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May 2018 - page 2

Lega e M5S si “ricordano” degli italiani all’estero

Tutto è bene quel che finisce bene. Da oggi in poi la bozza di contratto di governo M5S-LEGA, licenziata questa mattina, contiene un paragrafo dedicato agli italiani all’estero. Nelle versioni precedenti gli italiani all’estero non esistevano il che ci aveva indotto a solleticare l’attenzione di chi di dovere, segnalando questa assenza, sia pur ammettendo che poteva trattarsi di un’involontaria omissione.

Dopo questa nostra segnalazione, nella bozza finale distribuita stamattina appare il seguente paragrafo:
Punto 10 …“Per quanto riguarda gli italiani residenti all’estero, è necessario valorizzare il loro patrimonio di esperienze e conoscenze per il sostegno del Made in Italy e la promozione della lingua e della cultura italiana nel mondo. Occorre inoltre riformare le procedure di voto per la circoscrizione estero e degli organi di rappresentanza del consiglio generale degli italiani all’estero (CGIE e COMITES) per renderli più efficaci, trasparenti e meno soggetti a potenziali distorsioni del voto. Per COMITES e CGIE è necessaria inoltre una specifica riforma delle funzioni per armonizzarle con la presenza della rappresentanza parlamentare. Bisogna infine riorganizzare la rete diplomatica e consolare per garantire adeguati servizi al crescente numero di cittadini italiani che trasferiscono in modo permanente la propria residenza all’estero.”

Che ci sia o meno un nesso tra il nostro articolo e l’apparizione di questo paragrafo poco conta. Per noi la cosa importante è che ora il futuro governo abbia degli indirizzi precisi di politica per gli italiani all’estero e, poi, la cosa che ci conforta di più è che tali indirizzi comprendano le priorità emerse nella prima riunione dei 18 parlamentari eletti all’estero. (g.d.n.\aise)

Italiani in fuga: il Regno Unito resta la prima meta – di Alessandro Alloca

“I giovani italiani sempre più in fuga dal proprio paese per cercare fortuna all’estero. E la meta più ambita continua ad essere il Regno Unito, Londra in particolar modo, nonostante come è ben noto il territorio stia vivendo un momento di incertezza economica, politica e sociale dettata della Brexit. Meglio la Brexit che rimanere in Italia: sembrerebbe questo il pensiero di quei 35mila che nel corso del 2017 hanno scelto proprio l’UK per mettere di nuovo radici, ai quali si aggiungono tutti coloro che hanno scelto di trasferirsi qui senza però cancellare la propria residenza italiana, e di fatto sfuggendo a un controllo che permetta di avere un quadro più preciso sul flusso migratorio del Bel Paese”. Così scrive Alessandro Allocca su “Londra Italia”, quotidiano online diretto da Francesco Ragni.

“Infatti, secondo il nuovo rapporto stilato dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, nel 2017 si sono registrate 156mila cancellazioni anagrafiche per l’estero con mete di destinazione finale prevalentemente i paesi dell’Europa occidentale: Regno Unito in testa con il 22%, seguito da Germania 16,5%, Svizzera 10% e Francia 9.5%.

Nonostante siano numeri importanti, è da sottolineare che il flusso emigratorio ha subito un lieve calo nel confronto 2016-2017, per l’esattezza -2,6%, passando da 160mila a 156mila su base annuale.

Le aree maggiormente colpite dal fenomeno in questi tempi moderni rimangono quelle del nord Italia (quando nei decenni passati erano invece quelle del sud): Bolzano, Vicenza, Mantova, Imperia e Trieste sono infatti le province per le quali si sono registrati i tassi di emigratorietà più alti, seguite da quelle sicule di Agrigento, Catania, Caltanissetta ed Enna.

Sempre secondo il rapporto elaborato dall’Istat la fascia d’età in cui si registra la perdita più marcata è quella dei giovani dai 25 ai 39 anni e, tra questi, quasi il 30% è in possesso di un titolo universitario o post-universitario.

La giovane età di questi emigrati testimonia la difficoltà del Paese nel trattenere competenze e professionalità. Infatti l’andamento dei flussi sotto questo particolare aspetto è costantemente in aumento, tanto che gli italiani emigrati con un alto livello di istruzione sono passati dai 19mila nel 2013 ai 25mila nel 2016”. (aise) 

Il “dulce de leche” (pron. dulse de lecce)

Si tratta di un dessert a base di latte e zucchero che, bolliti insieme, danno vita a una speciale “caramellizzazione”. Il suo gusto, inconfondibile e goloso, è molto simile a quello del toffee, la tradizionale caramella mou.

A guardalo bene, il dulce de leche ricorda le creme alla nocciola. In realtà non contiene nocciole o cacao ma latte intero in polvere (80%), zucchero di canna, sciroppo di mais, calcio idrossido, enzima lattasi, aroma di vaniglia. Alcuni prodotti realizzati in Italia, come riporta un articolo pubblicato da Artimondo Magazine, non contengono glutine e possono essere apprezzate anche dai celiaci. Inoltre, il dulce de leche ha solo il 6% di grassi, è più leggero e meno calorico rispetto alle creme alla nocciola.

Come molte prelibatezze, che nascono per caso o da una non precisata circostanza, anche il dulce de leche ha una origine incerta. Secondo una teoria, il “dolce di latte” sarebbe nato, a Buenos Aires, nella prima metà dell’800 da un errore commesso, in cucina, dalla domestica del governatore di Buenos Aires Juan Manuel de Rosas che, invece di preparare la lechada (bevanda a base di latte e zucchero), diede vita a una crema marrone. Altri sostengono che il dulce de leche sia nato in Normandia, vista la sua somiglianza con la confiture de lait. Di recente, infine, un giornalista argentino ha rivelato che il dulce de leche proviene dal Cile, anche se il Paese sudamericano non ne ha mai reclamato la paternità.

Ciò che è certo è l’apprezzamento che riscuote grazie alla sua versatilità. Si tratta, infatti, di una deliziosa crema ideale da gustare su fette biscottate, crakers, biscotti o da utilizzare per guarnire torte, gelati e frutta. (Pubblicato su http://artigianare.tgcom24.it il 30.01.2017)

Istat, il lavoro finalmente “in pareggio” ma non per il Sud

La crescita si è consolidata (ma la corsa del Pil nel Mezzogiorno si ferma), l’occupazione è tornata quasi ai valori precrisi, grazie soprattutto ai servizi, sono ripartiti consumi ed esportazioni. Eppure l’Italia è cambiata: dal 2008 a oggi l’industria ha perso 896.000 dipendenti, e i servizi ne hanno acquistato 810.000, un milione di operai sono usciti dal mercato mentre sono entrati 861.000 impiegati, sono scomparsi 500.000 autonomi e sono entrati altrettanti lavoratori dipendenti, sono usciti 471.000 uomini e sono entrate 404.000 donne, e ci sono un milione di part-time in più, il lavoro è decisamente più precario rispetto a dieci anni fa.

Ma non è solo il mondo del lavoro che è cambiato: il Sud, che tra il 2015 e il 2016 aveva registrato una crescita superiore a quella del resto del Paese, si spopola e la popolazione si concentra sempre di più nelle grandi città del Nord. Continua la fuga degli italiani all’estero: solo nel 2017 153.000 italiani si sono cancellati dall’anagrafe per traferirsi principalmente in Gran Bretagna, Germania e Francia. In compenso l’anno precedente 201.000 stranieri acquisivano la cittadinanza italiana.

E poi sembrano attenuarsi certe abitudine connaturate alla nostra mentalità: tra i giovani, soprattutto tra i laureati, si attenua il peso di quello che per decenni è stato il principale canale di collocamento in Italia, la rete di “amici, parenti e conoscenti”. I giovani scelgono Internet, mandano curriculum, rispondono all’annuncio, e il risultato è sorprendente: l’inserimento lavorativo “avvenuto attraverso le segnalazioni di familiari o amici porta a ottenere un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e coerenza col il percorso di studi concluso”. Tuttavia  l’87,5% dei disoccupati cerca lavoro ancora attraverso canali informali: reti personali, parenti, amici e conoscenti. Ma l’85,3% utilizza canali formali non istituzionali (consulta annunci, inserzioni sui giornali o Internet).

Il 2017, una buona annata. Nel 2017, il Pil è cresciuto dell’1,5%, registrando il miglior risultato dal 2010; la crescita è continuata nel primo trimestre 2018, anche se in rallentamento, segnando il quindicesimo mese di aumento consecutivo. La crescita ha accelerato la ripresa del lavoro: il monte-ore ha raggiunto quota 10,8 miliardi, vicinissima ormai al recupero dei livelli precrisi (circa 11,5 miliardi di ore nel 2007). L’espansione dell’attività ha raggiunto tutti i settori produttivi, a eccezione dell’agricoltura, con un aumento più marcato nell’industria: la produzione industriale è aumentata del 3,6% rispetto all’1,9% del 2016. Nei servizi è andata ancora meglio, con una crescita del 4,5% in particolare nel comparto dell’alloggio e della ristorazione.

Tornano a crescere anche le costruzioni. Per la prima volta dal 2008 l’indice della produzione nelle costruzioni ha mostrato una variazione positiva, +0,8%, con un andamento particolarmente vivace nell’ultima parte dell’anno. Riparte l’inflazione, all’1,3% dopo tre anni di stagnazione.

Nel Mezzogiorno allarme povertà, cresce la disuguaglianza. Dal 2018 entrano a regime gli indicatori del Benessere equo e sostenibile, che andranno allegati ogni anno al Documento di Economia e Finanza (l’anno scorso si era partiti in via sperimentale prendendo in considerazione solo quattro dei dodici indicatori). Emerge un miglioramento sul fronte della sicurezza, scendono i reati “predatori” (furti in abitazione, borseggi e rapine), cresce la partecipazione nel mercato del lavoro. Ma alla crescita si associazione un aumento della disuguaglianza e della povertà. La povertà assoluta in particolare aumenta nel Mezzogiorno, mentre si riduce nel Centro e nel Nord: riguarda poco meno di 1,8 milioni di famiglie, con un’incidenza del 6,9%, in aumento rispetto al 6,3% del 2016. In crescita dunque anche il numero delle persone in stato di povertà assoluta: sono cinque milioni, con un’incidenza dell’8,3% dal 7,9% del 2016. Cresce anche la disuguaglianza economica.

Il Sud indietro anche sul lavoro. Il Mezzogiorno rimane indietro anche rispetto al forte recupero del mercato del lavoro: rimane infatti l’unica ripartizione con un saldo occupazione ancora negativo rispetto al 2008 (310.000 lavoratori in meno). Mentre per il resto del Paese va molto meglio: il tasso di occupazione cresce in Italia per il quarto anno consecutivo, attestandosi al 58% nel 2017, tuttavia ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello del 2008 e lontano dalla media Ue. Cresce molto la componente femminile (+1,7% dal 2008) ma l’Italia continua ad essere il Paese Ue con il tasso di occupazione femminile più basso (48,9% contro il 62,4%).

L’istruzione favorisce il lavoro e migliora la vita. L’incremento maggiore del tasso di occupazione riguarda i laureati: nel 2017 risultano occupati quasi otto laureati su 10, due diplomati su tre e solo quattro persone su dieci con la licenza media. Ma anche lo stato di salute risente delle caratteristiche socio-economiche delle persone e delle famiglie, anche se in Italia il welfare ha ancora un peso significativo, e c’è una maggiore omogeneità dello stato di salute rispetto alla posizione economica. Inoltre tra i più istruiti si osserva una maggiore frequentazione degli amici, e a un livello più alto di istruzione e di reddito si associa una maggiore probabilità di essere coinvolti in una qualche forma di partecipazione sociale (la probabilità per i laureati è circa il 40% più alta rispetto a chi si è fermato al livello di istruzione superiore).

L’Italia non è più il Paese dei raccomandati. Dai giovani laureati arriva anche un dato sorprendente: il canale tradizionalmente preferito dagli italiani nella ricerca di lavoro, “amici, parenti e conoscenti” non è più al primo posto. Tra i laureati del 2011 occupati nel 2015 uno su tre ha trovato lavoro grazie all’inserzione sui giornali o Internet o l’invio del curriculum ai datori di lavoro, mentre solo uno su quattro attraverso una segnalazione di parenti amici o la conoscenza diretta del datore di lavoro.

Alleva: potenziare i centri per l’impiego. Ma c’è di più: chi trova lavoro con canali “formali” dichiara una maggiore soddisfazione per l’impiego ottenuto, mentre un inserimento lavoraotri avvenuto attraverso le segnalzioni di familiari o amici porta a ottenere “un impiego caratterizzato in assoluto da retribuzioni più basse, minore stabilità e corenza con il percorso di studi conclusi”. Il 40% dei giovani diplomati nel secondo trimestre 2016 e il 30% dei giovani laureati hanno dichiarato che per svolgere adeguatamente il loro lavoro sarebbe sufficiente un livello di istruzione più basso rispetto a quello posseduto. Il mismatch tuttavia è del 47,6% tra i diplomati e del 51,8% per i laureati che hanno utilizzato canali informali, mentre si riduce al 36,8% per i diplomati e al 27,9% per i laureati che hanno utilizzato canali formali. Tuttavia i canali formali vanno rafforzati, sottolinea il presidente dell’Istat Giorgio Alleva: “Il rafforzamento dei servizi per l’impiego rappresenta un elemento cruciale per realizzare politiche attive del lavoro efficaci, anche con riferimento alle misure di contrasto della povertà e dell’esclusione sociale”.

E riparte anche l’ascensore sociale. Ognuno giovane che si affaccia nel mondo del lavoro e in generale nella società si porta dietro una “dote familiare” in termini di occupazione e istruzione, e di reddito, che si traduce in maggiori o minori chance di riuscita personale. L’Istat ritiene che il 43,5% degli individui disponga di una dote “bassa”, il 48,2% di una “media” e solo l’8,4% di una alta. Evidentemente le cose vanno meglio a chi parte avvantaggiato: il 26,5% di coloro che godono di una dote familiare alta conseguono un titolo di studio universitario, dieci punti in più rispetto a chi ha una dote familiare bassa, e il 29,2% raggiunge una posizione lavorativa alta (dirigente, quadro, imprenditore o professionista). Però non siamo una società immobile: partendo con una dote bassa, il 18,5% degli individui ottiene un titolo di studio universitario e il 14,8% ottiene una posizione lavorativa qualificata.

Nella foto: il presidente dell’Istat Giorgio Alleva

Rosaria Amato (pubblicato su La Repubblica il 16.05.2018)

A quarant’anni dalla morte di Moro: il suo cadavere trovato il 9 maggio 1978

E’ stato lui a volere la seconda commissione d’inchiesta sul caso Moro. Troppe verità negate per quasi quarant’anni sull’episodio più drammatico della storia della Repubblica Italiana. Gero Grassi, pugliese di Terlizzi, è stato il deputato promotore e relatore della proposta di legge che nel 2013 ha istituito la nuova commissione con l’obiettivo di spazzare bia le ombre, tante, che hanno avvolto quei drammatici 55 giorni che nel 1978 cambiarono per sempre il nostro Paese.
On. Grassi, lei ha scritto un libro sul caso Moro, “La verità negata”. Quale è questa verità negata sull’omicidio del presidente della Dc?
Per capire cosa è successo in via Fani bisogna comprendere il contesto precedente al 16 marzo. Si respirava aria di rapimento. Io parlo in base agli atti emersi dal lavoro della seconda commissione Moro, quella presieduta dall’on. Fioroni. In via Fani c’è stata una concentrazione di presenze: la banda della Magliana, i servizi segreti italiani e stranieri, le Brigate Rosse… E poi il bar Olivetti…
Cosa aveva a che fare quel bar col rapimento Moro?
Il 16 marzo quel bar era aperto e non chiuso come è stato detto per quasi quarant’anni. Quello era un luogo frequentato da Carminati, De Pedis, Badalamenti, Coppola. In quel bar si ritrovavano la ‘ndrangheta, le Br, i Nar.
Terroristi rossi, neri e criminalità organizzata insieme?

Le Br e i Nar facevamo operazioni congiunte, come le rapine nelle armerie. Poi si spartivano il bottino.
Dalla prima commissione d’inchiesta ad oggi in che modo è cambiata la ricostruzione del caso Moro?
Prendiamo la dinamica del rapimento. Le Br non sapevano sparare, almeno non nel modo in cui fu compiuto quel massacro. Disse Franceschini che loro si sparavano sui piedi… Arafat fu molto chiaro nel sottolineare come quella strage fosse stata opera di professionisti. Pensiamoci: vengono ammazzate cinque persone e viene salvato esattamente l’uomo che volevano rapire. Quella è stata opera che ha visto incrociarsi Kgb, servizi francesi e tedeschi, il Mossad e la P2.
Ma tirando in ballo la P2 ad ogni mistero italiano non c’è il rischio di banalizzare la ricerca della verità?
Niente affatto. Alla P2 era legato Marcinkus, il presidente dello Ior. Lui voleva la morte di Moro e ostacolò persino la raccolta fondi promossa da Paolo VI presso suoi amici milanesi ebrei nel tentativo di pagare il riscatto per salvare Moro. Nella P2 c’erano generali, magistrati, politici, imprenditori, tutti acerrimi nemici di Moro. Il 17 gennaio Gel
li riunisce un vertice di piduisti a Villa Wanda e dichiara l’intento di interrompere il circuito politico messo in moto da Moro. C’era convergenza tra gli obiettivi della P2 e delle Brigate Rosse.
A proposito dello Ior, alla banca vaticana apparteneva un complesso edilizio che è entrato nella relazione Fioroni, quello in via Massimi n. 91.
Infatti. Già il 17 marzo la Guardia di Finanza arriva in via Massimi, ma non vi può entrare perché quell’edificio godeva di extraterritorialità.
Cosa c’era in via Massimi, 91?

Ci abitavano due incensurati insospettabili, due ex coniugi, che qualche mese dopo, tra ottobre e novembre 1978, ospitarono Prospero Gallinari su richiesta di Morucci e Faranda. Abitavano al primo piano e in quella abitazione si poteva accedere dal garage. Di quell’appartamento scrisse anche Mino Pecorelli. È fondato ritenere che quella sia stata la vera prigione di Moro e che quelle due persone siano state i suoi carcerieri e che lì ci sia stato lo scambio di auto dopo il sequestro. La storia del covo di via Montalcini è una invenzione di Morucci presa per buona dal giudice Imposimato.
Perché Moro? Qual era il nodo politico alla base della sua uccisione?
Moro stava realizzando la democrazia compiuta, ma questo disegno era malvisto dai soggetti internazionali che quindi ne decretarono la morte. Moro voleva superare Yalta e questo metteva in crisi certi schemi. Per questo fu ucciso. Non dimentichiamo che Henry Kissinger già quattro anni prima aveva intimato a Moro di smetterla di perseguire il suo obiettivo altrimenti l’avrebbe pagata cara.
In Italia a chi sono attribuibili le responsabilità della mancata libera­ione di Moro?
Ci sono responsabilità dei singoli. Penso a Cossiga, ad Andreotti, a Pecchioli (deputato del Pci, ndr). Non fecero nulla. Il Parlamento non si riunisce neppure una volta per affrontare il caso Moro in quei 55 giorni.
Siamo ancora lontani dallo scoprire la verità su via Fani?

No, gran parte della verità oggi è nota e lo è grazie al lavoro della commissione Fioroni che ci porta anni luce in avanti rispetto alle precedenti ricostruzioni. Oggi siamo vicini alla verità più di quanto si possa immaginare.
È cambiata anche la lettura del memoriale di Morucci e Faranda?

Quel memoriale non regge alla luce dell’ultima relazione della commissione d’inchiesta, quella depositata alla Camera il 13 dicembre scorso. Il memoriale Morucci-Faranda contiene verità di comodo costruite da brigatisti, magistrati, Cossiga, Pecchioli.
Lei si definisce l’ultimo dei morotei. In che cosa consisteva il moroteismo?

Nella volontà di includere, nella partecipazione. Nel desiderio costituzionale di mettere la persona al centro della politica e della società.
Enzo Ferrari

Direttore Responsabile
 di Buonasera Taranto

Di nuovo le file davanti ai nostri consolati

La notizia che di fronte alla sede del Consolato Generale di Buenos Aires c’era una fila di 150 metri ha generato un’accesa polemica su facebook. E’ successo perché probabilmente ricordava l’epoca del default argentino – gennaio 2002 – quando gli argentini spaventati dalla crisi economica cercavano di andarsene in massa, anche se, a essere sinceri, di lunghe file davanti al Consolato ce ne sono sempre state. Erano più lunghe o più corte secondo la situazione economica argentina. Nei momenti difficili, come quello del default, arrivavano anche a 400-500 metri, in epoche di apparente benessere si accorciavano (ma non tanto).

Durante le periodiche crisi argentine, la gente con la speranza di prendere un numero, di ottenere la cittadinanza e di potersene andare, si metteva in fila dalle due, tre del mattino e aspettava per giorni.  A quell’epoca era nato un nuovo lavoro, quello del “colero” che faceva la fila al posto degli interessati a cambio di una ricompensa economica. Era famosa la tendopoli costruita nella piazza davanti al consolato e altri si portavano persino la sedia a sdraio per trascorrere nel modo migliore possibile le lunghe ore dell’attesa.

Poi, quando il Consolato Generale, è stato trasferito dalla sua vecchia sede di Marcelto T. De Alvear – dove ha funzionato dal 1944 alla fine del 2006 – alla nuova sede di via Reconquista 572, dove tutto il sistema consolare è stato digitalizzato, le file si sono diventate virtuali a causa dell’introduzione della prenotazione online degli appuntamenti.

Dal 2007 gli appuntamenti si prendono tutti esclusivamente online però di mercoledì, uno sì e l’altro no, di mattina, due impiegate nel piano terra rispondono alle domande del pubblico, petizioni che in generale riguardano la pratica di cittadinanza: tipo di documenti necessari, loro validità, ecc. Il servizio è esclusivamente d’informazioni, non si possono fare pratiche. Comunque, anche se le richieste di cittadinanza sono moltissime, è giusto riconoscere che non tutti i richiedenti desiderano la nazionalità italiana per amor di patria o per cercare in Europa un futuro migliore, molti la vogliono solo per avere la possibilità di viaggiare negli Stati Uniti con l’ESTA, il nuovo sistema di autorizzazione al viaggio per gli abitanti dell’Unione Europea.

Il fatto è che a prescindere dalla ragione: desiderio di cambiare paese o voglia di viaggiare le richieste di nazionalità sono molte e i tempi di attesa lunghi.  Ottenere un appuntamento per la cittadinanza è diventato quasi una missione impossibile anche perché dal 2008 ad ora il governo italiano ha ridotto all’osso i fondi per gli italiani nel mondo, compresi le sue sedi di rappresentanza.

Ma è proprio a questo punto che i nostri rappresentanti parlamentari dovrebbero agire e dimostrare la loro utilità. Dovrebbero superare le loro differenze, riunirsi, lavorare in squadra – perché da soli non possono ottenere niente – sensibilizzare i politici italiani e conseguire più risorse per i consolati, cioè soldi per assumere un maggior numero di’impiegati. D’altronde dovrebbero stabilire contatti fluidi con i politici argentini per riattivare i patti bilaterali dell’epoca di Alfonsin.

Non c’è dubbio che di lavoro per i parlamentari eletti all’estero ce n’è e molto, tocca a loro mostrarsi  all’altezza della situazione.

Edda Cinarelli

Il presidente del Comites di Buenos Aires Signorini risponde all’On. Billi: “COMITES fondamentali per lo sviluppo delle relazioni tra l’Italia e i Paesi che hanno accolto italiani”

Mi stupiscono le sfortunatissime dichiarazioni dell’On. Billi che, essendo lui stesso un italiano residente all’estero, dimostra una sorprendente ignoranza riguardo ai compiti del COMITES nel dire che “si dovrebbero chiudere Comites e CGIE e utilizzare quelle risorse, circa 3 milioni di euro l’anno, per aiutare i consolati nella loro funzione di supporto a noi emigrati”.

Il COMITES della Circoscrizione Consolare di Buenos Aires, tra i più importanti al mondo per numero di concittadini residenti iscritti all’anagrafe, fa il suo lavoro immerso in una realtà, quella dell’Argentina (un paese emergente), nella quale il Consolato non può far fronte a tutte le richieste di assistenza sociale. Per questo è stata siglata una convenzione tra il COMITES di Buenos Aires e l’Ospedale Italiano che consente agli italiani di accedere ad assistenza medica di primissimo livello ad un costo contenuto.

I COMITES, secondo la legge che li ha creati, devono lavorare per il patrimonio culturale italiano all’estero. Un esempio di quanto fatto da codesto COMITES si è visto negli anni scorsi quando la ex Presidente argentina Cristina Fernandez de Kirchner ha voluto spostare il monumento a Cristoforo Colombo, donato dalla collettività italiana per il primo centenario della Revolución de Mayo, primo evento storico che ha dato il via all’Indipendenza di questo paese.

Anche se siamo d’accordo con l’Onorevole Billi sul fatto che c’è bisogno di attuare un rafforzamento della rete consolare, le risorse e metodologie devono essere diverse, in considerazione del fatto che in maniera scorretta si è deciso di mettere un prezzo ad un diritto umano fondamentale qual’è il riconoscimento della cittadinanza, ma poi questo denaro non è mai andato a rafforzare la rete consolare.

In un’ottica futura, vorremmo continuare a sviluppare relazioni di collaborazione tra il COMITES e i rappresentanti diplomatici per promuovere l’apertura di altre porte anche in campo commerciale e per lo sviluppo delle relazioni tra l’Italia e altri paesi dove questa istituzione abbia rappresentanza.

L’ex Presidente Sandro Pertini, nel proporre di creare la figura del cooptato che integra i COMITES, ha avuto l’idea di migliorare sempre piu’ i rapporti con le comunità locali, ispirandone l’evoluzione strategica, per raggiungere un ottimale rapporto che consenta all’Italia lo sviluppo di politiche alternative per favorire una maggiore integrazione con chi ha saputo accogliere l’italianità.

Dario Signorini (presidente del Comites di Buenos Aires)

13 Maggio: la festa della mamma

In Italia il primo festeggiamento fu istituito dal senatore e sindaco di Bordighera, Raul Zaccari, nel 1956. Nel 1958, grazie al disegno di legge presentato al Senato dallo stesso Zaccari per festeggiarla, diventa una festa civile. Il secondo festeggiamento fu il 12 maggio 1957 per motivi religiosi, quando don Otello Migliosi, parroco di Tordibetto di Assisi, decise di festegiare la mamma non già nella sua veste sociale e biologica ma nel suo forte valore religioso, cristiano anzitutto. Da allora ogni anno la parrocchia di Tordibetto celebra la Festa con particolare fervore. Sempre a Tordibetto si trova, unico in Italia, un “Parco della Mamma”, con al centro una statua della maternità, opera dello scultore Enrico Manfrini.

La prima volta che si sentì parlare della Festa della Mamma fu nel maggio del 1870, grazie a Julia Ward Howe, attivista pacifista e abolizionista, per avere proposto di fatto l’istituzione del Mother’s Day for Peace (Giornata della madre per la pace) come momento di riflessione contro la guerra, ma l’iniziativa non ebbe successo. Fu invece un’altra attivista a favore della pace, Anna Jarvis, a festeggiare per la prima volta nel 1908, negli Stati Uniti, il Mother’s Day (Giornata della madre) per ricordare la sua mamma. La celebrazione divenne così popolare che fu ufficializzata nel 1914 dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson.

Comunque già nell’antichità, tra le popolazioni politeiste, esistevano riti cerimoniali in onore alla Madre Terra celebrando tutte le figure femminili legate alla rinascita della natura in primavera, le genitrici, portatrici di vita. Per i Greci era la dea Rea, per i Romani Cibele.

La Festa venne introdotta nel 1917 in Svizzera, nel 1918 in Finlandia, nel 1919 in Norvegia e in Svezia, nel 1923 in Germania e nel 1924 in Austria. Successivamente la ricorrenza fu introdotta in molti altri Paesi.

Si celebra la seconda domenica di maggio nella maggior parte degli Stati Europei (inclusa l’Italia), negli Stati Uniti, in Giappone, in Australia, e in moltissimi altri Paesi.

In Italia la tradizione vuole che alle mamme vengano regalati magnifici fiori.

Fabrizia Fioroni

Tè Mate: la “pausa caffè” delle popolazioni del Sud America

Le popolazioni del Sud America bevono mate come noi italiani beviamo caffè. Il rituale è particolarmente diffuso soprattutto in Argentina ed Uruguay. Gli argentini bevono in media il mate due o tre volte al giorno.

Il Mate è una bevanda ricavata da una pianta conosciuta come yerba mate, molto apprezzata in Sud America, specialmente in Argentina, Uruguay e Paraguay, ma anche in alcune regioni del Brasile, del Cile e della Bolivia. Si prepara in infusione come il caffè o il tè, ma viene consumato in un modo molto particolare, poiché non si beve da una tazza, ma attraverso una cannuccia con beccuccio chiamata “bombilla” inserita in una ciotola chiamata “mate”.

Il consumo del mate risale ad una sorta di rituale dei nativi Guarani che abitavano il territorio oggi occupato dal Paraguay e dalle province argentine di Misiones e Corrientes, come si legge sul sito specializzato Taragui. I Guarani erano soliti piantare l’erba mate dove seppellivano i loro cari; una volta cresciuta la raccoglievano per preparare una bevanda che condividevano insieme ai membri delle loro famiglie, tutti seduti in cerchio. I Guarani praticavano questo rituale perché credevano che in questo modo, lo spirito dei loro cari, sarebbe cresciuto insieme all’erba mate, e che fosse tenuto vivo attraverso l’ingestione della bibita.

Il modo di bere mate in Argentina non è cambiato molto da allora, poiché a differenza del tè o del caffè, che si beve anche da soli, il mate è una bevanda che solitamente si condivide con conoscenti, familiari, amici o colleghi di lavoro, aspetto che gli conferisce un’importante connotazione sociale che difficilmente è possibile attribuire ad altre bevande.

Il consumo di tè mate rappresenta uno degli aspetti più peculiari della cultura Argentina e Uruguayana. È un’abitudine radicata che unisce le persone e che permette di socializzare e condividere momenti piacevoli mentre si sorseggia la deliziosa bibita.

Gli uruguaiani consumano quindici chili di erba mate a persona, gli argentini sette, secondo i dati forniti dall’Istituto Nazionale di Yerba Mate (INYM).

Ma perché così si consuma così tanto mate in entrambi i paesi?

Il viceministro del turismo dell’Uruguay, Benjamin Liberoff, ha spiegato che l’abitudine di bere questa infusione non ha unicamente lo scopo di estinguere la sete, ma è principalmente legata alla socializzazione tra pari.

“A seconda del luogo, del momento o della persona con cui viene bevuto, il mate acquista significati diversi. Può essere considerato un comune alimento, o come una piacevole scusa per trascorrere un momento di pausa ed ozio”. Ma è anche più di questo. “È un elemento di comunione e condivisione o anche un gesto di benvenuto per ricevere gli ospiti nelle proprie case. Il mate viene consumato, generalmente, in compagnia. Lo stesso contenitore e la bombilla viene condivisa passando da una persona all’altra”. Secondo Liberoff, è ciò che lo distingue “notevolmente” dal modo in cui vengono consumate altre infusioni, come tè o caffè.

Il Mate, che può essere bevuto amaro o zuccherato, viene consumato in misura minore in Paraguay, in parti del Brasile, del Cile, della Bolivia e persino in Libano e in Siria.

Proprietà dell’erba mate

Oltre alla connotazione sociale, l’erba mate è conosciuta per le sue proprietà benefiche, superiori a quelle del caffè, capaci di stimolare il benessere fisico e mentale, in quanto il suo effetto dura più a lungo e non causa insonnia. Presenta anche più antiossidanti rispetto al tè verde, contiene polifenoli che aiutano a rafforzare le difese immunitarie e inibisce l’ossidazione delle LDL. Inoltre, è ipocalorico e fornisce al corpo minerali come il potassio, il magnesio e il manganese; vitamine come B1 e B2; e quindici tipi di amminoacidi.

Per i suoi benefici è attualmente una delle bevande scelta da milioni di persone, non solo in Sud America, ma anche in molti altri paesi. (Pubblicato su L’Altra Pagina il 12.04.2018)

Argentina: Osservatorio sul disagio sociale, cresciuta nel 2017 la povertà multidimensionale. Coinvolti quasi 8 milioni di minorenni

Sono 7.930.000 i minorenni in “povertà multidimensionale”. Questa la stima dell’Osservatorio sul disagio sociale dell’Università Cattolica argentina (Uca), i cui dati sono stati pubblicati l’ultimo fine settimana di aprile sulla stampa argentina. Ciò significa che, ogni dieci bambini, sei sarebbero strutturalmente poveri in Argentina.
A preoccupare gli esperti dell’Osservatorio è soprattutto la tendenza, perché nel 2017 il numero di bambini fino a 17 anni colpiti da una povertà multidimensionale sarebbe cresciuto di due punti rispetto al 2016, passando dal 60,5% al 62,5%.

Secondo quanto affermato dalla responsabile del dossier, Ianina Tuñon, “la povertà multidimensionale, valutata sulla base di indicatori quali l’alimentazione, l’accesso a servizi essenziali, a un’adeguata assistenza sanitaria, all’istruzione necessaria e a una abitazione degna, non appare associata in forma diretta alla politica di distribuzione dei redditi. Il Governo invece – ha aggiunto l’esperta dell’Uca – ha uno sguardo limitato solo a ridurre la povertà e livello di redditi”.

Sulla base dei redditi, sia l’Osservatorio sul disagio sociale sia l’Istituto nazionale di statistiche (Indec) avrebbero registrato una tendenza favorevole, dato che la povertà tra i minorenni si sarebbe ridotta dal 47,5% al 42,5%. (Pubblicato da Società per l’Informazione Religiosa – S.I.R. Spa il 30.04.2018)

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