, ricavati dai vitigni tipici della regione: Malbec, a bacca rossa (otto ettari), e Torrontés, a bacca bianca (quattro ettari), entrambi vinificati in purezza e affinati in acciaio, per un totale di 30 mila bottiglie. Si tratta di vigneti d’altura, siamo a oltre 1800 metri, coltivati su un terreno secco e in un clima poco piovoso, con forte escursione termica tra giorno e notte, soprattutto nella stagione invernale.

Il Malbec ha intensi aromi di frutti rossi, sfumati da un accenno speziato di pepe nero. In bocca è fruttato, con tannini molto morbidi, dovuti a una maturazione lenta nel corso di autunni freschi e prolungati. Il Torrontés è caratterizzato da un profumo eccezionalmente aromatico, quasi inebriante, e da un gusto fruttato, molto espressivo e gradevole. Servito fresco garantisce un buon equilibrio di acidità e frutta, molto piacevole in ogni situazione.

Le etichette delle bottiglie, così come l’arredamento e i quadri che adornano le pareti della Cantina e del Resort sono opera di Enrique Salvatierra, artista originario di Tucuman e celebre in tutta l’Argentina.

La maggior parte della produzione è destinata al mercato argentino, inclusa la capitale Buenos Aires. Una parte delle bottiglie è commercializzata anche in Italia, reperibile sia attraverso siti specializzati sia nelle enoteche.

Giorgio Vizioli (pubblicato da me-gusta.org il 27/02/2019)

Reperibile da https://me-gusta.org/m-g/italia-argentina-finca-albarossa

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