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April 2018 - page 3

“A Pablo Neruda, la città di Capri”: a giugno l’evento letterario e artistico

L’Associazione Culturale Internazionale Verbumlandiart, la Proloco di Casertae la presidente del PremioAnnalena Cimino, in collaborazione con la Città di Capri, stanno organizzando la prima edizione delPremio Internazionale di arte e poesia “A Pablo Neruda, la Città di Capri”.

La cerimonia per la consegna del Premio ai vincitori del concorso di Poesia si terrà il 9 giugno 2018, alle ore 10:30, presso la Sala Consiliare del Comune di Capri.

L’esposizione di arti figurative sarà inaugurata presso la Villa Lysis nel pomeriggio dell’8 giugno e resterà aperta al pubblico fino al 16 giugno 2018.Il Premio è inserito nell’ambito del progetto “La Catena della Pace, della Difesa dell’Ambiente, della Giustizia”, che vede realizzate e programmate in Italia numerose manifestazioni artistiche e letterarie.

Obiettivo dell’iniziativa è di stimolare una riflessione profonda, sia sulla creatività poetica che sull’Arte contemporanea, ponendo l’isola di Capri – “La regina di roccia”, come venne battezzata da Pablo Neruda – con le sue ricchezze paesaggistiche, alla base di un confronto d’Arte e culturale tra le varie regioni d’Italia e con altre Nazioni.

Una kermesse in grado di offrire un’eccezionale vetrina ad Artisti e Autori, italiani e stranieri, per costruire un ponte di proficuo dialogo con la popolazione locale e con il mondo, ponendo a confronto risultati ed esperienze differenti. Saranno presenti all’evento ospiti illustri del mondo dell’arte, della letteratura, della musica e del giornalismo.(aise) 

Chef, ristoranti e pizzerie italiani a Buenos Aires

Agli abitanti di Buenos Aires piace molto riunirsi in bar, pizzerie e ristoranti con parenti e amici per condividere alcuni momenti di comunione come il pranzo e la cena. Per soddisfare le esigenze dei porteños sono quindi nati ovunque locali atti a questo fine: mangiare insieme e fuori casa. Ce ne sono di tutti i tipi, da quelli tipici della gastronomia locale, che offrono dell’eccellente carne  alla griglia a piatti tipici della città di Buenos Aires, che sono una rivisitazione fatta dai migranti della cucina italiana, a altri che propongono piatti di molti altri paesi del mondo. Ci sono quindi rinomati ristoranti peruviani, giapponesi, messicani, indiani e italiani.

Oggi seguono fedelmente le ricette originali o hanno nel menù delle variazioni di esse preparate dall’estro del cuoco, che nel fondo è un artista. Una volta non era così, si potevano assaporare solo rivisitazioni locali di piatti famosi. Quelli che costituiscono la cucina caratteristica di Buenos Aires. Il pesto era fatto con il prezzemolo e non con il basilico e l’olio d’oliva, tipico della dieta mediterranea, era sostituito dal burro, che qui abbonda. E’ successo principalmente perché i migranti, volevano ricreare le ricette tipiche dei loro paesi ma non avendone a disposizione gli elementi necessari usavano quelli che trovavano. Negli ultimi anni la situazione è cambiata sarà perché si possono importare prodotti italiani e perché quegli argentini, di fronte alla competenza internazionale sono notevolmente migliorati.

Oggigiorno a Buenos Aires si può mangiare come nei migliori ristoranti in Italia così si sono affermati alcuni ristoranti e delle pizzerie che non hanno niente da invidiare a quelle napoletane.

Per gli amanti della forchetta ricordiamo che alcuni tra i principali cuochi italiani si sono riuniti in BACI, Buenos Aires Chef Italiani,  che offre un ideale percorso culinario attraverso l’Italia.

Gli chef sono Mauro Crivellin di “Mauro.it”, Federico Scoppa di “Core”; Alberto Giordano di “Ike Milano”, Leonardo Fumarola di “L’Adesso”, Paolo Spertino di “Renatto”, Maurizio De Rosa della “Pizzeria San Paolo”, Pedro Picciau di “Italpast”, Roberto Ottini di “Altracosa viandas”, Donato De Santis di “Cucina Paradiso”. Questi i cuochi di BACI, ma tra i grandi chef è doveroso ricordare Mario Sciolla, un cuneese venuto a Buenos Aires per imporsi nel suo lavoro, e anche se non sono d’origine italiana ma cucinano meravigliosamente bene: Sebastian Rivas Proia di Amici miei, Mariano Akman di Chiuso Ristorante perché seguono meravigliosamente bene le nostre ricette.

Tra i ristoranti bisogna citare: Napoles Bar – ristorante, Siamo nel forno, Così mi piace, Maria Fedele, tanto di cappello a Filò e a Piola, che hanno il merito di aver fatto da apriporta alla cucina italiana DOC. A questo punto, acquolina in bocca, mangiare bene è un grande piacere e il problema è solo di portafoglio.

Edda Cinarelli

Totò a 51 anni dalla morte: la censura e il triplice funerale

Il 15 aprile 1967 si spegneva Totò, al secolo Antonio De Curtis. Principe della risata, maschera dolente del cinema italiano, comico irresistibile dalla straordinaria umanità, interprete delle grandi contraddizioni della nostra società. Per celebrare il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa, i canali televisivi si sono mobilitati per dedicare una programmazione adatta all’evento. Rai3 lancia il ciclo Modestamente Totò, con alcuni dei film più rappresentativi di Totò a partire da giovedì 14 aprile in prima serata. Si parte con I soliti ignoti di Mario Monicelli. Sky Cinema ha prestato il suo canale Classics (315) dal 10 al 17 aprile alla filmografia dell’istrionico attore sotto l’insegna Totò 50. Sulla stessa linea d’onda Iris (canale 22 del Digitale Terrestre) che sabato 15 aprile propone una maratona cinematografica degna di nota, suggellata dalla messa in onda di Uccellacci e uccellini alle 19.15. Su Rai2invece spazio allo speciale Il nostro Totò. Appuntamento domenica 16 aprile, in seconda serata.

Nonostante Totò sia conosciutissimo in tutta Italia, ci sono aspetti della sua vita che non sono così celebri. Abbiamo selezionato dieci curiosità per omaggiare al meglio il Principe della Risata.

Totò, i ritmi lavorativi

Per essere un attore pigro – lui stesso si definiva così – Totò ha lasciato uno spropositato numero di opere ai posteri. In trent’anni ha girato 97 film da protagonista senza contare i suoi numerosissimi lavori teatrali e televisivi. Il suo debutto al cinema risale al 1937 con la parte in Fermo con le mani! di Gero Zambuto. Da lì in poi una cavalcata inarrestabile, anche se nella maggior parte dei film in cui è stato coinvolto ha recitato improvvisando numerose scene. Basti pensare che esistono pellicole girate in meno di due settimane.

Totò, i grandi sodalizi artistici

Lo straordinario talento dell’attore napoletano è stato esaltato da diversi compagni d’avventura. Primo su tutti è stato Peppino De Filippo con il quale ha condiviso il set in moltissime occasioni. In coppia hanno girato celebri capolavori della comicità italiana. Qualche esempio? Totò, Peppino e la… malafemmina e La banda degli onesti. Da ricordare inoltre le collaborazioni con Mario Mattioli e Camillo Mastrocinque, registi che diressero l’attore rispettivamente sedici e undici volte.

Totò, il rapporto con la televisione

Conquistato il successo nei teatri e nelle sale cinematografiche, Totò vide l’affermazione del piccolo schermo con curiosità. Per la Rai volle girare la serie Tutto Totò tra il 1966 e il 1967 durante gli ultimi mesi di vita. Furono realizzati nove episodi che rielaboravano alcuni dei suoi più fortunati sketch teatrali, valorizzando oltremodo il suo repertorio. Ogni puntata durava 50 minuti ed era diretta dal regista Daniele D’Anza, celebre per la curatela di molti sceneggiati televisivi del periodo. Totò inoltre fu uno dei volti degli sketch del Carosello nel 1966.

Totò, la censura

La comicità può far male, la lingua batte dove il dente duole; quando possibile meglio evitar guai e complicazioni. Nei tanti anni di carriera Totò ebbe qualche problema con la censura. Molti suoi film – anche i più famosi, pensiamo tra i tanti a Guardie e ladri e Totò cerca casa – hanno subito delle sforbiciate perché lesivi del pubblico decoro e delle forze armate. Su quest’aspetto della filmografia del Principe della Risata ha fatto luce Il segreto di Totò, evento organizzato dal quotidiano Il Mattino e dal Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale presso il Cinema Filangieri di Napoli.

Totò e Stanlio e Ollio

Atollo K è un titolo che non dice molto agli amanti del cinema. Eppure è l’ultimo film girato da Stan Laurel e Oliver Hardy, al secolo Stanlio e Ollio. La pellicola, realizzata nel 1951 per la regia di Leo Joannon, avrebbe dovuto vedere la partecipazione pure di Totò. Quest’ultimo però rifiutò all’ultimo momento declinando l’invito al pari di altri grandi attori del tempo, Fernandel su tutti. Il resto è storia: fiasco al botteghino, qualità della sceneggiatura e della recitazione al di sotto delle aspettative e un’uscita di scena assai infelice per la coppia d’oro del cinema degli anni Trenta.

Totò, i grandi registi

La carriera cinematografica di Totò, seppur segnata da una quantità incredibile di film, girati molto spesso in maniera frettolosa, è stata straordinaria. Sebbene il pubblico abbia apprezzato sempre la sua maschera, il principe De Curtis è stato spesso e volentieri osteggiato dalla critica ufficiale perché considerato nazional-popolare. I registi, da Mario Monicelli a Steno, passando per Roberto Rossellini e Alberto Lattuada, l’hanno pensata sempre diversamente. Sul finir della carriera Totò ha lavorato con Pier Paolo Pasolini e Dino Risi. L’unico rimpianto rimane quello di non aver concretizzato la collaborazione con Federico Fellini: in ballo c’era la realizzazione de Il Viaggio di G. Mastorna, detto Fernet, una pellicola che non vedrà mai il primo ciak.

Totò, il film con Pasolini

Il 1966 fu un anno importantissimo per la storia del cinema italiano. In sala L’armata Brancaleone di Mario Monicelli, Blow-up di Michelangelo Antonioni, Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone. A questi titoli che hanno scritto pagine memorabili della settima arte va aggiunto Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini, con protagonisti Totò e Ninetto Davoli. La pellicola fu accolta benissimo dalla critica, molto meno dal pubblico. Lo scrittore e regista disse di Totò: “Era un uomo buono e senza aggressività, di dolce cera”. Il film valse all’attore napoletano una menzione speciale al Festival di Cannes.

Totò, la poesia

Totò non fu solamente uno straordinario interprete. Di lui vanno ricordate e celebrate moltissime composizioni poetiche. Se ‘A livella è la sua poesia più conosciuta per i temi affrontati, meritano diverse menzioni anche La donna e Ricunuscenza. Chi apprezza la sensibilità mostrata gradirà anche la produzione musicale di Totò, anche se non molto pubblicizzata all’epoca della composizione. Da (ri)ascoltare c’è sicuramente Malafemmena.

Totò, la massoneria

Di Totò si conosce tanto la vita pubblica quanto la vita privata. Tra gli aspetti meno noti della sua esistenza c’è la sua affiliazione alle logge massoniche. Iniziato nella loggia Fulgor di Napoli nel 1945, passò successivamente alla Fulgor Artis di Roma, della quale fu sia fondatore che maestro venerabile. Il passato massonico di Totò è stato fortemente dibattuto, con uno scontro di posizioni che ha alimentato numerose polemiche. Secondo alcuni la poesia ‘A Livella è una conferma indiretta dei suoi trascorsi.

Totò, il triplice funerale

La scomparsa del Principe della Risata fu accolta come una grave perdita non solo per il mondo dello spettacolo ma anche per la società italiana. La morte, avvenuta il 15 aprile 1967, lo colpì all’età di 69 anni. Ebbe tre funerali: il primo a Roma presso la Chiesa Sant’Eugenio due giorni dopo la dipartita; il secondo a Napoli con circa 250.000 persone presenti presso la chiesa di Sant’Eligio per salutare il grande attore. La città partenopea fu bloccata per tutto il pomeriggio del 17 aprile. Il terzo funerale si svolse sempre a Napoli nel Rione Sanità il 22 maggio con una grande partecipazione di pubblico. In quest’occasione, per ovvie ragioni, la bara si presentò vuota.

Alessandro Buttitta (pubblicato su kataweb.it il 14.04.2018)

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Tutto sull’ora legale: perché, quando, come ed effetti.

Come già in molti saprete il 25 marzo scorso è ritornata l’ora legale: in Italia, come in tanti Paesi del mondo, si sono avanzate di un’ora le lancette dell’orologio, che si riporteranno indietro il 28 ottobre, dormendo un’ora in meno. Conosciamo ora le origini, il perché e gli effetti di questo provvedimento. Il primo ad avanzare una proposta fu il politico americano Benjamin Franklin (1706-1790), conosciuto anche per avere inventato il “parafulmine”, quando, nel 1784 fu pubblicato nel Journal de Paris il suo saggio dal titolo “Un progetto economico per diminuire il costo della luce”.

La diffusione delle fabbriche in quel periodo imponeva ritmi diversi da quelli a cui era abituata la società agricola; si finiva per dormire al mattino invece di approfittare le prime luci del giorno, e di sera, prima di andare a dormire si usavano candele per illuminare l’oscurità. Dato che gli orologi non erano ancora diffusi Franklin cercò di indurre la gente ad alzarsi prima la mattina. Come? Razionando le candele, tassando le persiane, vietando la circolazione notturna.

L’idea di Franklin non fu attuata in quel momento, solo più avanti si riprese in considerazione e nel 1916 venne realizzata, quando in tempo di guerra il risparmio energetico era di fondamentale importanza. L’ora legale venne introdotta in Italia con un decreto pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 27 maggio del 1916 dove si indica che sarebbe entrata in vigore il 3 giugno dello stesso anno.

Nel corso degli anni fu ripristinata e poi soppressa più volte, finché, dal 1966, in Italia entrò in vigore ogni anno e dal 1996 fu adottata con un calendario comune in tutta Europa.

Ogni causa ha un suo effetto; 5 sono quelli riscontrati dal cambiamento orario.

Frastorno del sonno: per molte persone abituarsi a dormire un’ora di meno sono necessarie circa 3 settimane.

Diminuzione della concentrazione: dormire male implica perdita di concentrazione e di produttività nello studio e nel lavoro.

Aumentano gli incidenti mortali: il primo lunedì di ora legale accadono maggiori incidenti sia in macchina che nel lavoro probabilmente perché si è più assonnati.

Attacchi di cuore: risulta che durante la prima settimana di ora legale aumentano gli infarti in quanto il sistema cardiovascolare deve abituarsi ai nuovi ritmi.

Più suicidi: nelle prime 2 settimane di ora legale si è registrato un aumento di suicidi, nelle persone più vulnerabili il cambiamento nei ritmi cronobiologici può provocare effetti devastanti.

Fabrizia Fioroni

Il Papa e la via della santità: “Difendere i deboli e i migranti non è comunismo”.

Parla della “santità della porta accanto, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio, o, per usare un’altra espressione, la classe media della santità”. Perché la santità è per tutti, non solo per una élite: anche se spesso “si contemplano modelli di santità che appaiono irraggiungibili”, essa è presente nelle persone semplici, in coloro che decidono di seguire le beatitudini evangeliche. “Per essere santi non è necessario essere vescovi, sacerdoti, religiose o religiosi”. La chiamata è piuttosto “per tutti”. Sono santi, ad esempio, “i genitori che crescono con tanto amore i loro figli”, gli “uomini” e le “donne che lavorano per portare a casa il pane”, i “malati”, le “religiose anziane che continuano a sorridere”. Ma – e su questo Francesco insiste con particolare enfasi – la santità della porta accanto è accoglienza: “Non difendere i migranti non è da cristiani”, dice ” e i clochard non sono fagotti che sporcano la strada”. Con una battuta che riassume tutto: “La difesa dei deboli non è comunismo né un delirio passeggero”, né tantomeo “l’invenzione di un Papa”.

S’intitola “Gaudete et Exsultate” (“Rallegratevi ed esultate”) la nuova esortazione apostolica scritta da Francesco e dedicata alla santità nella vita quotidiana. “Non un trattato sulla santità”, spiega il Papa nelle righe iniziali. E nemmeno una mera “analisi”. Quanto un testo che cerca di “incarnare” la santità nella vita di tutti i giorni, un lavoro che da subito si mostra come chiaramente d’ispirazione papale, autentico, personale. “Non c’è che una tristezza – scrisse non a caso lo scrittore francese Léon Bloy – quella di non essere santi”.

È la terza esortazione firmata da Bergoglio (la data della firma è il 19 marzo, festa di san Giuseppe) dopo l’“Evangelii Gaudium” (24 novembre 2013) sull’annuncio del Vangelo nel mondo attuale, e dopo l’“Amoris Laetitia” (19 marzo 2016) sull’amore nella famiglia. È stata presentata questa mattina in Vaticano da monsignor Angelo De Donatis, vicario generale del Papa per la diocesi di Roma, dal giornalista Gianni Valente e da Paola Bignardi, dell’Azione Cattolica. È composta da 177 paragrafi in oltre 100 pagine.

No a cristiani e media cattolici violenti su Internet
Francesco declina la chiamata alla santità anche con esempi pratici. Il primo riguarda la presenza sul web dei cristiani: “Anche i cristiani possono partecipare a reti di violenza verbale mediante Internet e i diversi ambiti o spazi di interscambio digitale. Persino nei media cattolici si possono eccedere i limiti, si tollerano la diffamazione e la calunnia, e sembrano esclusi ogni etica e ogni rispetto per il buon nome altrui”.

La situazione migranti non tema marginale rispetto a altri
Altro punto riguarda i migranti: alcuni cattolici, spiega il Papa, affermano che la situazione dei migranti, “di fronte al relativismo e ai limiti del mondo attuale, sarebbe un tema marginale”, un tema “secondario rispetto ai temi ‘seri’ della bioetica”. Ma queste ideologie “mutilano il cuore del Vangelo”.

Non è mio delirio passeggero difendere i deboli
“Non si tratta dell’invenzione di un Papa o di un delirio passeggero”, difendere i non nati, i poveri, i migranti. Il Papa ha sottolineato “le ideologie che mutilano il cuore del Vangelo” e ha invitato a seguire le Beatitudini e agire di misericordia. “Nocivo e ideologico” è “l’errore di quanti vivono diffidando dell’impegno sociale degli altri, considerandolo qualcosa di superficiale, mondano, secolarizzato, immanentista, comunista, populista”. Sottolinea il Pontefice: “Non possiamo proporci un ideale di santità che ignori l’ingiustizia di questo mondo, dove alcuni festeggiano, spendono allegramente e riducono la propria vita alle novità del consumo, mentre altri guardano solo da fuori e intanto la loro vita passa e finisce miseramente”.

Lotta contro il diavolo

La vita cristiana “è un combattimento permanente”. Si richiedono “forza e coraggio per resistere alle tentazioni del diavolo e annunciare il Vangelo”. Tuttavia Francesco spiega che “non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni. È anche una lotta costante contro il diavolo. Gesù stesso festeggia le nostre vittorie”. Il diavolo, sostiene il Papa, non è un mito, “una rappresentazione, un simbolo, una figura o un’idea”. “Tale inganno ci porta ad abbassare la guardia, a trascurarci e a rimanere più esposti. Ci avvelena con l’odio, con la tristezza, con l’invidia, con i vizi. E così, mentre riduciamo le difese, lui ne approfitta per distruggere la nostra vita, le nostre famiglie e le nostre comunità”.

Ma “come sapere se una cosa viene dallo Spirito Santo o se deriva dallo spirito del mondo o dallo spirito del diavolo? L’unico modo è il discernimento, che non richiede solo una buona capacità di ragionare e di senso comune, è anche un dono che bisogna chiedere. Se lo chiediamo con fiducia allo Spirito Santo, e allo stesso tempo ci sforziamo di coltivarlo con la preghiera, la riflessione, la lettura e il buon consiglio, sicuramente potremo crescere in questa capacità spirituale”.

Paolo Rodari (pubblicato su La Repubblica il 09.04.2018)

Julia Rossi e un corso sulla produzione di borse di feltro al Circolo Italiano

Il feltro è un materiale coeso, impermeabile, non lacerabile, resistente tanto da poter essere usato come protezione da intemperie ma anche da fuoco e armi. Secondo la leggenda è stato scoperto casualmente da san Giacomo apostolo, fratello di san Giovanni evangelista, che per proteggere le piante dei suoi piedi, ha imbottito i suoi stivaletti con fiocchi di lana. La lana con la traspirazione ha formato una tela compatta che effettivamente ha evitato lacerazioni e tagli.

Si capisce quindi che il feltro è usato da moltissimo tempo ed è composto di lana cardata di pecora, cioè liberata dalle impurità, bagnata con acqua calda, intrisa poi di sapone e originalmente sfregata a mano, in seguito con una macchina. Il lavoro a mano deve farsi per molte ore, in sostanza bisogna impastare la tela come si fa con la pasta.

Julia Rossi è laureata in Arti visive, è insegnante e ricercatrice di tecniche tessili, è molto più di una designer, cioè non si dedica solo alla produzione di capi d’abbigliamento esclusivi di alta qualità ma studia la lavorazione del feltro nelle varie parti del mondo. In effetti, questa tela è diventata la sua passione e da circa dieci anni organizza corsi sulla preparazione di capi di abbigliamento e oggetti di feltro invitando professori da tutto il mondo. Ha spiegato quindi che i migliori nella lavorazione di stivaletti di feltro sono i russi, ma sono restii a svelare il segreto delle loro tecniche. Quest’anno dal 19 al 23 marzo ne ha organizzato uno sulla produzione di borse di feltro nel Circolo Italiano. Il corso è stato tenuto dall’artista giapponese Atsuko Sasaki con la sua assistente Mariko Kawait e come non poteva essere diversamente gli alunni sono venuti da tutta America latina richiamati dalla fama delle due insegnanti.  Si è trattato di un’esperienza magica. La materia del corso era appassionante, i corsisti di diverse nazionalità, disposti a cooperare, imparare e creare insieme hanno generato un clima di energia energeticamente positiva e il Circolo Italiano ha aggiunto incanto ai corsi.

L’esperienza è stata unica, singolare, forse ce ne potrà essere una superiore, ma non un’uguale.

Si dimostra così che lo studio dei tessuti intelligenti e quello delle tele antiche, usate per secoli dai nostri antenati, possono seguire  con lo stesso entusiasmo su cammini binari e ugualmente avvincenti. Passione e creatività.

Edda Cinarelli

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Presentato in Ambasciata ItaliaXXI, ciclo di musica, danza, opera e teatro

La sera di martedì 4 marzo, nella splendida cornice dell’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires, è stato presentato Italia XXI, il ciclo di musica, danza opera e teatro che si svolgerà durante l’anno in corso nel Teatro Coliseo, nel Centro Culturale Kirchner e nel Teatro San Martin.

La serata organizzata dall’Ambasciata e dalla Fundación Cultural Coliseum ha avuto anche l’obiettivo di presentare alla stampa il nuovo ambasciatore italiano, Giuseppe Manzo, affabile e cortese.

Una bella serata all’insegna del buon gusto e dell’arte, in un’atmosfera di vibrante emozione, in cui tutto è andato alla perfezione, dal benvenuto dei padroni di casa agli ospiti, al banchetto preparato con gusto squisito, allo spettacolo, presentato come un assaggio della programmazione del ciclo.

Sull’imponente scalinata centrale, divenuta palcoscenico, un soprano e una ballerina hanno coniugato frammenti di opera e di danza contemporanea, intreccio di arte classica e attuale. Si tratta di un ciclo di arte, di legami, intrecci tra passato e presente e di ponti tra l’Argentina e l’Italia.

Il piatto forte di questa specie di aperitivo artistico l’hanno costituito Elisabetta Riva, direttrice  del teatro Coliseo, con suo marito, l’attore Leonardo Kreimer, che hanno recitato insieme un frammento della Divina Commedia. Il duetto, lei che recitava e lui che ripeteva i versi tradotti in spagnolo, ha stupito il pubblico, che meravigliato e letteralmente colto alla sprovvista è esploso in applausi scroscianti.

Tra i numerosi ospiti, il ministro argentino di “Cultura de la Nación”, Pablo Avelluto, il presidente e il vice presidente della Fundación Cultural Coliseum, rispettivamente Cristiano Rattazzi e Giorgio Alliata di Montereale, alcuni politici locali, rappresentanti del mondo culturale argentino e italiano, giornalisti e fotografi, e dulcis in fundo molte donne appartenenti a Seratanas, la mailing list ideata dall’intraprendente e creativa Elisabetta Riva.

Il Ciclo Italia XXI, che secondo l’ambasciatore Manzo, “vorrebbe dire Italia Extra, Extra”, cosa che mi piace, ha in programma un ventaglio diverso di spettacoli, dal pianista Nicola Piovani al Balletto di Roma, passando per Stefano Bollani, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la Compagnia Zappalà, Ludovico Einaudi e Roy Paci.

L’importante del ricevimento è che tutti ne siamo usciti con animo migliore di quando vi siamo entrati a riprova dell’aspetto terapeutico dell’arte.

Foto di Fabrizia Fioroni

Edda Cinarelli

Vittoria di Asiago e Gorgonzola: la corte suprema messicana a favore delle denominazioni

“Importante risultato per i Consorzi Tutela Formaggio Asiago Gorgonzola in Messico“. Come riferisce Massimo Barzizza in un articolo pubblicato dal giornale on line Puntodincontro.mx, “la Corte Suprema del Paese latinoamericano ha infatti respinto il ricorso presentato dallo US Dairy Export Council, insieme ad alcune ditte statunitensi, nei confronti del riconoscimento delle due denominazioni di origine nell’ambito dell’Accordo di Lisbona, ricorso nel quale si sosteneva si trattassero di denominazioni “di uso comune”.

La richiesta è stata considerata “illegittima”, dal momento che spettava alle sole autorità messicane presentare opposizioni e che queste, nei dodici mesi previsti a partire dal momento della notifica dell’Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (Ompi), non hanno proceduto ad alcuna comunicazione.

Il risultato è frutto di un’intensa azione partita nel maggio 2014, con la richiesta di registrazione delle due denominazioni presso l’Ompi e la loro inclusione nell’Accordo di Lisbona. Un iter che lo US Dairy Export Council e alcune aziende a stelle e strisce hanno cercato di minare, con la richiesta all’Istituto Messicano della Proprietà Industriale (Impi) di considerare Asiago e Gorgonzola denominazioni “di uso comune”.

L’Impi, a sua volta, ha indicato la richiesta non ricevibile perché solo lo Stato messicano avrebbe potuto “opporsi” in merito.

La questione è stata poi trasmessa al Tribunale amministrativo di Città del Messico, dinanzi al quale le ditte statunitensi, tra le altre cose, avevano messo in discussione l’adesione stessa del Messico all’Accordo di Lisbona, basandosi sul fatto che questo non tutelerebbe i principi di certezza giuridica e di udienza pubblica, garantiti dalla Costituzione messicana.

Il Tribunale aveva sospeso il riconoscimento delle denominazioni, rimettendo alla Corte Suprema la decisione in merito all’Accordo di Lisbona. Quest’ultima, ha, nel frattempo, respinto il ricorso non essendo state presentate opposizioni entro i termini previsti.
La decisione, di fatto, contribuisce ad aprire la strada all’inclusione delle due Dop nel nuovo accordo Ue-Messico, visto che il loro pieno riconoscimento nell’ambito dell’Accordo di Lisbona, da oggi in poi, non potrà più essere contestato, essendo decaduti i termini legali per farlo.

Asiago DOP e Gorgonzola DOP fanno parte della lista delle 340 denominazioni di origine per le quali l’Unione Europea ha chiesto il riconoscimento nell’ambito del nuovo accordo globale Ue-Messico.

È in questo contesto che si inscrive l’importante risultato raggiunto nei giorni scorsi che rappresenta un precedente decisivo per l’inserimento delle due DOP nel nuovo accordo.

“L’azione legale svolta in questa circostanza dai nostri due Consorzi di tutela, ottimamente supportata dalle Istituzioni ministeriali italiane e dalla Rappresentanza dell’Italia a Città del Messico, si è dimostrata incisiva ed efficace. La protezione assicurata dall’Accordo di Lisbona dell’Ompi è stata mantenuta e assicurata dalla Corte Suprema messicana. Ora ci aspettiamo che la Commissione Europea inserisca le denominazioni Gorgonzola ed Asiago nella lista delle indicazioni geografiche pienamente protette nel contesto dell’accordo bilaterale in fase di negoziazione tra Ue e Messico, non essendoci più alcun motivo ostativo”, hanno dichiarato Renato Invernizzi e Fiorenzo Rigoni, rispettivamente presidenti del Consorzio tutela formaggio Gorgonzola e del Consorzio tutela formaggio Asiago. “Quanto accaduto dimostra comunque che le nostre denominazioni vanno contestualmente promosse e tutelate senza compromessi e che non possiamo abbassare la guardia contro i continui rischi di usurpazione, soprattutto per quei prodotti che, come Gorgonzola ed Asiago, hanno raggiunto un alto livello di notorietà e prestigio nei mercati internazionali””.

Massimo Barzizza (pubblicato su Aise il 30.03.2018)

La Pasquetta, o lunedì dell’Angelo: La tradizione

Il termine Pasquetta, utilizzato nel linguaggio informale, si riferisce al lunedì dell’Angelo, il giorno successivo alla domenica di Pasqua e, nel Calendario liturgico cattolico, Lunedì dell’Ottava di Pasqua, periodo di 8 giorni, appunto, che inizia la Domenica di Pasqua e finisce la Domenica successiva.

Ricorda  l’incontro dell’Angelo con le donne recatesi al sepolcro di Gesù. Il Vangelo racconta che Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Giuseppe e Salomè, si recarono al sepolcro, dove Gesù era stato sepolto, con degli olii aromatici per imbalsamare il Suo corpo e trovarono il grande masso che chiudeva l’accesso alla tomba, spostato. Alle tre donne preoccupate, mentre cercavano di capire che fosse successo, apparve un angelo, rassicurandole che Gesù era risorto.

La storia ha spostato l’evento dalla domenica al lunedì perché nei Vangeli si fa riferimento al giorno successivo alla Pasqua, ma molto probabilmente si alludeva alla Pasqua ebraica che cadeva un sabato.

Il lunedì dopo la Pasqua è stato reso festivo in molte parti del mondo cristiano e in Italia è stato ufficializzato nel primo dopoguerra.

Nel Bel Paese è usanza trascorrere la Pasquetta con amici o parenti e, tempo permettendo, si preferiscono gite all’aria aperta, pic-nic o scampagnate accompagnati da un buon cibo. In molti paesi si organizzano parate, gare di uova di Pasqua e concerti di musica.

Fabrizia Fioroni

Con la Pasqua si spalancano le porte alla primavera

I simboli di Pasqua sono tanti e ognuno di loro ha un significato specifico: il grano è simbolo di vita e simboleggia il ciclo delle rinascite e della fecondità. Dal grano si ricava la farina con la quale si prepara il pane, il cibo per eccellenza che ci ricorda ”l’ultima cena” di Gesù con i discepoli; le uova sono simbolo di nascita e di vita; l’agnello è la creatura che rappresenta purezza e simboleggia l’innocenza; la colomba nella cristianità è simbolo di pace e salvezza; il coniglio è simbolo di fecondità.

Una leggenda narra che Sant’Ambrogio indicò la lepre come simbolo di Resurrezione per il suo manto in grado di cambiare colore a seconda delle stagioni. In inglese il giorno di Pasqua viene chiamato Easter Sunday, e il termine Easter è la forma moderna del nome di una divinità femminile della mitologia germanica, Eostre, che veniva rappresentata con il volto di una Lepre per la rapidità nel riprodursi, quindi simbolo di fertilità. In Germania il coniglio fu introdotto per la prima volta come simbolo pasquale nel XV secolo. Il coniglietto di cioccolato che oggi viene mangiato a Pasqua deriva proprio da questa antica tradizione pagana. In America il coniglietto pasquale è chiamato “Easter bunny” e insieme ai fiori simboleggia l’arrivo della primavera.

Anche il sacrificio dell’agnello come tradizione per il giorno di Pasqua si riferisce ad un rituale pagano antichissimo. Gli agnelli nei riti pagani erano collegati al ritorno della primavera, del risveglio della natura dopo la morte invernale. Per questo gli Ebrei offrivano agnelli in sacrificio durante la loro Pasqua ebraica, chiamata Pesach (pasa’, in aramaico), la quale celebra la liberazione degli Ebrei dall’Egitto grazie a Mosè. La Pasqua Ebraica riunisce due riti: l’immolazione dell’agnello e il pane azzimo (un pane che per molto tempo è stato l’unico pane conosciuto dall’umanità. Si prepara con farina integrale e acqua, senza lievito). Nella cultura occidentale l’Agnello Pasquale è modellato dai pasticceri con pasta reale ma si trova anche di cera benedetta. Gli Agnelli Pasquali sorreggono una bandiera che simboleggia la vittoria sulla morte e rappresentano la Resurrezione.

Lo scambio di uova decorate per Pasqua si sviluppò nel Medioevo come regalo alla servitù, mentre per gli aristocratici ed i nobili venivano create uova preziosi di argento, platino, e oro. L’usanza delle Uova di Pasqua ha una storia molto antica e interessante. Un esempio è quella del re d’Inghilterra Edoardo I che dal 1272 al 1307 commissionò la creazione di circa 450 uova rivestite d’oro da donare in occasione della Pasqua. In seguito, nel 1885 l’orafo Peter Carl Fabergé ricevette il compito di preparare un uovo in oro, preziosi e materiali pregiati dallo zar Alessandro III di Russia, come sorpresa di Pasqua per la moglie Maria Fëdorovna.

L’orafo creò per l’occasione il primo uovo Fabergé; un uovo di platino smaltato bianco per assomigliare a un vero uovo, alto 64 mm e con un diametro di 35 mm, il quale dentro conteneva un tuorlo d’oro che si apriva in due semisfere. Una di esse era rivestita internamente di pelle, scamosciata con il bordo d’oro punteggiato per simulare la paglia di un nido, che conteneva una gallina d’oro cesellata con le piume d’oro giallo e bianco, la testa e le zampe d’oro giallo, la cresta e bargigli d’oro rosso, e per occhi due rubini cabochon. Anche la gallina si apriva rivelando altre due sorprese; la prima era un replica in oro e diamanti della corona imperiale, e come sorpresa finale all’interno della corona c’era un piccolo pendente di rubino con una catenina che consentiva di indossarlo al collo. Il primo uovo di Fabergé divenne famoso e contribuì a diffondere la tradizione del dono dentro l’uovo.

Omne vivum ex ovo“, cioè “tutti i viventi nascono da un uovo“, è il motto che per secoli ha spiegato il principio che la vita non può avere origine dal nulla. Da esso capiamo quale importanza abbia sempre avuto l’uovo con la sua forma perfetta nel nostro immaginario; la sua forma ovale è infatti una linea senza inizio e senza fine (infinita) che richiama l’eternità. I primi cristiani paragonavano il Cristo che risorge dal sepolcro al pulcino che esce dal suo guscio. Oggi le Uova di Pasqua sono famosi in tutto il mondo e si possono trovare decorate, colorate, di marmo, di onice, ci sono torte a forma di uovo, e uova di cioccolato, e uova messe dentro i dolci e le torte, oppure come decorazione sulle ciambelle di pane e di dolci.

Filomena Fuduli Sorrentino (pubblicato su La Voce di New York il 30.03.2018)

 

 

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