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March 2018 - page 2

8 Marzo: come nasce la Festa della Donna

L’8 marzo è una giornata in cui ricordare le conquiste sociali e politiche delle donne, un’occasione per rafforzare la lotta contro le discriminazioni e le violenze, un momento per riflettere da dove veniamo e dove stiamo andando e sui passi ancora da compiere.

L’idea di una giornata internazionale della donna nasce il 28 febbraio del 1909 negli Stati Uniti, su iniziativa del Partito Socialista americano che in quella data organizzò una grande manifestazione in favore del diritto delle donne al voto. Il tema era già stato discusso a lungo negli anni precedenti sia negli USA, (celebri sono gli articoli della socialista Corinne Brown), sia dai delegati del VII Congresso Internazionale socialista, tenutosi a Stoccarda nel 1907. Le manifestazioni per il suffragio universale si unirono presto ad altre rivendicazioni dei diritti femminili. Tra il novembre 1908 ed il febbraio 1909 migliaia di operaie di New York scioperarono per vari giorni per chiedere un aumento del salario e un miglioramento delle condizioni del lavoro. Nel 1910, durante l’VIII Congresso Internazionale delle donne socialiste, la proposta di istituire una giornata dedicata alle donne venne raccolta da Clara Zetkin a Copenaghen.

Dai documenti del congresso non sono chiare le motivazioni che spinsero alla scelta di quella data, l’8 marzo, e in realtà e fino al 1921 i singoli Paesi scelsero giorni diversi per la celebrazione. È solo in occasione della Seconda conferenza delle donne comuniste (Mosca 1921), che viene proposta e approvata un’unica data per le celebrazioni, in ricordo della manifestazione contro lo zarismo delle donne di San Pietroburgo (1917).

Alcune tradizioni fanno anche riferimento a un drammatico episodio accaduto negli Stati Uniti, nel 1857, quando alcune operaie chiuse in fabbrica dal padrone perché non partecipassero a uno sciopero, persero la vita a causa di un incendio. In Italia e in altri Paesi si è fatto spesso riferimento a un presunto episodio analogo avvenuto a New York l’8 marzo del 1911, quando nel rogo di una fabbrica di camicie morirono 134 donne. Sembra però che la fabbrica fosse inesistente e che effettivamente avvenne un drammatico incendio ma in febbraio. In realtà a seconda dei Paesi dove si è affermata questa tradizione cambiano le date, il luogo e il numero delle vittime.

In Italia la Festa della Donna iniziò a essere celebrata nel 1922 con la stessa connotazione politica e di rivendicazione sociale. L’iniziativa prese forza nel 1945, quando l’Unione Donne in Italia (formata da donne del Pci, Psi, Partito d’Azione, Sinistra Cristiana e Democrazia del Lavoro) celebrò la Giornata della Donna nelle zone dell’Italia già liberate dal fascismo.

L’8 marzo del 1946, per la prima volta, tutta l’Italia ha ricordato la Festa della Donna ed è stata scelta la mimosa, che fiorisce proprio nei primi giorni di marzo, come simbolo della ricorrenza. Negli anni successivi la Giornata è diventata occasione e momento simbolico di rivendicazione dei diritti femminili (dal divorzio alla contraccezione fino alla legalizzazione dell’aborto) e di difesa delle conquiste delle donne.

Fabrizia Fioroni

L’Uruguay è l’unica “democrazia completa” dell’America Latina

L’Uruguay è l’unico paese dell’America Latina in cui c’è una democrazia piena. Lo sostiene il rapporto 2017 di The Economist Intelligence Unit, che ha effettuato la consueta radiografia dei vari paesi mondiali sulla base del funzionamento dei loro governi e dei loro processi elettorali. I paesi, secondo questo indice, sono classificati come democrazie complete, imperfette, regimi ibridi o autoritari.

L’Uruguay è l’unico paese dell’America del Sud incluso tra le democrazie complete ed è il primo paese di lingua spagnola in classifica, davanti alla stessa Spagna che è a rischio retrocessione tra le democrazie imperfette a causa della questione catalana. Anche l’Italia è alle spalle dell’Uruguay, mentre la classifica mondiale è guidata dalla Norvegia davanti ad Islanda, Svezia, Nuova Zelanda e Danimarca. Le ultime della classe? Corea del Nord, Siria, Ciad, Repubblica Centrafricana e Congo.

L’Uruguay, in particolare, ha ottenuto un rating di 8,12 su un massimo di 10, con punte di eccellenza per il pluralismo, il processo elettorale, le libertà civili e la libertà di stampa. Solo il Cile, in tutto il continente sudamericano, fa compagnia all’Uruguay in questa speciale graduatoria. (pubblicato su Gente d’Italia il 01.02.2018])

Francesco: viviamo nell’amore generoso e solidale

“È molto brutto quando la Chiesa scivola su questo atteggiamento di fare della casa di Dio un mercato”. Così Papa Francesco prima dell’Angelus recitato insieme ai fedeli a piazza San Pietro. Richiamando la pagina del Vangelo di Giovanni su Gesù che caccia i venditori dal tempio di Gerusalemme, il Papa ha commentato: “questa azione decisa, compiuta in prossimità della Pasqua, suscitò grande impressione nella folla e l’ostilità delle autorità religiose e di quanti si sentirono minacciati nei loro interessi economici. Ma come dobbiamo interpretarla? Certamente – ha spiegato – non era un’azione violenta, tant’è vero che non provocò l’intervento dei tutori dell’ordine pubblico: della polizia. No! Ma fu intesa come un’azione tipica dei profeti, i quali spesso denunciavano, in nome di Dio, abusi ed eccessi. La questione che si pose era quella dell’autorità. Infatti i Giudei chiesero a Gesù: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?”, cioè quali autorità tu hai per fare queste cose? Come a richiedere la dimostrazione che Egli agiva davvero in nome di Dio”.

“Per interpretare il gesto di Gesù di purificare la casa di Dio, – ha aggiunto – i suoi discepoli si servirono di un testo biblico tratto dal salmo 69: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”; così dice il salmo: “Lo zelo per la tua casa mi divorerà”. Questo salmo è un’invocazione di aiuto in una situazione di estremo pericolo a causa dell’odio dei nemici: la situazione che Gesù vivrà nella sua passione. Lo zelo per il Padre e per la sua casa lo porterà fino alla croce: il suo è lo zelo dell’amore che porta al sacrificio di sé, non quello falso che presume di servire Dio mediante la violenza. Infatti il “segno” che Gesù darà come prova della sua autorità sarà proprio la sua morte e risurrezione: “Distruggete questo tempio – dice – e in tre giorni lo farò risorgere”. E l’evangelista annota: “Egli parlava del tempio del suo corpo”. Con la Pasqua di Gesù inizia il nuovo culto, nel nuovo tempio, il culto dell’amore, e il nuovo tempio è Lui stesso”.

“L’atteggiamento di Gesù raccontato nell’odierna pagina evangelica, – ha detto ancora Francesco – ci esorta a vivere la nostra vita non nella ricerca dei nostri vantaggi e interessi, ma per la gloria di Dio che è l’amore. Siamo chiamati a tenere sempre presenti quelle parole forti di Gesù “Non fate della casa del Padre mio un mercato!”. È molto brutto – ha quindi osservato il Papa – quando la Chiesa scivola su questo atteggiamento di fare della casa di Dio un mercato”.

“Queste parole – ha aggiunto – ci aiutano a respingere il pericolo di fare anche della nostra anima, che è la dimora di Dio, un luogo di mercato, vivendo nella continua ricerca del nostro tornaconto invece che nell’amore generoso e solidale. Questo insegnamento di Gesù è sempre attuale, non soltanto per le comunità ecclesiali, ma anche per i singoli, per le comunità civili e per la società tutta. È comune, infatti, la tentazione di approfittare di attività buone, a volte doverose, per coltivare interessi privati, se non addirittura illeciti. È un pericolo grave, specialmente quando strumentalizza Dio stesso e il culto a Lui dovuto, oppure il servizio all’uomo, sua immagine. Perciò Gesù quella volta ha usato “le maniere forti”, per scuoterci da questo pericolo mortale”.

“La Vergine Maria – ha concluso – ci sostenga nell’impegno di fare della Quaresima un’occasione buona per riconoscere Dio come unico Signore della nostra vita, togliendo dal nostro cuore e dalle nostre opere ogni forma di idolatria”. (aise) 

Premio Italia-Argentina per l’arte: cadidature entro il 23 marzo

 Al via la prima edizione del Premio Italia – Argentina per l’Arte – Residenze per artisti emergenti di nazionalità italiana. Il Premio nasce in attuazione del Memorandum d’intesa tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana e il Ministero della Cultura della Repubblica Argentina siglato a Buenos Aires l’8 maggio 2017.

I promotori dell’iniziativa sono il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese (MAECI – DGSP), l’Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires e l’Istituto Garuzzo per le Arti Visive (IGAV).

Due giovani artisti italiani beneficeranno della possibilità di trascorrere un mese a Buenos Aires con il tutoraggio dell’Istituto Italiano di Cultura, in occasione della fiera di arte contemporanea ArteBa (24-27 maggio 2018), vivendo un’intensa esperienza nella vivace realtà culturale dalla capitale argentina.

Le due borse di studio, della durata di un mese, prevedono la copertura dei costi di vitto, alloggio e biglietto aereo a/r.

Il termine ultimo per presentare la domanda di partecipazione è il 23 marzo 2018. L’iniziativa è riservata ad artisti italiani di età compresa tra i 18 ed i 35 anni che operino nel settore delle arti visive e che abbiano all’attivo almeno una mostra personale ed una collettiva oltre che un’adeguata conoscenza della lingua spagnola. Il bando è pubblicato online sui siti web delle istituzioni promotrici: quello della Farnesinadell’IIC e dell’Igav.  

La domanda di partecipazione è compilabile sul sito dedicato www.residenzeperlarte.com ed è disponibile da oggi, lunedì 5 marzo. (aise) 

Gli studenti italiani tra i più salutisti a tavola

Se una volta la felicità era “un bicchiere di vino con un panino”, oggi gli studenti italiani ammettono di preferire uno stile alimentare più salutista: addirittura l’87% dei giovani ha infatti sottolineato l’importanza di alimentarsi in maniera sana.

Nello specifico il 61% mangia cibo sano ma senza farne un’imposizione, mentre per il 26% è un aspetto fondamentale della propria vita. La medaglia d’oro di questa speciale classifica va però ai cinesi (90%), mentre chiudono il podio a pari merito spagnoli e indiani (84%), seguiti da americani (80%) e inglesi (78%). Cifre confermate dalla percentuale di chi invece non si cura minimamente di ciò che mangia, ovvero solo l’1% degli italiani, contro il 4% dei britannici e il 3% degli statunitensi.

Il 57% degli studenti italiani consuma il pranzo al sacco preparato a casa, contro il 46% di americani e inglesi, mentre il 35% lo fa all’interno dell’università, dato importante se raffrontato al 19% di iberici e indiani o al 6% dei cinesi. A dispetto di quanto si possa pensare, gli italiani sono anche i meno propensi a imparare a cucinare: solo il 30% vorrebbe acquisire competenze in questo campo, superati solo dai cinesi (22%), contro il 42% degli americani e il 39% degli indiani.

Il cibo rimane comunque un must per i giovani del Bel Paese, infatti piuttosto che risparmiare saltando un pasto (10%), gli italiani non uscirebbero con gli amici (43%), abbandonerebbero un hobby (33%) o addirittura non accenderebbero il riscaldamento (13%).

È quanto emerge dal recente sondaggio a livello mondiale condotto da Sodexo intervistando oltre 4000 studenti in Italia, Cina, Stati Uniti, Spagna, Regno Unito e India relativamente allo stile di vita universitario, per andare a scoprire, tra i diversi aspetti analizzati, quali sono le abitudini alimentari degli studenti italiani rispetto a quello dei pari età internazionali.

“Non sorprende che dove e cosa mangiano gli studenti vari in funzione della cultura e delle strutture; sappiamo infatti quanto diverse siano le abitudini alimentari nelle varie parti del mondo – spiega Franco Bruschi, Head of Schools & Universities Segment Med Region di Sodexo – Il nostro sondaggio ha rivelato che meno della metà degli studenti consuma il pranzo all’interno del campus, presso un ristorante, caffè o negozio dell’università. Questo sembra indicare che le università hanno ancora spazi di miglioramento nel rendere le opzioni per pranzare all’interno dei campus più allettanti, aspetto sul quale possiamo offrire loro il nostro supporto e la nostra vasta esperienza. Dallo studio è anche evidente come non manchi la consapevolezza dei benefici di un’alimentazione sana; proprio per questo Sodexo offre, nei locali da noi gestiti in tutto il mondo, la possibilità di effettuare scelte sane, gustose ed anche consapevoli, grazie ai consigli che i nostri esperti mettono a disposizione dei commensali, per consentire loro di costruirsi liberamente una sana alimentazione e, più in generale, corretti stili di vita”.

Tra le usanze più caratteristiche dei corpi studenteschi all’estero, gli studenti cinesi tendono molto di più ad acquistare il pasto che a prepararlo personalmente, con l’82% di loro che pranza nel campus, il 71% che paga in contanti nelle mense e il 52% in bar, caffè o ristoranti all’esterno del campus. Solo il 6% degli studenti cinesi mangia un pranzo al sacco nel campus, percentuale che sale al 9% per chi mangia fuori dal campus. Gli studenti spagnoli tendono più degli altri a mangiare a casa dei genitori (59%), così come gli studenti indiani (49%). Rispetto agli altri, gli americani preferiscono uscire dal campus per il pranzo, con il 46% che mangia un pranzo al sacco o ordina presso un ristorante o un Café. Gli studenti del Regno Unito infine prediligono prepararsi personalmente il pranzo e mangiarlo a casa propria.

“Negli ultimi anni è cresciuta la consapevolezza, soprattutto nei più giovani, che alimentarsi in modo sano è un importante investimento a lungo termine per il mantenimento di un buono stato di salute – spiega Paola Palestini, Professoressa di Biochimica, coordinatore del master ADA Alimentazione e Dietetica Applicata e membro del Presidio della Qualità Didattica presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca – Questa nuova consapevolezza non è solo italiana, come ci si potrebbe aspettare in quanto culla della dieta mediterranea e di una biodiversità agricola di alta qualità, ma è presente, anche se in percentuali minori, in paesi dove questi presupposti sono poco presenti come USA e Inghilterra.

A questa consapevolezza è connessa la ricerca da parte di una buona percentuale di studenti di trovare cibi a basso contenuto calorico e/o vegani/vegetariani nei locali e nei negozi dell’università. Quello che mi ha sorpreso in questo sondaggio, è che gli studenti cinesi sono quelli a cui maggiormente interessa mangiar sano e cercano cibi a basso contenuto calorico, prodotti equo-solidali, di origine locale e sostenibili. Questo risultato stride con i media che riportano spesso di alimenti di bassa qualità provenienti dalla Cina e dati preoccupanti di inquinamento ambientale. Forse nelle nuove generazioni di uno dei paesi popolosi del mondo, si sta facendo strada una consapevolezza virtuosa?”.

A livello di tipologia di piatti infatti il 44% circa degli studenti si aspetta di trovare cibi a basso contenuto calorico, privi di allergeni e vegani/vegetariani nei locali e nei negozi dell’università. Il Regno Unito e l’India tendono più ad aspettarsi prodotti vegani e vegetariani, mentre gli studenti americani cercano un’ampia offerta di insalate mentre quelli spagnoli piatti privi di allergeni. Gli studenti cinesi tendono molto di più a cercare cibi a basso contenuto calorico, prodotti equo-solidali, di origine locale e sostenibili: ben oltre la metà di loro cerca queste opzioni. Poco meno di un terzo degli studenti pagherebbe di più per cibi del commercio equo e solidale/prodotti in modo etico, e solo un terzo non sarebbe disposto a farlo.

Gli studenti cinesi sono disposti a pagare di più per queste tipologie di cibo e per piatti a basso contenuto calorico, mentre gli studenti indiani pagherebbero di più per opzioni vegetariane o vegane o per un’insalata e gli studenti italiani per cibi di origine locale. Gli studenti britannici sono meno propensi a pagare di più per uno qualsiasi di questi tipi di cibo (40%), così come un terzo degli studenti spagnoli e americani. (Pubblicato su Italia Chiama Italia il 05.03.2018)

Primo foro scientifico tecnologico italoargentino

Il “Primo Foro Scientifico Tecnologico Italo Argentino su Energia, Ambiente e Bio-economia” (ItAr ENABIO 2018) si terrà dal 19 al 21 marzo prossimi, nella città di Ushuaia, nella Provincia argentina della Terra del Fuoco.

Il Forum è promosso dall’Ambasciata italiana a Buenos Aires, insieme al Governo della provincia argentina e all’Università Nazionale della Terra del Fuoco, con l’obiettivo di riunire noti accademici, ricercatori ed esperti industriali nazionali ed internazionali, per trattare argomenti riguardanti il cambiamento climatico, le energie rinnovabili, la scienza del mare, i plastici biodegradabili, la gestione dei rifiuti elettronici, l’uso sostenibile delle risorse naturali, tra altri temi.

Durante il Forum, ci saranno presentazioni dal mondo accademico e industriale, nonché interventi di rappresentanti istituzionali per illustrare le principali opportunità di sviluppo nei settori interessati con possibili ricadute economiche e sociali.

Oltre alle conferenze degli esperti invitati sono previste brevi presentazioni e posters di gruppi di ricerca e giovani ricercatori per illustrare le principali linee di lavoro e le potenziali applicazioni dei risultati ottenuti e/o previsti.

L’incontro si chiuderà con una tavola rotonda cui parteciperanno personalità ed esperti istituzionali, accademici e industriali che definiranno le linee guida per la ricerca scientifica e tecnologica sugli argomenti specifici della Conferenza e che presenteranno proposte per la collaborazione bilaterale Italia-Argentina, con particolare attenzione al territorio della Provincia della Terra del Fuoco ed alle sue aree di pertinenza.

Davvero lunghissima la lista dei relatori e dei referenti istituzionali che parteciperanno ai lavori: tra questi ultimi Rosana Bertone, Governatore della Provincia dlela Tierra del Fuego, Antártida e Islas del Atlántico Sur, l’Ambasciatore Giuseppe Manzo, Fabrizio Nicoletti, Direttore Centrale per l’Innovazione e la Ricerca alla Farnesina, Luigi D’Aprea, Direttore dell’Ice, Francesco Capecchi, Consigliere Commerciale dell’Ambasciata d’Italia in Argentina. E poi accademici e ricercatori di entrambi i paesi specializzati nelle tre macro-aree oggetto del Forum: energia, bio economia ed ambiente. (aise) 

La Storia dello Spritz

Lo Spritz è un aperitivo alcolico molto popolare nel Triveneto, a base di vino Prosecco con aggiunta di un liquore,come Aperol, Campari o Select che gli conferisce un colore rosso/arancio e una spruzzata di acqua frizzante o seltz.

Spritz è il nome “scientifico”, ma viene comunemente denominato Spriss o Spriz o, spesso, Sprisseto. Spritz deriverebbe dal verbo tedesco “spritzen”, spruzzare, che richiamerebbe quindi il gesto di aggiungere l’acqua al vino; secondo altri il nome della bevanda sarebbe, invece, legato a quello di un vino austriaco tipico della regione del Wachau.

Per molti, infatti, lo Spritz nacque durante il periodo della dominazione Asburgica in Veneto nell’ 800. I soldati, ma anche i vari commercianti, diplomatici e lavoratori dell’impero Asburgico d’istanza in Veneto, abituatisi ben presto all’uso locale di bere vino in osteria, non si trovavano però a loro agio con la grande varietà di vini veneti, dalla gradazione troppo elevata rispetto al tenore alcolico cui erano avvezzi. Da qui la richiesta agli osti locali di spruzzare un po’ d’acqua all’interno dei vini (spritzen, in tedesco) per renderli più leggeri. Lo Spritz originale, infatti, era rigorosamente composto di vino bianco frizzante, o da vino rosso, diluiti con acqua fresca. Tra l’altro, nelle chiacchiere dei nostri nonni, sicuramente si può ricordare come al bancone di un bar chiedevano uno Spritz quando volevano vino ed acqua, od uno Spritz macchiato se volevano una piccola correzione di Bitter.

Se l’origine della parola Spritz è di origine Austriaca, l’abitudine di mescolare al vino un po’ d’acqua per renderla una bevanda leggera ed estiva è un’usanza tipicamente veneta già da molto prima dell’arrivo degli austriaci in Veneto. Chi fa risalire quest’usanza al medioevo, chi all’epoca romana, chi addirittura la fa iniziare con la nascita del vino nelle popolazioni paleovenete.

Una prima evoluzione dello Spritz arrivò nei primi anni del 1900, quando iniziarono a diffondersi i sifoni per l’Acqua di Seltz. Il seltz, per definizione, è un’acqua molto gassata che si accompagna molto bene nella preparazione di cocktail. A differenza dell’acqua minerale gassata, nella quale le bollicine vengono aggiunte all’imbottigliamento, l’acqua di Seltz viene addizionata tramite una piccola bomboletta di gas collegata alla bottiglia. Grazie all’acqua di Seltz, che arrivava dalla città di Selters, una località tedesca da cui proviene un’acqua minerale ricca di anidride carbonica, era possibile rendere frizzante anche uno Spritz composto da vini fermi e tranquilli. Questa evoluzione aprì lo Spritz a nuove tipologie di clientela, come ad esempio le nobildonne austriache, che ora potevano permettersi una bevanda leggera come grado alcolico, ma con un tocco di glamour per la tipologia di preparazione. E forse fu questo l’inizio di un’evoluzione creativa che ha portato lo Spritz alle ricette di oggi: dettate dalla grande varietà di versioni esistenti, tutte simili ma mai nessuna uguale, e legata strettamente al territorio ed ai suoi ingredienti e legami con il passato.

Con il passare degli anni l’aperitivo è “cresciuto” con l’infinita varietà di possibili aggiunte…come ad esempio i liquori più o meno forti: Aperol, Bitter, Select (quasi esclusivamente, quest’ultimo, nella città di Venezia) o un amaro di colore nero come la China Martini e il Cynar e una buccia di limone, a seconda dei gusti immersa o semplicemente strizzata nel bicchiere.

La sua ricetta è avvolta da un’aura di mistero... o forse non è mai esistita!  Non esiste una composizione univoca per lo spritz ma varianti cittadine, a loro volta interpretate liberamente dai baristi, ognuno con una propria preparazione particolare. La gradazione alcolica è quindi variabile, ma si può valutare mediamente sugli 8°. Un comune denominatore tra le varianti esistenti è comunque la presenza di Prosecco e acqua gassata o seltz, che quantitativamente devono essere almeno al 40% e al 30%; il restante 30% viene completato dalle più svariate tipologie di bevande alcoliche, a volte anche mischiati, con la regola non scritta di preservare una colorazione rossa del cocktail. A concludere l’opera una fetta di limone, d’arancia o un’olivae qualche cubetto di ghiaccio

Una storia molto interessante da raccontare riguarda l’Arsenale di Venezia… Di come la Serenissima avesse particolare cura dei suoi operai navali, gli arsenalotti, è cosa ben nota: a loro era riservato un trattamento economico di favore, garanzie di sostentamento in caso di malattia, erano nominati guardiani nelle sedute del Maggior Consiglio all’interno della Loggetta progettata per loro da Sansovino ed erano i vogatori del Bucintoro nelle manifestazioni ufficiali del Doge. A loro inoltre era riservato un trattamento speciale quotidiano che oggi possiamo definire “merenda”… A metà pomeriggio, infatti, per tutte le maestranze e gli operai dell’Arsenale, vi era una piccola pausa in cui venivano serviti pane e vino rosso per ritemprare gli operai dalle fatiche del lavoro, mentre con la calura dei mesi estivi il tutto era sostituito da gallette e una bevanda a base di vino allungata con un po’ d’acqua fresca di pozzo… Una sorta di Spritz, servito però 500 anni prima dell’avvento degli austriaci nel nostro territorio! (pubblicato su veneziaeventi.com il 10.12.2016)

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