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April 2018 - page 2

Fabio Porta e le ragioni del suo ricorso

A 70 anni dalle prime elezioni parlamentari e mentre il presidente del Senato Alberti Casellati saliva al Quirinale per ricevere il mandato esplorativo dal presidente Mattarella, Fabio Porta – due mandati in qualità di deputato del PD alla Camera e candidato al Senato alle ultime elezioni – ha spiegato il perché del suo ricorso alla Giunta per le elezioni del Senato in relazione ad oltre diecimila voti ottenuti dall’USEI in alcune sezioni elettorali della circoscrizione consolare di Buenos Aires.

Una scelta, quella del ricorso, che lo coinvolge direttamente poiché capolista del PD nella medesima circoscrizione, ma che, ha tenuto a sottolineare questa mattina Porta in conferenza nella sala stampa della Camera, intende soprattutto tutelare il voto e la rappresentanza degli italiani all’estero.

Presenti in sala l’avvocato Bozzi, che si è occupato della relazione del ricorso, la senatrice PD Laura Garavini, il responsabile del partito Eugenio Marino e Norberto Lombardi, che il PD rappresenta in seno al CGIE.

Fabio Porta è partito da una premessa: “in due mandati da deputato ho maturato una passione per gli italiani nel mondo e un rispetto delle istituzioni tali da presentare ricorso alla Giunta per le elezioni del Senato” per una questione che “riguarda non solo mia situazione personale, ma una deriva che potrebbe in futuro avere delle ripercussioni sempre più grandi sulla tenuta e sulla legittimità del voto all’estero”.

Poi è venuto al dunque: “sia 2008 che nel 2013 in tutta la circoscrizione estera e in particolare in Sud America si è assistito a fenomeni di alterazione del risultato elettorale”. Nel 2008, ha ricordato Porta, il candidato PD Edoardo Pollastri perse il seggio al Senato a vantaggio di Esteban Caselli di Forza Italia, con una serie di conseguenti accuse ed inchieste di brogli elettorali. Caselli, all’epoca un “illustre sconosciuto”, ottenne 50mila preferenze, che nelle successive elezioni del 2013 scesero drasticamente a 7mila.

Oggi come allora, ha sottolineato l’esponente del Partito Democratico, siamo di fronte ad “evidenti anomalie”, la cui “gravità” è amplificata dal fatto che si siano concentrate nella circoscrizione consolare di Buenos Aires.
C’è da considerare, inoltre, ha lamentato Fabio Porta, che alle ultime elezioni si è dovuto registrare anche un più basso “livello di vigilanza” delle autorità diplomatiche e consolari rispetto al 2013: “nel mese di gennaio, in piena campagna elettorale, il console era in ferie” e, di fatto, anche l’Ambasciata era vuota, considerato che “l’ambasciatrice Castaldo era in partenza e l’ambasciatore Manzo è arrivato a processo elettorale ormai iniziato”.

“Esiste una fisiologia e una patologia anche negli episodi anomali relativi alle elezioni”, ha osservato Porta, ma qui “i numeri, prima ancora dei fatti, parlano chiaro”.

L’USEI, ha riferito Porta, è passato dalle 28mila preferenze di Renata Bueno nel 2013 alle 67mila di Cario e San Gregorio nel 2018, triplicando di fatto i voti ottenuti, peraltro, nella sola Argentina, dove prima non era presente.

“Strano” è, ha continuato Porta, che “metà di questi voti” siano stati ottenuti in una sola circoscrizione consolare, quella di Buenos Aires, e, “dato ancora più anomalo”, che tali voti si siano “concentrati in meno di un terzo delle sezioni elettorali”. Si parla, ha specificato l’esponente PD, di sezioni in cui l’USEI ha ottenuto addirittura il 99% dei voti – in un seggio 663 preferenze su 664 votanti, in altri 760 su 790 e in altri ancora 646 su 683 -, “prevalentemente espressi con la stessa penna e con la stessa calligrafia, dunque dalla stessa mano”: tutti elementi che hanno spinto Fabio Porta a presentare ricorso e saranno ora sottoposti al vaglio della Giunta del Senato.

“Abbiamo individuato una trentina di sezioni”, ha riferito l’esponente PD, per un totale di voti sospetti che oscillerebbe tra i 10mila e 450 e i 15mila, ma ve ne sono altri 6mila “sospetti” che la Giunta potrebbe decidere di annullare.

Certo, ci vorrà più o meno un anno: questi i tempi indicati da Fabio Porta per sapere se il ricorso sarà accettato e i voti in questione annullati. Tutto dipenderà anche dalla quantità di ricorsi presentati –iniziative analoghe sono state avanzate anche da altri candidati e dal Partito Democratico in Argentina – e dalla loro complessità.

Intanto, però, Fabio Porta ha auspicato che nel corso della nuova legislatura si intervenga per sanare i vulnus della legge elettorale. “Credo non siano più prorogabili modifiche e interventi normativi a vario livello sul voto all’estero”, ha detto l’esponente PD, precisando: “questo non è più il mio ruolo, ma qualunque modifica verrà sarà senz’altro migliore rispetto al sistema attuale”. Si può discutere di una diversa divisione delle circoscrizioni elettorali, della dimensione dei collegi, della tempistica, del registro degli elettori o dei seggi in Consolato: “tutti i sistemi sono plausibili, valutandone pro e contro” e tenendo in considerazione le “proposte presentate formalmente già negli anni passati”.

Quello odierno è stato insomma non tanto e non solo un “je accuse”, ma un’occasione per “sollevare l’attenzione sul voto all’estero” e sulle “correzioni” che la legge che lo regola necessita. Porta non ha inteso ergersi al “ruolo né di giudice né di poliziotto”, ma piuttosto rinnovare il suo “appello” in difesa dell’esercizio di voto degli italiani nel mondo, “perché, se prenderà questa deriva, sarà dannoso sia per il sistema democratico sia per la nostra rappresentanza”. (raffaella aronica\aise 18.04.2018) 

Milano capitale del pane e della pizza per una settimana

Milano capitale del pane e della pizza per una settimana. Da lunedì 7 a domenica 13 maggio, infatti, a piazza del Duomo, nel cuore del capoluogo lombardo, torna la manifestazione “Pane in Piazza”, in occasione della “Milano Food City”.

Durante la manifestazione, una squadra di oltre 80 panificatori, tra i migliori e più premiati, saranno all’opera – gratuitamente – 24 ore su 24.

L’evento, per il quale sono attesi oltre 50mila visitatori, organizzato dalle Missioni Estere Cappuccini onlus di Milano insieme alla Famiglia Marinoni, può contare con numeri da capogiro. Qualche esempio? 300 kili di mozzarelle in arrivo fresche da Napoli e Bari, 100 quintali di farina, 300 kg di lievito, 130 vasi di salsa al pomodoro da 5 kg ciascuno, 10 quintali di michette. Potremmo andare avanti. Ce n’è davvero per tutti. Tutto frutto delle donazioni di oltre 100 sponsor nel settore della panificazione e pasticceria.

Tutto sarò perfettamente allestito in uno spazio di trecento metri quadri al coperto e 100 di dehor con mega schermo in Piazza Duomo, davanti alle palme.

Obiettivo dell’appuntamento, naturalmente, è richiamare l’attenzione sul valore della vita missionaria attraverso la celebrazione del Pane, patrimonio alimentare, culturale e religioso di tanti popoli della terra. Inoltre, sarà l’opportunità per ppresentare i progetti umanitari in favore dei piu’ bisognosi che i Missionari Cappuccini di Milano svolgono in Italia e nel mondo.

Simone Garbelli (pubblicato su Italia Chiama Italia il 20.04.2018)

I giovani italiani tra voglia di protagonismo e delusione

In occasione della 94esima Giornata per l’Università Cattolica, dal titolo “Eredi e innovatori, i giovani protagonisti della storia”, è in uscita in tutte le librerie la 5^ edizione dell’indagine curata dall’Istituto Toniolo: “Rapporto giovani 2018”. Il volume è stato realizzato con il sostegno della Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo.

Dal report emerge come le nuove generazioni puntino da una parte a vagliare in modo critico il patrimonio ricevuto, mentre dall’altro mirino a conquistare un ruolo da protagonisti.

Ci sono certamente elementi di rassegnazione, disillusione e distacco, ma emerge l’energia con la quale il 73,8% degli intervistati ritiene che sia ancora possibile impegnarsi in prima persona nella società. Essa si accompagna a quella maggioranza del 67,7% positivamente predisposta al cambiamento.

Sotto la lente d’ingrandimento del Rapporto Giovani 2018 gli snodi principali della transizione alla vita adulta: il lavorol’autonomia e le scelte di vita a partire dalla scuola e dalla formazione. Il filo conduttore in questa edizione sono i valori, nella loro accezione più ampia: i valori in salute e quelli declinanti; i sistemi formativi e di orientamento; l’importanza delle soft skills; la domanda di rappresentanza e orientamento politico; la vita nella rete e i disvalori dell‘hate speechl’immigrazione multiculturalismo; la coppia e la genitorialità; la fede e i valori religiosi.

Il tema dell’immigrazione fornisce significativi elementi per comprendere come gli under 35 si relazionino con le dinamiche sociali del nostro Paese. Oltre il 70% dei giovani intervistati ritiene che l’atteggiamento generale degli italiani nei confronti degli immigrati sia prevalentemente diffidente e ostile.

Nel confronto con la rilevazione del 2015 il dato si impenna: in quell’anno, infatti, la stessa percezione riguardava il 57%. È interessante anche notare come la gran parte dei rispondenti esprima comunque una opinione e come solo il 4,9% se ne astenga. Inoltre, in condizioni di scarsità di lavoro di cui soffrono soprattutto le nuove generazioni, i giovani tendono ad assumere un atteggiamento protezionistico: la maggioranza (soprattutto nelle classi sociali più deboli) ritiene che l’immigrazione dovrebbe essere gestita in modo da non entrare in competizione con le condizioni di lavoro di chi già è in Italia.

In particolare, più del 60% ritiene che i datori di lavoro dovrebbero prendere in considerazione l’offerta di lavoro degli italiani prima di valutare quella degli immigrati (62,6%), a fronte del 37,4% che si dichiara in disaccordo con questa affermazione. Il timore della concorrenza lavorativa degli immigrati non risulta comunque più forte rispetto al prolungamento della permanenza dei lavoratori più anziani e alla crescente automazione nei processi produttivi. Esiste quindi una preoccupazione generale sull’impatto dei cambiamenti demografici, sociali e tecnologici rispetto alle opportunità di lavoro, che spinge i giovani con capitale umano più debole verso posizioni difensive.

Inoltre, se si considera l’atteggiamento verso gli stranieri regolari presenti in Italia, si ottiene una valutazione largamente positiva (solo uno su tre pensa che la loro presenza peggiori la sicurezza e l’economia del paese).
La “vita nella rete” è un altro grande tema indagato dal Rapporto. I giovani sono sempre connessi, ma in maniera autonoma e attenta, e con una chiara tendenza a rifiutare ogni forma di violenza e di odio. In particolare, rispetto alle cause del fenomeno hate speech, gli intervistati ritengono che l’odio in rete sia collegato, in qualche modo, alle tensioni che circolano all’interno della società.

Lo afferma, infatti, (somma delle modalità “Molto d’accordo” e “Abbastanza d’accordo”) il 61,2%.
Le percentuali di accordo significativo sul fatto che esprimere l’odio in rete possa essere considerata una forma socialmente accettabile in cui incanalare l’espressione dell’odio e del risentimento sono molto basse (12,2%). Le percentuali si alzano lievemente quando si tratta di prendere posizione sul fatto che esprimere online atteggiamenti negativi verso l’altro possa in un certo senso sublimare la violenza sottraendola alla vita reale. Sono infatti d’accordo con questa affermazione il 19,9% dei giovani italiani.

Questo non significa, però, che l’hate speech sarebbe, alla fine, “solo parole”, quindi un fenomeno di cui non preoccuparsi affatto. Che si tratti di mero flatus vocis lo pensa solamente il 16,1% dei giovani italiani
Dal report emerge, inoltre, la visione complessa e disomogenea dei giovani nei confronti della politica. Coloro che hanno espresso una vicinanza alta e convinta per almeno un partito sono il 35,1% del totale. Quelli che non si sentono così vicini ma esprimono un interesse potenziale per una forza politica sono il 24,2%. Mentre i disaffezionati, ovvero coloro che si sentono lontani da tutta l’offerta in campo sono il 40,7%. Nonostante l’attuale quadro poco incoraggiante, il 73,8 percento degli intervistati si dichiara convinto che sia ancora possibile impegnarsi in prima persona per cercare di far funzionare meglio le cose in Italia.

Il Rapporto mette anche a confronto i giovani italiani e i coetanei europei nel quadro delle aspirazioni professionali e come ritengano di poterle realizzare: sono i tedeschi (39,6%) e gli spagnoli (36,7%) a esprimere maggiori certezze su ciò che intendono realizzare nel loro futuro professionale, mentre si dichiarano certi del loro destino il 31,3% dei britannici, il 28,8% dei francesi e meno di 1 italiano su 4 (22,5%). Viceversa, i nostri giovani spiccano (40,7%) insieme a spagnoli (35,3%) e francesi (33,6%) tra quelli che dichiarano di avere sì delle aspirazioni professionali definite, ma non sanno se riusciranno a realizzarle. La compagine degli “indecisi tra alternative possibili”, decisamente più ridotta, vede al primo posto gli inglesi (16,8%).

Più preoccupante è il caso dei giovani disorientati, quelli che non hanno alcuna idea rispetto a un possibile percorso professionale o che non ci vogliono nemmeno pensare, che rappresentano insieme una quota consistente degli intervistati italiani (26,8%), francesi (25,4%) e britannici (23,4%).

Un altro aspetto che emerge dall’indagine è il modo con cui i giovani si pongono di fronte all’esperienza religiosa e alla trascendenza, che sta subendo profonde trasformazioni. Viene rivelata, infatti, una sensibilità religiosa non spenta, ma attutita. Si è di fronte a un “fai da te” in cui prevale la ricerca di benessere e armonia interiore. L’oggettività di un’esperienza religiosa, che fa i conti con regole, gerarchie e riti viene rifiutata.

Alla domanda “Lei crede a qualche tipo di religione o credo filosofico?”, le risposte si raccolgono attorno a due opzioni: quella della religione cattolica (52,7%) e quella di chi dichiara di non credere a nessuna religione (23%). Anche la frequenza ai riti conferma la distanza dei giovani dall’esperienza religiosa: coloro che dichiarano di frequentare la Chiesa una volta a settimana sono l’11,7%. Il 53,8% è costituito da frequentatori occasionali: il 20,2% partecipa a una funzione religiosa qualche volta l’anno oppure in particolari circostanze. Il 25,1% non partecipa mai. (Pubblicato su Aise il 19.04.2018)

Nasce il comitato per tutelare la pizza bianca, “patrimonio di Roma”

Il comitato di tutela e valorizzazione della “Pizza bianca romana alla pala del fornaio”, uno dei prodotti gastronomici storici più caratteristici della capitale, è stato presentato oggi a Roma da Assopanificatori-Confesercenti.

La pizza bianca romana alla pala del fornaio è molto apprezzata dai consumatori e rilanciata dalla moda dello street food.

Assopanificatori spiega che si tratta di un’iniziativa “che non è circoscritta ai soli fornai iscritti, ma che vuole mettere insieme i panificatori di Roma e i cittadini che desiderano preservare la tradizione della pizza romana, al fine di salvaguardare un prodotto dall’antica tradizione, capace di generare, nei circa 420 forni romani, un fatturato annuo che si aggira su circa 30 milioni di euro”.

“La pizza bianca alla pala del fornaio – conclude Giancarlo Giambarresi, Presidente provinciale Assopanificatori – rappresenta un plus importante per l’enogastronomia romana e per il turismo, sempre più in cerca della tipicità. Costituisce, inoltre, per i fornai, un importante prodotto che incide per circa il 25% medio sul fatturato”. (Pubblicato su Italia Chiama Italia il 18.04.2018)

Gelato Festival 2018, a Roma dal 28 aprile al 1 maggio

Dal 20 aprile al 7 luglio si terrà il Gelato Festival 2018, un tour europeo che farà arrivare la manifestazione nelle maggiori città italiane ed estere. Il giro si chiuderà a Firenze – dove si terrà anche la tappa inaugurale da venerdì 20 a domenica 22 aprile – a metà settembre, con la sfida tra i vincitori di tutte le precedenti edizioni della kermesse, la tanto attesa “All Star”.

Al Festival numeri importanti: 150 gelatieri che si affronteranno in 8 stage. Ci saranno in ogni città toccata dal tour i migliori gelatieri artigianali della Penisola selezionati tra oltre mille candidati, ognuno dei quali porterà in assaggio le proprie specialità per la gioia di grandi e piccini.

Il Gelato Festival 2018, manifestazione itinerante, dopo l’inaugurazione a Firenze giungerà a Roma, da sabato 28 aprile a martedì 1 maggio, negli spazi di Villa Borghese (via delle Magnolia), con la squadra di artigiani gelatieri pronta ad accogliere famiglie e curiosi e conquistarne il palato.

I visitatori potranno trovare il tipo di gelato tradizionale ma anche quello rivisitato, dunque i grandi classici ma anche proposte nuove e fantasiose che sapranno tentarvi, per un Gelato Festival tutto da gustare.

Paola Venturalli (pubblicato su Italia Chiama Italia il 13.04.2018)

Fmi: spagnoli più ricchi degli italiani, nel 2017 compiuto il sorpasso

Gli spagnoli sono più ricchi degli italiani: il Pil procapite della Spagna ha superato quello dell’Italia nel 2017. E’ quanto emerge dai dati diffusi del Fmi che confrontano i Paesi sulla base della “parità del potere d’acquisto”. Lo riporta il Financial Times citando alcuni dati del Fondo monetario internazionale. Secondo le rilevazioni, la Spagna sarà il 7% più ricca dell’Italia nei prossimi 5 anni. Dieci anni fa l’Italia era il 10% più ricca.

Il dato viene attribuito più allo stallo italiano che alle positive performance dell’economia spagnola, chiamando in causa un ritmo di ripresa più basso degli standard Ue.

Italia e Spagna sono tra i due Paesi europei che hanno subito più di tutti gli altri la crisi. Ma secondo il report del Fondo monetario internazionale mentre la Spagna ha aperto agli investitori stranieri, e allargato la sua economia del 35% con fondi strutturali e investimenti ben canalizzati, l’Italia è cresciuta solo del 2% dal 2008 a oggi. Una eccessiva burocrazia, l’aumento dell’età demografica, un mercato del lavoro fermo e la scarsa produttività non hanno fatto marciare la macchina economica.

Come riporta “il Sole 24 ore”, nel 1997 l’Italia era il 18esimo Paese più ricco su scala globale. Le previsioni per il 2023 vedono il Belpaese è destinato ad arrestare alla 37esima posizione. (Pubblicato su http://www.tgcom24.mediaset.it il 20.04.2018)

Nella foto: grattacieli di Doha, capitale del Qatar

Sangregorio (USEI): “Voterò qualunque governo, un errore tornare al voto”

Eugenio Sangregorio, fondatore e presidente dell’Unione Sudamericana Emigrati Italiani – USEI, eletto deputato nella ripartizione estera Sud America alle Politiche 2018, intervistato da Repubblica ribadisce quello che ha più volte ripetuto nei giorni scorsi: “L’Italia ha bisogno di un governo”.

E’ martellante, in questo, Sangregorio, 79 anni, imprenditore di successo a Buenos Aires. “Dobbiamo dare un governo all’Italia, il Paese ha bisogno di stabilità”.

A Repubblica dichiara di essere pronto a votare qualunque esecutivo. “Un governo M5S-Lega lei quindi lo voterebbe?”, “Certo” – risponde l’onorevole italo-argentino. “E Pd-M5S?”, “Va bene lo stesso”. E centrodestra-Pd? “Perché no?”. “Ma sono tre cose diverse!”, gli fa notare il giornalista. Ma Sangregorio non si scompone: “Lo so, ma bisogna trovare una soluzione per il bene del Paese. Le ideologie non contano più nulla, contano le persone”.

Secondo il presidente USEI tocca al centrodestra esprimere un candidato premier, “hanno vinto loro”, e poi aggiunge: “Ma noi dell’USEI siamo indipendenti”.

Sangregorio ha molta voglia di fare bene, di pensare al bene dell’Italia, che “non è più quella di prima, eravamo la quinta potenza mondiale, non lo siamo più, quindi vuol dire che stiamo facendo male. Per questo serve una svolta che faccia ripartire l’economia”. Come, per esempio? “Massiccio intervento pubblico. E il Sud, che è un paradiso, punti tutto sul turismo”.

In conclusione, Eugenio Sangregorio reputa “un errore totale” andare al voto. E sottolinea: “Non lo dico per amore di poltrona, sia chiaro, ma per il bene dell’Italia”.

Luca Dassi (pubblicato su Italia Chiama Italia l’11.04.2018)

Addio alle carte di identità. Bruxelles contro i documenti italiani: “Non sono sicuri, eliminateli entro due anni”

“L’unico paese che utilizza le carta di identità cartacee è l’italia, non puntiamo il dito contro l’Italia, ma chiediamo a tutti di sostituirle, in onore di una sicurezza efficace: le autorità devono essere in grado di fidarsi che il titolare del documento sia chi dice di essere”. A parlare, da Strasburgo, è il commissario Ue agli interni Dimitis Avramopoulos che boccia la carta di identità di carta italiana, un residuato ‘bellico’ nell’epoca dei documenti biometrici ed elettronici. I tempi per cambiarle sono stretti: due anni.

Eliminare le carte italiane entro due anni

“Ci sarà un’eliminazione graduale di 5 anni per eliminare gradualmente i formati precedenti”, ha affermato ancora Avramopoulos rispondendo ad una domanda sulle nuove misure anti-terrorismo presentate oggi dalla Commissione Ue e il caso delle carte di carta italiane, “eccezion fatta – ha chiarito infatti – per quelli che non sono leggibili dai dispositivi elettronici“, ossia le nostre.

“Abbiamo bisogno di categorie di sicurezza comuni”, ha spiegato ancora il commissario, “se gli Stati membri già le producono, non ci sono problemi, ma se gli Stati membri hanno invece documenti meno sicuri, dovranno cambiarli entro due anni“.

Impronte digitali contro le falsificazioni

Tempi ridotti quindi per l’Italia per modificare dei documenti che non reggono il passo con i tempi, sia fisicamente, visto il rapido degradarsi, sia tecnologicamente, vista l’impossibilità a rispettare gli standard di sicurezza comune richiesti da Bruxelles. La proposta di oggi della Commissione punta infatti ad inserire nei documenti di identità anche le impronte digitali, in modo da renderli più sicuri e più difficili da falsificare, potenziando così gli strumenti a contrasto del terrorismo e della criminalità organizzata.

Le carte di identità italiane non cartacee non hanno comunque le impronte digitali, ma per il modello in plastica varrebbero i 5 anni di eliminazione graduale, invece dei 2 di rottamazione rapida chiesta per quelle cartacee.
Alberto D’Argenzio (pubblicato su europa.today.it il 18.04.2018)

 

La Forchetta: usata dai Romani fu abbandonata perché strumento “del Demonio”

Utensile ampiamente utilizzato in buona parte del mondo, la forchetta ha una storia ricca di curiosità. I primi esemplari risalgono al 2.400/1.900 avanti Cristo, ritrovati in Cina e attribuiti all’antichissimo popolo Qijia. Altri oggetti simili, di epoche diverse, furono ritrovati sparsi tra l’Europa dell’est e dell’ovest, nuclei di diffusione degli antenati della moderna forchetta. Fu l’epoca Greca e Romana che vide la diffusione, a 360° degli antenati della moderna forchetta, utilizzati insieme a un ditale adatto a non scottarsi quando si mangiava con le mani.

Come evidenziato dalle scoperte archeologiche, la prima tipologia di questo utensile era formato da un’impugnatura, realizzata spesso in osso o legno, e da due spuntoni di bronzo o argento, ideali per infilzare il cibo e portarlo alla bocca senza doversi sporcare le mani.

Questi antichi esemplari di forchetta erano già in uso al tempo dell’Impero Romano, ma quando fu diviso fra Oriente e Occidente l’utilizzo si mantenne solo nella zona d’influenza di Costantinopoli. Le migrazioni dei barbari dal Nord Europa fecero perdere l’uso di utensili di eleganza a tavola, e in Italia l’uso della forchetta diminuì drasticamente. Alcune eccezioni sono da rilevare in particolare per i Longobardi: in una miniatura del Codice delle Leggi Langobarde del monastero della Cava, appare una immagine del re Rotari intento a pulire del pesce con un coltello e un utensile assimilabile a una forchetta. L’uso degli utensili era però solitamente riservato alla preparazione delle pietanze, e quindi alla zona della cucina, e la forchetta non compariva a tavola.

La maggior parte dei reperti è stata quindi rinvenuta nell’Europa dell’est, dove si suppone la forchetta si sia diffusa maggiormente. È attestato che attorno al IX secolo dopo Cristo, nel territorio dell’antica Persia, un utensile chiamato “barjyn” fosse in uso presso le élite altolocate, come oggetto di lusso.

Sebbene la forchetta sia notevolmente comoda e decisamente più igienica delle mani (allora metodo favorito per portare il cibo alla bocca), quando nel 1003 si svolsero le nozze tra la raffinata Maria Argyropoulaina, principessa bizantina, e Giovanni Orseolo, figlio del Doge di Venezia, si dice che la presenza della posata fece scandalo tra gli invitati.

La principessa bizantina, a differenza di qualsiasi altra sposa italiana dell’epoca, fornì a ogni commensale una forchetta vicino al piatto. Tale gesto venne giudicato negativamente, poiché considerato un’offesa rispetto alle tradizioni cristiane, dunque un’offesa a Dio.

Quando Teodora Anna Doukaina, dogaressa di Venezia e sorella dell’Imperatore Bizantino Michele VII Ducas, introdusse a tavola delle forchettine d’oro, Damiani lanciò le proprie invettive contro la donna, accusandola di utilizzare, appunto, il “demoniaco oggetto”. Quando Teodora, anni dopo, scomparve prematuramente per una terribile malattia, Pier Damiani stesso, vescovo e riformatore della Chiesa, definì la sua morte una punizione divina per il peccato di usare le forchette.

Nonostante le diffide della Chiesa, preoccupata anche di mettere in cattiva luce gli usi Bizantini, perdipiù divisi dallo scisma fra Chiesa Cattolica e Ortodossa del 1054, qualche secolo dopo, alla corte fiorentina, la forchetta era certamente utilizzata dalla prestigiosa famiglia Pucci, come testimoniato dal dipinto di Sandro Botticelli “Nastagio degli Onesti, quarto episodio”, del 1483.

L’uso della forchetta da parte dei fiorentini contagiò un’altra corte: quella di Francia, nel XVI secolo, dove un’altra nobildonna cercò di insediare la forchetta sulle tavole d’Oltralpe. Caterina De Medici, sposa di Enrico II, futuro re di Francia, fece portare la sua collezione di argenteria da tavola al banchetto di nozze del 28 Ottobre 1533, sorprendendo corte e nobili di tutta Europa.

L’influsso di Caterina però non fu decisivo, e la corte di Francia non adoperò la forchetta universalmente almeno sino al 1684, oltre un secolo dopo, quando il Re Sole la accettò e ne promosse l’uso alla nuova corte di Versailles.

Fu solo all’inizio del ‘700 che ci fu un parziale sdoganamento dello strumento, che rimaneva però bandito dai conventi cattolici. L’utilizzo della forchetta si diffuse in seguito grazie all’ingegno di Gennaro Spadaccini, ciambellano alla corte di Ferdinando IV di Borbone, a Napoli. Le forchette diffuse a quell’epoca erano infatti dotate di 3 rebbi (gli aculei della forchetta) piuttosto larghi e appuntiti, inadatti a moltissimi usi come ad esempio arrotolare gli spaghetti. fu Gennaro che, introducendo il quarto rebbo e accorciando la lunghezza delle punte, consentì alla forchetta di diffondersi come utensile adatto a tutti gli usi, perfetta per arrotolare gli spaghetti ma anche per infilzare la carne.

Infine, durante la rivoluzione Americana, la forchetta venne adottata anche dai coloni del Nuovo Mondo, diventando così una vera e propria posata internazionale.

Cecilia Fiorentini (pubblicato su www.vanillamagazine.it il 19.04.2018)

Il “modello Italia” per la lotta alla criminalità di Sud America e Ue

In questi giorni a Buenos Aires si è svolta la cerimonia inaugurale di un accordo, denominato “EL PacCto”, tra l’Ue e 18 Paesi latinoamericani, per la creazione di una collaborazione profonda contro il narcotraffico, la criminalità organizzata e la corruzione. Nei due giorni iniziali si è cominciato a discutere sui temi di questa relazione che rappresenta la più profonda e gigantesca iniziativa in materia: a essa collaborano sia l’Interpol che la Amepol, un’organizzazione che raggruppa le forze dell’ordine di nove nazioni sudamericane. Quest’area del mondo costituisce uno dei punti dove il narcotraffico e il crimine sono maggiormente radicati, al punto da controllare indirettamente o direttamente vasti settori della società e dell’economia di vari stati.

Il programma è di estrema importanza non solo perché include una fattiva collaborazione tra le forze dell’ordine, una cooperazione a livello di giustizia e una gestione penitenziaria, ma perché si concentra anche su cinque aree prioritarie quali l’attività cybercriminale, la corruzione, i diritti umani, la violenza di genere e il riciclaggio di capitali. Altro elemento di estrema positività risiede nella ricerca di risultati concreti e di impatto reale immediato, fatto assolutamente rilevante che permetterà di contrastare efficacemente i fenomeni criminali.

Già a partire dal mese di luglio è prevista una riunione delle tante che si svolgerà a Quito, Ecuador, avente come tema principale la corruzione, la lotta alla quale è già praticata in diversi Stati del Sud del mondo: basti pensare al Perù e al Brasile, dove due Presidenti, uno in carica e l’altro ex, sono attualmente sotto processo il primo e arrestato il secondo nell’ambito di operazioni di lotta condotte da una giustizia indipendente che hanno scosso i sistemi politici dei due paesi, un po’ come era accaduto in Italia con il caso “Mani Pulite” negli anni Novanta. 

Nel corso delle due giornate di dibattito i nomi di Falcone e Borsellino sono riecheggiati più volte come quelli dei veri precursori nella lotta contro la mafia globalizzata. Nel corso del suo interessantissimo intervento, il Procuratore Nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho ha anche ricordato un’altra figura Italiana straordinaria: quella del sindacalista e poi politico Pio La Torre, che nel corso della sua lotta contro i poteri mafiosi riuscì a creare un progetto, poi trasformato in legge nel 1982, che non solo trasformò in reato l’associazione mafiosa, ma ne sequestrava i capitali, restituendoli allo Stato e quindi alla società. 

La legge 682 costituì una pietra miliare e successivamente venne replicata in altri stati e ha costituito uno strumento importante, ad esempio , per la rinascita legale della Colombia dalle ceneri in cui era affondata nel triste periodo della guerra civile tra Stato e il narcotrafficante Pablo Escobar e le Farc. In Italia, secondo i dati forniti da Federico Cafiero de Rhao nel suo intervento, questa manovra ha permesso il recupero di circa 30 miliardi di euro dalla sua attuazione, avvenuta lo stesso anno in cui La Torre venne ucciso dalla mafia a Palermo, nel 1982. 

Un altro degli scopi del “Pacto” risiede infatti in una collaborazione legislativa che permetta di raggiungere un’omogeneità in grado di unificare le normative nella lotta alla criminalità, così come la collaborazione delle forze dell’ordine e dei sistemi informatici dei vari e l’addestramento comune delle polizie dei vari Paesi.

Un accordo storico, quindi, che nel termine di 5 anni dovrebbe non solo stabilire un sistema di lotta comune al crimine, ma anche approfondire il dialogo tra due Continenti che si trovano ad affrontare problematiche similari nelle quali solo un confronto costruttivo e uno scambio di esperienze possono contribuire a un benessere comune.

Arturo Illia (pubblicato www.ilsussidiario.net il 16.04.2018)

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