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March 2020 - page 2

Mario Draghi: “Dobbiamo agire”

“La pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Oggi molti temono per la loro vita o piangono i loro cari scomparsi. Le misure varate dai governi per impedire il collasso delle strutture sanitarie sono state coraggiose e necessarie e meritano tutto il nostro sostegno”. Parola di Mario Draghi, già governatore della Banca Centrale Europea e prima ancora della Banca d’Italia, che ha usato le colonne del “Financial Times”, prima, e quelle del “Corriere della Sera”, poi, per affermare che il debito pubblico è l’unica leva che i governi hanno per gestire le fasi di guerra.

Come sottolinea Draghi, infatti, le azioni del governo Conte “sono accompagnate da un costo economico elevatissimo e inevitabile. E se molti temono la perdita della vita, molti di più dovranno affrontare la perdita dei mezzi di sostentamento.

L’economia lancia segnali preoccupanti giorno dopo giorno. Le aziende di ogni settore devono far fronte alla perdita di introiti, e molte di esse stanno già riducendo la loro operatività e licenziando i lavoratori. Appare scontato che ci troviamo all’inizio di una profonda recessione.

La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili. È ormai chiaro che la nostra reazione dovrà far leva su un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato – e l’indebitamento necessario per colmare il divario – dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello stato. Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

Il giusto ruolo dello Stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa e che non è in grado di assorbire. Tutti gli Stati hanno fatto ricorso a questa strategia nell’affrontare le emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più significativo della crisi in atto – si finanziavano attingendo al debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e in Germania soltanto una quota fra il 6 e il 15 per cento delle spese militari in termini reali fu finanziata dalle tasse, mentre nell’Impero austro-ungarico, in Russia e in Francia, i costi correnti del conflitto non furono finanziati dalle entrate fiscali. Ma inevitabilmente, in tutti i Paesi, la base fiscale venne drammaticamente indebolita dai danni provocati dalla guerra e dall’arruolamento. Oggi, ciò è causato dalle sofferenze umane per la pandemia e dalla chiusura forzosa delle attività economiche.

La questione chiave non è se, bensì come lo Stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro. Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende a fatica riusciranno a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto.

Il sostegno all’occupazione e alla disoccupazione e il posticipo delle imposte rappresentano passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi. Ma per proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un periodo di grave perdita di reddito è indispensabile introdurre un sostegno immediato alla liquidità. Questo è essenziale per consentire a tutte le aziende di coprire i loro costi operativi durante la crisi, che si tratti di multinazionali o, a maggior ragione, di piccole e medie imprese, oppure di imprenditori autonomi. Molti governi hanno già introdotto misure idonee a incanalare la liquidità verso le aziende in difficoltà. Tuttavia, si rende necessario un approccio su scala assai più vasta.

Pur disponendo i diversi Paesi europei di strutture industriali e finanziarie proprie, l’unica strada efficace per raggiungere ogni piega dell’economia è quella di mobilitare in ogni modo l’intero sistema finanziario: il mercato obbligazionario, soprattutto per le grandi multinazionali, e per tutti gli altri le reti bancarie, e in alcuni paesi anche il sistema postale. Ma questo intervento va fatto immediatamente, evitando le lungaggini burocratiche. Le banche, in particolare, raggiungono ogni angolo del sistema economico e sono in grado di creare liquidità all’istante, concedendo scoperti oppure agevolando le aperture di credito.

Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende favorevoli a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sottoforma di garanzie di Stato su prestiti e scoperti aggiuntivi. Regolamenti e normative collaterali non dovranno ostacolare in nessun modo la creazione delle opportunità necessarie a questo scopo nei bilanci bancari. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrà essere calcolato sul rischio creditizio dell’azienda che le riceve, ma dovrà essere pari a zero, a prescindere dal costo del finanziamento del governo che le emette.

Le aziende, dal canto loro, non preleveranno questa liquidità di sostegno semplicemente perché i prestiti sono a buon mercato. In alcuni casi – pensiamo alle aziende con ordini inevasi – le perdite potrebbero essere recuperabili e a quel punto le aziende saranno in grado di ripianare i debiti. In altri settori, questo probabilmente non sarà possibile.
Tali aziende forse saranno in grado di assorbire la crisi per un breve periodo di tempo e indebitarsi ulteriormente per mantenere salvi i posti di lavoro. Tuttavia, le perdite accumulate potrebbero mettere a repentaglio la loro capacità di successivi investimenti. E se la pandemia e la chiusura delle attività economiche dovessero protrarsi, queste aziende resterebbero attive, realisticamente, solo se i debiti contratti per mantenere i livelli occupazionali durante quel periodo venissero alla fine cancellati.

O i governi risarciranno i debitori per le spese sostenute, oppure questi debitori falliranno e la garanzia verrà onorata dal governo. Se si riuscirà a contenere il rischio morale, la prima soluzione è quella migliore per l’economia. La seconda appare meno onerosa per i conti dello Stato. In entrambi i casi, tuttavia, il governo sarà costretto ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche, se si vorrà proteggere occupazione e capacità produttiva.

I livelli di debito pubblico dovranno essere incrementati. Ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva e pertanto della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo. Dobbiamo inoltre ricordare che in base ai tassi di interesse presenti e probabilmente futuri, l’aumento previsto del debito pubblico non andrà a sommarsi ai suoi costi di gestione.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo shock fuori del comune, in quanto dispone di una struttura finanziaria capillare, capace di convogliare finanziamenti verso ogni angolo dell’economia, a seconda delle necessità. L’Europa dispone inoltre di un forte settore pubblico, in grado di coordinare una rapida risposta a livello normativo e la rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle sue azioni.
Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.

La velocità del tracollo dei bilanci delle aziende private, provocate da una chiusura economica al contempo doverosa e inevitabile, dovrà essere contrastata con pari celerità dal dispiegamento degli interventi del governo, dalla mobilitazione delle banche e, in quanto europei, dal sostegno reciproco per quella che è innegabilmente una causa comune”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/mario-draghi-dobbiamo-agire/143480/160

Torna l’ora legale

Lancette avanti di un’ora questa notte per il ritorno all’ora legale. Giornate più lunghe, dunque, anche se in quarantena. Il cambio d’orario avverrà come di consueto alle 2.00 del mattino di domenica 29 marzo.
L’ora legale terminerà l’ultima domenica di ottobre, cioè il 25 ottobre. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/torna-lora-legale/143505/160

Coronavirus, da Prada e Gucci a Fca e Ferrari: le aziende italiane riconvertono la produzione per fare mascherine e ventilatori

Da Prada a Ferrari, da Gucci a Bulgari. Dal mondo dell’auto a quello dell’abbigliamento di lusso, dal luxury packaging alla cosmetica. Ecco le imprese italiane che hanno trasformato la produzione a beneficio di camici, dispositivi di protezione, ventilatori per la rianimazione. E partecipano anche i produttori di bevande alcoliche.

Ermanno Scervino ha messo le sue sarte in “smartworking” a confezionare mascherine direttamente da casa. Gli ingegneri di Fca e Ferrari affiancheranno la Siare Engineering, una delle poche aziende che producono respiratori, per aiutarli a raddoppiare la produttività. Il gruppo Davines ha smesso momentaneamente di produrre shampoo per concentrarsi sul gel igienizzante, da regalare alla croce rossa e ad altre istituzioni attive sul territorio. La cosmesi, l’automobilistica, i produttori di packaging: le aziende hanno riconvertito le proprie linee produttive per affrontare l’emergenza coronavirus. “Sette giorni fa lo consideravo utopistico, non solo inaspettato”, ha commentato il commissario straordinario Domenico Arcuri annunciando un incentivo, già disponibile online “per finanziare con totali 50 milioni le imprese che riconvertono i loro impianti per produrre ancora altre mascherine”. In audizione alla Camera dei Deputati, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà ha confermato, ribadendo che la priorità ora è “velocizzare e centralizzare i procedimenti di approvvigionamento dei dispositivi di protezione individuale, assumendo iniziative di riconversione di realtà produttive per potenziare la produzione nazionale”. Abiti e tailleur non sono più necessari, ma le mascherine sì: per questo 180 case di moda hanno unito gli sforzi per garantire 2 milioni di pezzi. Arrivano i rinforzi anche per la produzione di gel igienizzante: Bulgari ha annunciato di destinare i suoi laboratori cosmetici per la produzione di 6mila flaconi di disinfettanti mani al giorno, così come L’Erbolario e il colosso del lusso LVMH, mentre l’associazione dei produttori di distillati, Assodistil, contribuirà a garantire le forniture di alcol. Intanto i laboratori studiano nuove soluzioni, ad esempio Apulia Stretch, che ha iniziato a produrre tessuto-non-tessuto. Ecco alcuni esempi di aziende che hanno fatto ripartire le macchine per l’emergenza.

Moda: camici e mascherine dai brand del lusso – Arcuri ha annunciato che “180 aziende delle Camere della moda si sono messe insieme ed hanno creato due filiere per produrre due milioni al giorno di mascherine”. Tra queste, anche grandi nomi come Fendi, Armani, Gucci, Ferragamo, Celine, Valentino, Serapian Richemont. Prada, su richiesta della Regione Toscana, la scorsa settimana ha avviato nello stabilimento di Montone (Perugia) la produzione di 80mila camici e 110mila mascherine da destinare al personale sanitario della Regione: le consegne, con cadenza giornaliera, saranno ultimate in data 6 aprile. Toni Scervino, amministratore delegato della maison Ermanno Scervino, ha messo in “smartworking” le sue sarte: tutti i giorni gli incaricati dell’azienda portano metri di ‘tessuto non tessuto’ (indicato come il più efficace) gli elastici e i ferretti a casa delle dipendenti, ritirando anche i dispositivi già realizzati, destinati alle aziende sanitarie e alle residenze sanitarie assistenziali della Toscana. Giorgio Armani, dopo aver donato 2 milioni di euro agli ospedali, ha dato il via alla conversione di tutti i propri stabilimenti produttivi per realizzare camici monouso destinati alla protezione individuale degli operatori sanitari. L’ultimo, in ordine di tempo, è il gruppo veronese Calzedonia, che ha riconvertito da ieri alcuni dei propri stabilimenti alla produzione di mascherine e camici. Sono stati acquistati macchinari speciali per la creazione di una linea semi-automatica, e le cucitrici sono state formate al nuovo tipo di produzione: i primi 5mila dispositivi sono già stati donati al comune di Verona, nei prossimi giorni ci si aspetta di produrre 10mila mascherine al giorno, incrementando la produzione nelle settimane successive. Gucci ha annunciato di esser pronta a donare 1 milione e 100 mila mascherine chirurgiche e 55mila camici alla Regione Toscana. Non solo le grandi firme: anche piccole aziende come Modaimpresa, 35 dipendenti in provincia di Isernia, ha convertito la propria produzione di capi di abbigliamento per la produzione di 10mila mascherine protettive con filtro al giorno, distribuite in lotti di 500 pezzi ciascuno.

Le aziende tessili studiano nuovi materiali – Confindustria Moda ha lanciato invece una campagna per la “raccolta” da parte delle aziende del tessile-moda di tessuto-non-tessuto (Tnt) e riconvertire così la produzione in quella di mascherine. Appello accolto dalle industrie tessili della Puglia, che già da giorni si sono mobilitate per fare filiera e, con le indicazioni dell’Istituto Superiore di Sanità, riconvertire le loro produzioni per realizzare quante più mascherine possibile. Ne è un esempio il caso della Apulia stretch, azienda del Barese che produce tessuti per la copertura di materassi che ha sviluppato un prototipo di tessuto idrorepellente all’esterno e idrofobico all’interno, come il Tnt: sarà distribuito alle sartorie che ne ricaveranno mascherine. C’è poi il caso della Bc Boncar di Busto Arsizio, in provincia di Varese: l’azienda specializzata in packaging luxury per le case di moda (tra cui Hugo Boss, Louboutin, H&M), ha iniziato la produzione di mascherine per ospedali e amministrazioni. E della Dreoni Giovanna, che dall’abbigliamento tecnico e le tappezzerie per auto è passata alla produzione di mascherine certificate al ritmo di 2mila unità al giorno, e di Es’Givien, casa di moda toscana che ha già prodotto e donato oltre 5mila mascherine non sanitarie a ospedali e aziende.

Da creme e profumi ai gel igienizzanti – I gel igienizzanti sono andati a ruba, alimentando speculazioni e rivendite illegali sul web, a prezzi gonfiati a dismisura. Oltre all’Angelini, che ha aumentato la produzione, il colosso farmaceutico Menarini ha deciso di produrre negli stabilimenti di Firenze 5 tonnellate di gel disinfettante a settimana, da donare gratuitamente agli ospedali. Bulgari -insieme al suo storico partner di fragranze, ICR (Industrie Cosmetiche Riunite, di Lodi, ndr) – ha iniziato a produrre gel disinfettante per le mani da fornire in via prioritaria a tutte le strutture mediche attraverso il coordinamento del governo: la produzione prevede 6000 pezzi al giorno fino ad arrivare ad un totale di 200.000 pezzi in circa due mesi. Anche l’azienda Davines di Parma, che di solito produce shampoo e impacchi per capelli, ha avviato la produzione di gel igienizzante per le mani da distribuire gratuitamente a diverse istituzioni attive per combattere l’emergenza: 50 mila pezzi di Gel del Buon Auspicio consegnati a realtà individuate in collaborazione con l’associazione “Forum Solidarietà” di Parma: case di riposo comunali, nonché le sedi locali di Croce Rossa, Croce Gialla, Intercral, Comunità Betania, l’assistenza pubblica e le comunità di accoglienza per immigrati. Anche L’Erbolario ha riattivato i suoi impianti per produrre gel disinfettante per le mani: i primi 38 mila flaconi sono già stati donati e a ltri 28.000 flaconi sono in partenza. In Francia il gruppo LVHM (che nel suo portafoglio ha brand come Dior, Guerlain, Louis Vuitton, Givenchy, Kenzo e Acqua di Parma) ha annunciato che le sue linee produttive della profumeria saranno convertite per fornire gratuitamente grandi quantità di gel disinfettante alle autorità sanitarie.

Fca e Ferrari ora producono ventilatori – Fca riconvertirà uno stabilimento del gruppo in Cina per produrre mascherine facciali: “L’obiettivo è di iniziare la produzione nelle prossime settimane e arrivare a produrre oltre un milione di mascherine al mese che saranno donate ai primi soccorritori e agli operatori sanitari”, spiega l’amministratore delegato Mike Manley in una lettera ai dipendenti. Non solo: gli ingegneri di Fca e quelli della Ferrari stanno collaborando con Siare Engineering, una delle poche aziende che producono respiratori, per aiutarli a raddoppiare la produttività.

L’alcol per i liquori ora serve per fare disinfettanti– Assodistil, già il 13 marzo, aveva annunciato che vista la crescente domanda di alcool per la produzione di gel disinfettanti “le aziende del settore si impegneranno al massimo per fornire tutta la quantità disponibile a coloro che ne abbiano legittima necessità”. Sulla stessa linea anche i grandi produttori d’oltreoceano: tra tutti, Bacardi.

Tamponi – Oltre alle mascherine, molte aziende italiane di dispositivi medici sono pronte a riconvertirsi per produrre test con tampone. Lo afferma all’Ansa il presidente di Confindustria Dispositivi Medici Massimiliano Boggetti: “Come per le mascherine, anche per i tamponi lo sforzo costante è di lavorare al massimo delle possibilità, ma sarà necessaria la riconversione di alcune aziende come sta accadendo per le mascherine”. “Servono – avverte – risposte della politica sugli aiuti alle aziende”.

Ilaria Mauri e Beatrice Manca (pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 26/03/2020)

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Il Papa prega per la fine della pandemia: “Dio, non lasciarci in balia della tempesta”

Francesco ha presieduto uno storico momento di preghiera sul sagrato della Basilica di San Pietro con la piazza vuota, ma seguito dai cattolici di tutto il mondo, sempre più minacciato dalla diffusione del Covid-19. “Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori”, sappiamo “che Tu hai cura di noi”, ha detto prima dell’adorazione del Santissimo Sacramento e della Benedizione Urbi et Orbi, alla quale è stata annessa la possibilità di ricevere l’indulgenza plenaria.

In una piazza San Pietro vuota e lucida di pioggia, in un silenzio che echeggiava milioni di preghiere e un bisogno universale di speranza, si è posato lo sguardo del mondo. Alla voce emozionata di Papa Francesco si è unito il respiro affannoso della terra, in ansia per la pandemia che in questo tempo di Quaresima sembra adombrare e sospendere il futuro. A partire dalle ore 18.00, l’universalità della preghiera e l’unità spirituale hanno dato un timbro corale alle speranze del popolo di Dio, con Francesco solo a incarnare in modo plastico l’essenza del ruolo di “Pontefice”, di ponte tra la terra bisognosa di risposte e il cielo a cui chiederle.

Un’umanità provata ma protesa a Dio ha vissuto questo straordinario evento, trasmesso in diretta mondovisione da Vatican Media, attraverso i mezzi di comunicazione. E ha ascoltato la Parola di Dio con le immagini che lentamente mostravano, alternandole, due “icone” sacre care a Roma e, grazie al Papa, diventate note a ogni latitudine, quella della Salus populi romani, da sempre venerata in Santa Maria Maggiore, e il crocifisso ligneo della chiesa di San Marcello al Corso, che protesse l’Urbe dalla “grande peste” e davanti al quale Francesco si è inginocchiato il 15 marzo scorso. Un Crocifisso che per l’angolatura delle riprese contro la pioggia è parso talvolta piangere e condividere il lutto di tanti sul pianeta.

Tutti sulla stessa barca

Le parole pronunciate da Francesco nell’omelia dopo il Vangelo, accompagnate dalla pioggia, si sono legate alle ombre ma anche alle luci di questi giorni segnati da sofferenze, timori e testimonianze di autentica umanità che si diffondono tra nazioni e Continenti. Nel passo scelto in questa giornata, tratto dal Vangelo secondo Marco, Gesù dice ai suoi discepoli di passare sull’altra riva. Dopo una grande tempesta, Cristo è svegliato dai discepoli che temono di essere perduti. Nonostante il trambusto, Gesù dorme sereno, fiducioso nel Padre. Poi il vento cessa e le acque si calmano. Gesù rivolge quindi queste parole ai discepoli: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. Anche oggi, ha detto il Papa, viviamo un tempo sferzato dalla tempesta:

Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti.

La tempesta smaschera i nostri ego

Durante la tempesta “Gesù sta a poppa, nella parte della barca che per prima va a fondo”, e dorme sereno. I discepoli – ha ricordato il Papa – pensano che si disinteressi di loro. Ma una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati. Anche nelle nostre famiglie, ha spiegato il Pontefice, “una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: Non t’importa di me?”:

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di ‘imballare’ e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente ‘salvatrici’, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri ‘ego’ sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

Il tempo della scelta, non del giudizio

Sono molteplici le ferite inferte dall’uomo alla terra che più volte, nell’indifferrenza di molti, ha mostrato il proprio grido di dolore. In questo mondo che il Signore ama più di noi, ha detto il Papa, “siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto”:

Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”. ‘Perché avete paura? Non avete ancora fede?’. Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni.

Le armi vincenti sono la preghiera e il servizio silenzioso

In questo mondo provato dalla pandemia, la strada da seguire è quella della corresponsabilità perché “nessuno si salva da solo”. “È la vita dello Spirito – ha detto il Papa – capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia”:

Medici, infermieri e infermiere, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

Abbiamo bisogno del Signore

Nell’omelia è risuonata poi, un’altra volta, la domanda posta da Gesù: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. “L’inizio della fede – ha sottolineato Francesco – è saperci bisognosi di salvezza”:

Non siamo autosufficienti, da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai. Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi.

Accendiamo la speranza

Il Papa ha esortato a volgere lo sguardo verso il Padre che ci ama sempre e soprattutto verso la croce. “Il Signore – ha spiegato il Santo Padre – ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta, che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza”.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

Scenda la benedizione di Dio

Il Papa ha infine affidato l’umanità al Padre e implorato il Signore perché non ci lasci in balia della tempesta:
Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché sappiamo che Tu hai cura di noi”.

Preghiera a Dio onnipotente

Questo pomeriggio di preghiera, come un diverso venerdì della misericordia, si è aperto con un immagine semplice ma intensa. Il Pontefice è arrivato da solo e in silenzio sulla cima del sagrato, accompagnato da monsignor Guido Marini, maestro delle cerimonie pontificie. L’inquadratura dall’alto accentuava la sensazione di solitudine e insieme la potenza della scena. Con il segno della Croce e un’orazione, il Papa ha introdotto il momento di preghiera per invocare la fine della pandemia.

“Preghiamo. Dio onnipotente e misericordioso, guarda la nostra dolorosa condizione: conforta i tuoi figli e apri i nostri cuori alla speranza, perché sentiamo in mezzo a noi la tua presenza di Padre. Amen (Orazione)”

Fede più forte della tempesta

Dopo la lettura del Vangelo, la meditazione di Francesco ha sovrastato gli spazi vuoti e millenari di una città quasi interamente raccolta nelle case, trasformate in chiese domestiche dalla preghiera. Quindi il Santo Padre si è recato davanti all’immagine della Salus Populi Romani e al crocifisso di San Marcello. Francesco, con indosso le vesti sacre, è entrato nell’atrio dal cancello centrale della Basilica. L’adorazione al Santissimo Sacramento esposto sull’altare, avvolto dall’incenso, ha preceduto la supplica per chiedere al Signore di salvare l’umanità “da tutti i mali che affliggono l’umanità”, “dalle malattie, dalle epidemie e dalla paura del fratello”. Le ultime parole della supplica hanno il ‘deserto’ della Quaresima e l’orizzonte della Pasqua: aprici alla speranza, Signore, se il dolore ci visita, se l’indifferenza ci angoscia, se la morte ci annienta.

Benedizione eucaristica e indulgenza plenaria

Dopo la supplica, è seguito il rito della Benedizione eucaristica Urbi et Orbi, alla città e al mondo. Il cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, ha pronunciato la formula per la proclamazione dell’indulgenza. A tutti quelli che hanno ricevuto la benedizione eucaristica anche a mezzo della radio, della televisione e delle altre tecnologie di comunicazione, è stata concessa l’indulgenza plenaria nella forma stabilita dalla Chiesa.

Misericordia per l’umanità provata

Il momento di preghiera vissuto oggi era stato annunciato da Papa Francesco lo scorso 22 marzo all’Angelus. In quell’occasione, il Pontefice aveva anche invitato tutti i Capi delle Chiese e i leader di tutte le Comunità cristiane a unirsi a recitare insieme la preghiera che Gesù ci ha insegnato il Padre Nostro. “Come figli fiduciosi – ha detto Francesco mercoledì scorso introducendo la preghiera – ci rivolgiamo al Padre”. “Vogliamo implorare misericordia per l’umanità duramente provata dalla pandemia di coronavirus”. Anche oggi la voce di Papa Francesco ha guidato le voci dei cristiani sparsi in tutte le regioni del mondo per invocare Dio onnipotente e affidarsi alla Sua misericordia.

Amedeo Lomacco (pubblicato da Vatican News il 27/03/2020)

Reperibile da https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-03/preghiera-papa-francesco-coronavirus-adorazione-indulgenza.html

“Dalla Russia con amore”: nel team di medici destinato a Bergamo anche militari russi esperti in guerra batteriologica

Putin corre in aiuto dell’Italia e invia nel nostro Paese un team di 120 medici con destinazione l’ospedale da campo di Bergamo, Con loro arrivano anche 600 ventilatori polmonari e altro materiale di primo soccorso. L’operazione denominata “Dalla Russia con amore” porta con sè anche polemiche visto che a sbarcare in Italia non sono stati solo “virologi” qualsiasi. Tra i russi ci sono infatti alcuni medici militari esperti in guerra batteriologica che sarebbero liberi di muoversi liberamente sul nostro territorio. La solidarietà dimostrata da Putin sta sollevando dubbi e perplessità.

Hanno citato James Bond. Sugli scatoloni sbarcati a Pratica di Mare la scritta a caratteri cubitali “Dalla Russia con amore” campeggia in tre lingue: inglese, italiano, russo. Dentro ci sono mascherine e dispositivi respiratori. A bordo del velivolo dell’aviazione in arrivo da Mosca anche il personale medico che andrà a prestare soccorso in Lombardia. Il presidente della Regione più martoriata, Attilio Fontana, ha ringraziato e spiegato che si tratta di personale altamente qualificato con “rianimatori ed immunologi”, In parecchi invece hanno storto il naso.

Sul piede di guerra “Più Europa” con la sua presidente Simona Viola: “Se le ricostruzioni giornalistiche sono precise e veritiere vorrebbe dire che Conte ha accettato l’aiuto, offerto da Putin, non di medici civili, ma di un contingente militare composto da esperti in guerra batteriologica. Non ci troveremmo insomma di fronte a una forma di cooperazione in campo sanitario, ma a un atto di subordinazione politica dell’Italia nei confronti della Russia”.

Anche i Radicali italiani sono critici: “Più che di fronte a un “caval donato” potremmo avere davanti un cavallo di Troia”. I timori riguardano un potenziale “do ut des” secondo loro si nasconderebbe dietro a questi aiuti: “Ci rivolgiamo al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro degli Esteri” – hanno scritto in una nota – “Gli italiani hanno il diritto di ricevere al più presto risposte adeguate, in mancanza delle quali sarà lecito supporre che dietro a tanta apparente generosità ci possano essere altri progetti”.

“Nessun mercanteggio” – A difendere la scelta e le buone intenzioni di Putin ci pensa l’ambasciatore della Federazione russa in Italia, Sergey Razov. “Il nostro aiuto gratuito fornito all’Italia in una situazione difficile – dice – non è oggetto di mercanteggiamenti, pagamento di conti e via dicendo” legati alle sanzioni internazionali. In una intervista all’agenzia di stampa Askanews, il diplomatico racconta che “la Russia ha inviato in Italia aiuti consistenti: oltre 120 medici, attrezzature e prodotti farmaceutici. Le forniture sono organizzate dal Ministero della Difesa. Si è deciso che, in questa fase, gli specialisti russi saranno inviati in una delle città piu’ colpite del nord Italia: Bergamo. Lo scopo del team di medici russi e’ quello di lavorare concretamente fianco a fianco dei colleghi italiani. I nostri specialisti rimarranno in Italia fino ad una specifica decisione congiunta della parte russa e di quella italiana”.

In totale a Roma sono arrivati 15 voli speciali dell’aviazione militare di trasporto della Russia con gli specialisti, attrezzature e mezzi sanitari a bordo. Sono stati inviati 122 specialisti, di cui 66 membri delle Forze di protezione dalle radiazioni, chimiche e biologiche (NBC). L’organico delle forze di difesa antiradiazioni, chimiche e biologiche conta oltre 20 mila persone. In Italia sono stati inviati anche uno dei più recenti laboratori, sui 15 in dotazione alle Forze NBC della Russia, insieme a 13 veicoli per la disinfezione e il trattamento speciale dei mezzi di trasporto e del territorio dei 2.056 esistenti.

pubblicato da TgCom24 il 26/03/2020

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Quarantena anche in Argentina, ma solo i preti di strada pensano ai poveri delle baracche

Difficile parlare di precauzioni, restrizioni, isolamento nei quartieri più poveri delle città. Eppure, qualcuno ci sta provando: rispettare il più possibile le indicazioni delle autorità, andando incontro ai più deboli e senza far venire meno i vincoli comunitari creati con un’infaticabile azione in questi anni, mantenendo la pace sociale. Si tratta dei “curas villeros”, i preti di “strada” che prestano servizio nelle “villas” (le baraccopoli) di Buenos Aires.

“Quedate en casa”. In spagnolo, è lo stesso consiglio che viene dato anche a noi italiani, e a tutto il mondo: “Stai a casa”. Succede anche in Argentina, dove l’intero Paese da circa una settimana è fermo per il coronavirus (attualmente i contagi sono circa 300, con 4 vittime).

È facile dire “stai a casa”. Più difficile a farsi, soprattutto quando la casa e è una baracca, o un ambiente fatiscente e senza regole igieniche.

Quando ci abitano, insieme, genitori, figli, nonni, in pochi metri. È quello che sta accadendo nelle “villas miserias”, nei quartieri poveri della enorme periferia della capitale, Buenos Aires. Ambienti che già prima del coronavirus erano in piena emergenza, dentro una crisi economica sempre più acuta. Come ha denunciato la scorsa settimana la Commissione per i diritti umani e l’inclusione dell’arcidiocesi, spesso sono privi di acqua potabile, o versano in piena emergenza nutrizionale, come ha rilevato l’Osservatorio del disagio sociale dell’Università cattolica argentina, secondo il quale, nell’area metropolitana, il 40% della popolazione vive sotto la soglia della povertà
Far convivere quarantena, solidarietà e pace sociale. Difficile, dunque, in questi quartieri, parlare di precauzioni, restrizioni, isolamento. Eppure, qualcuno ci sta provando: rispettare il più possibile le indicazioni delle autorità, andando incontro ai più deboli e senza far venire meno i vincoli comunitari creati con un’infaticabile azione in questi anni, mantenendo la pace sociale.

Si tratta dei “curas villeros”, i preti di “strada” che prestano servizio nelle villas di Buenos Aires.

Come è noto, fu l’allora arcivescovo Jorge Mario Bergoglio a costituire un’organica pastorale per le villas. E a incaricare di questo servizio il cura villero forse più famoso, padre José Maria di Paola, noto come padre Pepe, che presta servizio nella villa La Carcova.

Padre Pepe è consapevole della difficoltà della sfida, ma non si è perso d’animo: “Non è facile, le indicazioni che vengono date dalle autorità, viste da qui, sembrano surreali, non si ha in mente qual è la situazione. Per anni non sono state attuate politiche si carattere preventivo e di promozione umana e sociale.Ora vengono a dire di lavorare da casa, parlano di telelavoro… Ma lo sanno che qui il 90% delle persone vive di changas (occupazioni precarie, ndr), o di lavoro informale, e che ora sono tutti senza lavoro?

O che nelle abitazioni vivono insieme spesso molte persone, dai bambini ai nonni? O che ci sono minori e giovani che, di fatto, vivono in strada? Invece, nel Paese, non si parlano di questi problemi, ma dei connazionali in crociera che sono rimasti bloccati, o della positività di Dybala”. E’ delle ultime ore, peraltro, la decisione del Governo argentino di erogare un contributo straordinario di 10mila pesos a chi ha un lavoro precario.

Un intero piano della casa parrocchiale accoglie gli anziani. Tuttavia, anche in questa situazione non favorevole, “la popolazione sta prendendo coscienza che si tratta di un problema serio, sente quello che sta succedendo in Italia, o negli altri Paesi europei. Noi stessi diamo informazioni e aiuto alla nostra gente”. Così, ecco la sfida prende corpo.

“Per prima cosa – spiega il sacerdote – abbiamo mantenuto le mense, i servizi di consegna di alimenti. Cerchiamo di fare consegne rapide, di cibo già pronto, usando tutte le precauzioni necessarie”.

In secondo luogo, la parrocchia, a Villa Carcova, ha messo a disposizione un ambiente per gli anziani, le persone maggiormente a rischio di contagio: “Al primo piano della casa parrocchiale abbiamo allestito un ambiente con quattordici camere e abbiamo invitato gli anziani che vivono nella Villa perché passino qui la loro quarantena, isolati.

Nelle abitazioni, in mezzo a tutte le altre persone, erano maggiormente in pericolo. Qui sono più protetti”. Un altro ambiente resta attrezzato per i senza dimora: “Qui ci sono persone che dormono in automobile, le situazioni di emarginazione sono tante”. Anche per loro, dunque, è stata pensata una protezione, in un luogo più isolato.
Insomma, il criterio è quello di evitare affollamenti in condizioni igieniche ed economiche precarie. Puntando a creare gruppi comunitari omogenei e isolati.

E poi c’è il problema della scuola, “anche se vedo che da questo punto di vista i maestri si stanno organizzando, mandano ai ragazzi le spiegazioni e le lezioni attraverso whatsapp”. E poi c’è l’aspetto liturgico, la celebrazione della Messa che avviene solo privatamente, come in gran parte del mondo in queste settimane:

“Ci siamo organizzati per trasmettere la Messa con la radio del quartiere e sui social network”. Ospedali senza terapie intensive. L’altra grande preoccupazione di padre Pepe è la qualità del servizio sanitario: “Il centro medico che è presente qui, è aperto tuti i giorni. Però negli ospedali della periferia il Pronto soccorso è al collasso, la terapia intensiva non c’è.

Questa pandemia arriva in momento nel quale la complessiva situazione sanitaria in Argentina è molto precaria. Secondo il Governo, il problema principale della sanità, oggi, è garantire la libertà di aborto. Invece, ci sono ospedali inadeguati e sovrappopolati. Si tratta di un problema sul quale richiamare l’attenzione, con forza”.

Bruno Desidera (pubblicato da La Diffesa del Popolo il 28/03/2020)

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Reati in netto calo per il Coronavirus

Le misure adottate per contenere la diffusione del Covid-19 hanno determinato una limitazione degli spostamenti delle persone fisiche. Queste misure eccezionali hanno ovviamente influito anche sull’andamento dei reati in Italia, che evidenzia, nel periodo dal 1° al 22 marzo 2020, una evidente diminuzione del trend sull’intero territorio nazionale: 52.596 delitti nel 2020 a fronte dei 146.762 commessi nel 2019. A rivelarlo è il Ministero degli Interni.

In particolare, la diminuzione più rilevante – secondo il report sulla delittuosità in Italia elaborato dalla Direzione centrale della polizia criminale del Dipartimento della pubblica sicurezza – riguarda alcuni reati quali lo sfruttamento della prostituzione (-77%), le violenze sessuali (-69%), i furti in genere (-67,4%), i furti in abitazione (-72,5%), i furti con destrezza (-75,8%), le rapine in uffici postali (-73,7%) ed una diminuzione meno rilevante altri reati quali le rapine (-54, 4%) e quelli inerenti gli stupefacenti (-46%).

Si evidenzia, inoltre, che nel periodo in esame, confrontato con l’analogo periodo dell’anno precedente i maltrattamenti in famiglia registrano una diminuzione inferiore rispetto ad altri reati (-43,6%). Anche i furti e le rapine alle farmacie denotano un decremento inferiore rispetto ad altri reati predatori (-13,8% e -24,6%). (aise)

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Earth Hour: un’ora al buio per l’Italia

Un’ora a luci spente, in Italia e nel mondo. Perché prendersi cura del pianeta significa prendersi cura dell’umanità, specialmente ora che il mondo intero è sotto la minaccia del coronavirus. È questa la base dell’evento globale “Earth Hour”, mobilitazione digitale del WWF che mira a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla crisi climatica e sul riscaldamento globale che avrà luogo, sotto la parola chiave “insieme”, sabato prossimo alle 20.30.

Si spegneranno per un’ora anche i principali monumenti del mondo, ma il WWF vuole coinvolgere anche tutti i cittadini del mondo con un gesto semplice e concreto: spegnere la luce della propria abitazione per un’ora.
Earth Hour 2020 arriva però in un momento particolare, fortissimamente caratterizzato dall’emergenza legata al contagio da Covid-19 che impone a tutti i cittadini italiani e a quelli di moltissimi altri paesi misure di sicurezza straordinarie così come richiesto dai governi.

“L’Ora della Terra quest’anno sarà diversa dal solito – afferma la presidente del WWF Italia, Donatella Bianchi -. Purtroppo, non potranno esserci piazze gioiose ed eventi popolari ma ci sarà comunque una voce forte che chiede di invertire la rotta puntando con decisione la nostra prua verso un futuro sostenibile. La parola chiave di Earth Hour quest’anno è “insieme”. Insieme possiamo vincere la sfida che il nostro Paese, con tutto il Pianeta sta affrontando contro una emergenza sanitaria senza precedenti. Insieme possiamo lottare contro il cambiamento climatico in atto che mette in pericolo la salute della terra così come la nostra salute di esseri umani. Insieme possiamo chiedere alle istituzioni, all’economia e agli individui un’assunzione di responsabilità verso il futuro, attuando concretamente l’Accordo di Parigi sul clima e impegnandosi, insieme, per un New Deal for People and Nature che scriva nuove regole per il nostro rapporto con il pianeta”.

La consueta festa di piazza, per questa nuova edizione di Earth Hour, si trasformerà in una grande attivazione digitale che punta a coinvolgere quanti più cittadini possibile nella lotta al cambiamento climatico. Dalla salute del Pianeta, infatti, dipende la salute dell’umanità. Così, WWF Italia ha messo in luce l’ultimo report (Pandemie, l’effetto Boomerang della distruzione degli ecosistemi) del WWF Italia la relazione tra la perdita di Natura e le epidemie è fortissimo e il cambiamento climatico in atto sono tra le principali cause di perdita di biodiversità. Difendere la salute del pianeta significa quindi difendere la nostra salute e il nostro benessere futuro.

“Un’ora per la terra, un’ora per l’Italia”. È questo il titolo che il WWF Italia ha voluto dare alla maratona di spegnimenti che caratterizzerà la giornata del 28 marzo e al quale tutti i cittadini possono partecipare postando sui propri profili social il video della propria giornata per il clima con gli hastag #EarthHour #UnOraPerItalia.

Alla maratona parteciperanno tanti amici del WWF, più o meno noti, che non faranno mancare il proprio sostegno ad una causa importantissima per il futuro del Pianeta e per il futuro dell’umanità. Un messaggio di speranza per superare al più presto questo momento di grande difficoltà per il nostro Paese e contribuire tutti insieme a difendere la salute del nostro Pianeta. Significativamente, pur in questa situazione di emergenza, ad Earth Hour 2020 è stata conferita la Medaglia del Presidente della Repubblica come riconoscimento per il valore della manifestazione. Earth Hour 2020 ha avuto, inoltre, i patrocini del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’ANCI – Associazione Nazionale dei Comuni Italiani.

Il 28 marzo, dalle prime ore della mattina, sui canali web e social del WWF Italia con gli hashtag #EartHour #UnOraPerItalia saranno trasmessi foto e video degli spegnimenti dei luoghi simbolo delle principali città del mondo. Nel corso dell’intera giornata agli spegnimenti si alterneranno contributi musicali di noti artisti e musicisti italiani che interpreteranno brani (propri o cover) ispirati alla natura. Una vera e propria “staffetta” di artisti con i loro diversi generi musicali, sarà al fianco del WWF: fra loro Giovanni Caccamo, Manuel Aspidi, Danilo Rea e Oona Rea, la Stradabanda della Scuola Popolare di Testaccio di Roma e Fanfaroma della scuola Controchiave. Grazie al supporto dell’Agenzia Wannabe Management parteciperanno anche Paola Iezzi, Nicola Zucchi (Dj e Producer), Syria, Lo Stato Sociale, THE BLUEBEATERS, Michele Merlo, Filippo Graziani, Valentina Georgia Pegorer (DJ),Viito e Marianne Mirage.

A questi si uniranno anche contributi di giovani artisti emergenti che sono invitati a pubblicare un proprio contributo usando gli hashtag della giornata #EarthHour #UnOraPerItalia e taggando i profili social del WWF Italia (Instagram: @wwfitalia, Facebook: @wwfitalia e Twitter: @WWFItalia).

Dalle 20.30 alle 21.30 in Italia si spegneranno le luci dei principali luoghi simbolo delle città italiane, in particolare a Roma è previsto che si spengano le luci del Colosseo e di San Pietro. La fascia oraria centrale (20.30 – 21.30) sarà caratterizzata da un contributo musicale di alcuni artisti italiani molto noti, trasmesso sui canali social del WWF Italia: Danilo Rea e Oona Rea si esibiranno con il nuovo brano “Peace” dedicato da loro al WWF proprio in occasione dell’Earth Hour 2020 a cui seguirà un esibizione di Pianosolo di Danilo Rea e Giovanni Caccamo che suonerà due suoi brani Silenzio ed Eterno ed un omaggio a Franco Battiato con “La cura”.

Prima che scoppiasse l’emergenza Coronavirus, oltre 90 comuni in tutta Italia avevano risposto all’invito del WWF e aderito a Earth Hour 2020. A cominciare da Venezia, che avrebbe dovuto ospitare l’evento centrale italiano, ma anche Roma, Milano, Pistoia, Palermo, Chieti, Isernia, Messina e Catania. Purtroppo, la crisi sanitaria che stiamo vivendo non permetterà a molti comuni di partecipare con l’effettivo spegnimento di un monumento, di una piazza o luogo simbolo della città, ma il WWF Italia ci tiene a ringraziarli per l’importante interesse dimostrato e ad esprimere loro la piena vicinanza in questo momento così difficile.

Una conferma importante è arrivata da Napoli, dove grazie agli attivisti del WWF si sta svolgendo una campagna di mobilitazione sull’ambiente e la sostenibilità delle nostre scelte quotidiane attraverso Facebook e Instagram: dal risparmio idrico alla raccolta differenziata, dalla spesa alla plastica fino al risparmio energetico, attraverso divertenti video su youtube. Per tutti, l’invito finale è alla cena a lume di candela di sabato 28 ore 20,30. Si mobiliteranno anche i comuni di San Lazzaro di Savena (Bologna), Spinea (VE), Villaverla (VI), ma anche Monte San Giusto e San Severino Marche (MC); Serra dei Conti, Sirolo, Senigallia, Morro D’Albe (AN); Anversa degli Abruzzi, Altini, S. Eusanio del Sangro; Taglio di Po (RO) e Porto Torres in provincia di Sassari, dove l’ente gestore del sistema elettrico si occuperà dello spegnimento di ben 130 punti luce (un terzo dei lampioni della città) per 12 ore: un gesto che permetterà di risparmiare 234.000 kilowatt all’ora con una riduzione delle emissioni nell’atmosfera di 0,02 tonnellate equivalenti di petrolio. Sempre in Sardegna. Ad oggi risultano confermati anche gli spegnimenti nelle città di Cagliari e Alghero.

Sulla pagina web del WWF e sui canali digitali dell’associazione, inoltre, verranno proposti nuovi e divertenti EcoTips per aiutare i più piccoli a trascorrere in modo più interessante le giornate a casa divertendosi ed imparando nuove cose sui cambiamenti climatici e sulla sostenibilità. Si potrà fare un esperimento per scoprire come si “produce” l’effetto serra o scoprire facili ma importanti consigli per risparmiare energia; per invogliare alla manualità, ci saranno le indicazioni per costruire un originale forno solare e degli origami sulle specie simbolo del cambiamento climatico, orso polare e pinguino. (aise)

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Eccidio delle Fosse Ardeatine, Mattarella: “Serve l’unità del dopoguerra per rinascere”

“Quest’anno, con grande rammarico, non sarà possibile incontrarsi, nel giorno del 76° anniversario, al Mausoleo delle Fosse Ardeatine per ascoltare, insieme alle loro famiglie e con sempre uguale commozione, i nomi dei martiri. Desidero, con la medesima intensità manifestata nella cerimonia annuale, esprimere loro affetto, vicinanza e ricordo”. Queste le parole con cui il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto ricordare attraverso una nota la strage avvenuta il 24 marzo 1944 a Roma per mano delle truppe naziste, dove 335 civili italiani, tra cui prigionieri politici ed ebrei, vennero trucidati. Quest’anno, a causa dell’emergenza sanitaria legata al Coronavirus, non è stato possibile recarsi al mausoleo della capitale.

“L’eccidio delle Ardeatine ha costituito una delle pagine più dolorose della storia recente del nostro Paese – ha proseguito il Capo di Stato -. I valori del rispetto della vita e della solidarietà che ci sorreggono in questo periodo, segnato da una grave emergenza sanitaria, rafforzano il dovere di rendere omaggio a quei morti innocenti”.

“Eventi così atroci, frutto della volontà di sopraffazione e del razzismo, – ha evidenziato Mattarella – continuano a richiamarci ai valori fondamentali della memoria, della pace, della solidarietà. La libertà e la democrazia sono state conquistate con il sangue di molti per evitare che ne fosse sparso ancora in futuro. Al termine di quegli anni terribili, segnati dalla dittatura e dalla guerra, l’unità del popolo italiano consentì la rinascita morale, civile, economica, sociale della nostra Nazione. La stessa unità che ci è richiesta, oggi, in un momento difficile per l’intera comunità”, ha concluso. (aise)

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Coronavirus: inasprimento delle sanzioni ai trasgressori della quarantena

Il consiglio dei Ministri ha approvato martedì 24 marzo il nuovo decreto legge che prevederà nuove sanzioni, più dure, a chi trasgredisce le misure restrittive e uniformerà il quadro normativo.

Un nuovo decreto che il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, ha definito in conferenza stampa da Palazzo Chigi “più puntuale e trasparente”, e che regolamenta, oltre alle nuove sanzioni che andranno da 400 a 3000 euro per i trasgressori, i rapporti tra governo e parlamento in questo periodo di emergenza, e i rapporti tra governo centrale e regioni.

Il governo dovrà infatti recarsi, secondo quanto riferito dal premier in conferenza stampa, in Parlamento ogni 15 giorni, per renderlo “edotto sulle misure adottate dal governo per il contenimento del virus”.

Inoltre, il nuovo decreto prevede anche un nuovo rapporto tra governo e regioni, per il quale i governatori “potranno adottare, in base alle loro competenze, misure più restrittive da quelle imposte dal governo centrale, che rimane comunque coordinatore”.

Ma la questione centrale sono le nuove sanzioni previste per chi contravviene alle restrizioni anti-contagio: “una multa che va da 400 euro a 3000 euro”.

“Sono contento di come hanno reagito i cittadini in questo periodo – ha detto Conte -, che si sono conformati a queste nuove regole e a questo nuovo modo di vivere. Questo ci deve rendere orgogliosi, perché tutti dobbiamo fare qualcosa per contrastare il virus”.

Inoltre, il premier si è soffermato anche sulla questione “diffusione bozze” e anticipazioni dei decreti, sottolineando in particolare una notizia circolata da questa mattina. “Non bisogna tenere conto delle bozze – ha detto -, perché vengono superate”. E infine ha chiuso spiegando che “non c’è nulla di vero nella notizia fuoriuscita sul prolungamento delle restrizioni fino al 31 luglio. Il 31 luglio è la scadenza dei 6 mesi dell’emergenza nazionale, ma il governo è pronto ad allentare o superare le misure restrittive il prima possibile”. (aise)

Reperibile da https://www.aise.it/primo-piano/cdm-approva-nuovo-decreto-sanzioni-più-dure/143394/160

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