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December 2017 - page 2

Auguri del Console Gerenale d’Italia a La Plata Iacopo Foti ai connazionali

“Cari connazionali, cari amici argentini, in occasione delle imminenti festività desidero inviarVi, a nome mio e di tutto il personale del Consolato Generale d’Italia a La Plata, i più sentiti auguri di Buon Natale e di felice anno nuovo”. Inizia così il messaggio che il Console Generale a La Plata Iacopo Foti indirizza ai connazionali residenti nella circoscrizione consolare.

“Colgo questa occasione – scrive Foti – per ringraziare in maniera particolare tutti coloro che, all’interno della circoscrizione consolare, si dedicano quotidianamente all’insegnamento della lingua italiana e che, con il loro lavoro, contribuiscono a mantenere vive le nostre radici, ad avvicinare le nuove generazioni alla nostra cultura ed a promuovere le eccellenze del nostro bellissimo Paese. Il lavoro che svolgete quotidianamente è estremamente prezioso e rappresenta per tutti noi un motivo di grande orgoglio”.

“Nel corso degli ultimi due anni – aggiunge – questo Consolato Generale ha cercato di sostenere e valorizzare le attività di tutte le istituzioni dedite all’insegnamento della lingua italiana. Nel 2016 l’insegnamento dell’italiano è stato riconosciuto come materia curriculare in diverse scuole della Provincia di Buenos Aires, e negli ultimi mesi tale riconoscimento è stato esteso ad altri istituti scolastici”.

“Supportati ed incoraggiati da tutti Voi, – assicura Foti – continueremo a lavorare in questa direzione affinché l’insegnamento dell’italiano possa essere definitivamente accolto come materia curriculare nel maggior numero possibile di istituti scolastici. Contemporaneamente continueremo ad adoperarci per poter giungere finalmente alla creazione di un “Profesorado” di Italiano presso l’Università Nazionale di La Plata (UNLP). Sarà cosi possibile venire incontro alle richieste, più volte manifestate, di poter disporre all’interno della Provincia di Buenos Aires di un percorso di formazione qualificata per i docenti di italiano”.

“A Voi tutti ed alle Vostre famiglie – conclude – i migliori auguri di Buone Feste!”. (aise) 

Accordo tra Circolo Italiano e il Club Canottieri Italiani di Tigre

Da alcuni anni è vigente un accordo tra il Circolo Italiano di Buenos Aires e il Club Canottieri Italiani di Tigre, grazie al quale i soci delle due associazioni possono usare indistintamente le installazioni delle due istituzioni. Il Circolo Italiano è situato in uno dei più begli edifici di Buenos Aires, in via Libertad 1264, di Buenos Aires, in stile francese con dettagli rinascimentali, è stato disegnato dall’architetto di origine norvegese Alejandro Christophersen (1866-1946), ed ha anche uno splendido giardino in cui si possono realizzare varie attività in una cornice cinematografica. Il Club Canottieri Italiani si trova al Tigre, in un affascinante edificio in stile veneziano medioevale, disegnato dall’architetto italiano Gaetano Moretti (1860 – 1938.)

I soci del Club Canottieri italiani hanno diritto a uno sconto speciale quando vanno al ristorante del Circolo Italiano o quando affittano gli eleganti saloni del Circolo per realizzare assemblee, feste di compleanno, manifestazioni culturali, congressi.

A loro volta i soci del Circolo possono usare le istallazioni del Club Canottieri Italiani e praticare uno sport completo com’è il remo.

Sono soprattutto i giovani che s’interessano per questo sport, però esercitarlo nel delta è abbastanza pericoloso sia perché si pratica in acqua sia perché il Tigre, durante il fine settimana, è molto affollato. Per evitare incidenti i soci del Circolo Italiano prima di andare in acqua devono prendere alcune lezioni di remo. Quando l’istruttore pensa che siano pronti per remare, il capitano del Club gli fa sostenere un esame e solo se lo superano possono andare in barca o in kayak.

Edda Cinarelli

Gli auguri di Mattarella ai militari all’estero

“Un grazie sincero e intenso alle Forze Armate per quello che fanno e per come lo fanno”. Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che oggi si è collegato in videoconferenza, dalla sede del Comando Operativo di Vertice Interforze, con i militari italiani impegnati in diversi teatri di operazioni internazionali: Niamey (Niger), Kabul (Afghanistan), Herat (Afghanistan), Al Minhad (Eau), Shama (Libano), Pristina (Kosovo), Baghdad (Iraq), Ali Al Salem (Kuwait), Mogadiscio (Somalia), Kahramanmaras (Turchia), nella Nave Etna (Mar Mediterraneo), nella Nave Rizzo (Mar Mediterraneo), Gibuti, Misurata (Libia), nella Nave Capri (Mar Mediterraneo), Durazzo (Albania).

Dopo la videoconferenza, Mattarella ha voluto citare “la quantità di impegni che in tante parti del nostro mondo le nostre forze armate svolgono”.

“Ripeto quanto detto l’altro ieri nell’incontro con le altre cariche dello Stato: interpretando appieno i principi e i valori della nostra Costituzione e del suo articolo 11, queste missioni – ha sottolineato il Presidente – sono di grande importanza, non soltanto perché conferiscono al nostro Paese il prestigio di una Potenza nazionale”, di “un interlocutore che contribuisce fortemente alla pace e alla convivenza serena, ma anche perché aiutano in concreto i Paesi in cui sono” svolgendo “un’attività preziosa sotto tanti profili”.

Sul fronte internazionale l’Italia “è una protagonista principale” grazie ai “contributi forniti nell’ambito della Comunità europea e dell’Alleanza Atlantica” nei diversi teatri “che abbiamo visto ora, ma anche nelle altre missioni con cui non ci siamo collegati, come quelle in Europa o in Africa”. Tutti i militari svolgono “un grande complesso di attività” che “si aggiunge naturalmente a quella svolta in Patria”.

Mattarella ha quindi inviato un “grazie sincero e intenso a tutte le forze armate, per quello che fanno e per come lo fanno. Vedere tante donne e tanti uomini in questi giorni di festa lontani dalle loro case e dalle loro famiglie, con un così grande spirito di servizio e motivazione è davvero un segno importante del livello e della qualità delle nostro Forze Armate. Invio a tutti un augurio molto forte per un Buon Natale e un nuovo anno felice, in un comune cammino che renda l’Italia sempre migliore”. (aise) 

Toscani nel mondo: bando per le borse di studio “Mario Olla” per il 2018

La Regione Toscana ha approvato ha approvato il progetto presentato dal CEDIT per la realizzazione di 14 “Borse di formazione professionale Mario Olla” riservate a giovani di origine toscana per nascita o per discendenza residenti all’estero e di età compresa tra i 18 e i 35 anni.

Il programma della borsa di formazione professionale della durata di 90 giorni – che indicativamente si svolgerà nel periodo compreso tra marzo-aprile 2018 oppure giugno-luglio 2018 – prevede: 34 ore di corso di approfondimento della conoscenza della lingua italiana; un programma culturale con visita guidata di alcuni musei fiorentini; formazione sulla 7° competenza chiave – spirito di iniziativa e imprenditorialità e Impresa 4.0; colloqui di orientamento finalizzati ad individuare le aziende corrispondenti alle aspettative dei borsisti; 11 settimane di tirocinio formativo presso piccole e medie imprese tradizionali dell’economia toscana, con l’obiettivo di offrire ai borsisti le competenze necessarie per perfezionare ed arricchire la propria esperienza professionale.

Questi i settori individuati per l’assegnazione delle borse: a. design (artistico, industriale); a. moda (design e manifattura); b. lavorazione della ceramica; c. restauro del legno e della pittura su tela e su tavola; d. artigianato artistico, orafo, marmo; e. architettura e restauro architettonico; f. grafica pubblicitaria, comunicazione, web marketing; g. ristorazione (professioni di gelataio, cuoco, pasticcere); h. settore vitivinicolo; k. sanità: management e marketing sanitario, comparto biomedicale; l. tecnologie applicate all’elettronica ed alla meccanica; m. turismo (promozione, gestione turistico -alberghiera, marketing territoriale); n. marketing commerciale e territoriale; o. promozione economica; p. tecnologie applicate ai beni culturali.

Le candidature vanno presentate entro il 31 gennaio 2018. (aise)

La bambina che beve dalla pozzanghera ha commosso il mondo

La fotografia della bambina inginocchiata a terra intenta a bere da una pozzanghera sta facendo i giro del mondo e dei social network per l’evidente stato di degradazione e povertà.

La fotografia ripresa è stata scattata da una giornalista abituata a tali scene sul territorio di Posadas, capitale della provincia di Misiones, in Argentina. Lo scatto, indicativamente riportante l’orario di pranzo, evidenzia non soltanto il degrado della popolazione, ma anche il caldo eccessivo.

La fotografa, dipendete del Misiones Online, ha deciso di postare l’immagine che in poco tempo ha assunto caratteri virali al fine di scuotere le coscienze e l’opinione pubblica. Mentre tutti noi siamo abituati a bere l’acqua disponibile dal proprio rubinetto, oppure acquistata in bottiglia, in diverse parti del mondo ci sono ancora bambini e adulti impossibilitati a nutrirsi e dissetarsi.

La bambina che beve da una pozzanghera di acqua sporca, nociva per la salute dell’organismo umano e potenzialmente pericolosa, farebbe parte della comunità indigena Mbya, una comunità che vive di elemosina e si serve anche dei bambini per riuscire a incrementare le proprie entrate.

Secondo i racconti degli abitanti di Posadas, scene di degrado come quelle intrappolate all’intero dello scatto fotografico, si troverebbero all’ordine del giorno, oramai come una vera e propria routine.

Lo scopo della giornalista non era quello di raggiungere la fama con un articolo ma di una condivisione pubblica al fine di tentare una possibile raccolta di fondi per i bambini delle popolazioni indigene costretti alla povertà dei viveri e all’elemosina pubblica.

Dalla redazione del giornale è nato così un vero e proprio passa parola che, in molti casi, si evolve in un effetto a catena di condivisioni online. Proprio grazie al passa parola si  è arrivati a chi ha deciso di portare alcuni bidoni di acqua potabile nei pressi delle famiglie indigene di Posadas, dissetando più persone possibili anche se il tema della povertà in questi luoghi rimane concreto e insufficiente dal punto di vista nutritivo.

La storia della bambina ha raggiunto il cuore dei cittadini di tutto il mondo.

Serena Baldoni (pubblicato su esauriente.it il 19.12.2017)

Prima riunione del Circolo Giuridico

Giudici, costituzionalisti, avvocati e professori universitari si sono riuniti nel Salone Roma del Circolo Italiano, via Libertad 1264 – per celebrare con un brindisi la fondazione del Circolo Giuridico, il gruppo in cui si sono riuniti e si identificano, e realizzare quinti la loro prima riunione Tra i tanti c’erano: E. Raul Zaffaroni, giudice della Corte Interamericana dei Diritti Umani, il difensore generale della Nazione Stella Maris Martinez, i consiglieri della Corte di Cassazione Alejandro Slokar e Luis Niño, i giudici federali Sebastian Casanello e Alejandro Catania, l’intendente di Finanza Carlos Balbìn; l’avvocato Malena Errico, segretaria accademica del gruppo; il funzionario della Corte Suprema di Giustizia, Sebastian Amerio; Manuel Izura del Ministero di Giustizia, il professor Alberto Filippi, eminente storico;  il dott. Miguel Coluccio, direttore esecutivo del Circolo Giuricico e assessore del Presidente del Circolo Italiano, Sebastián Impelluso. Famose persone della Giustizia e della Cultura, quasi tutte di origine italiana, da lì la scelta del Circolo Italiano per la riunione, che è stata organizzata e realizzata dal Circolo Giuridico. I rappresentanti del Circolo Italiano erano presenti solo in qualità di invitati.

C’erano: il Presidente del Circolo Italiano Sebastian Impelluso, che soddisfatto ha brindato per la formazione del nucleo e in un breve discorso di benvenuto ha sottolineato che l’Associazione Circolo Italiano è completamente apolitica. Alejandro Slokar ha parlato del rispetto per due dei maggiori lasciti di Roma, il Diritto e la Giustizia. Durante l’incontro è stato ricordato Pietro De Angelis, storico e giornalista, paziente compilatore dei più importanti documenti della storia argentina. Un immigrante italiano che rappresenta molto bene le persone su citate anche per la sua passione per raccogliere documenti. Nato a Napoli nel 1784, aveva visto con simpatia l’epopea napoleonica, dopo la Restaurazione del 1821 è scappato dalla sua città arrivato a Buenos Aires, contrattato  da Rivadavia, è considerato il padre della storiografia argentina, ed è morto a Buenos Aires nel 1859.

Edda Cinarelli 

Panettone o Pandoro: quale scelgo?

Si avvicina il Natale e torna il dilemma, Panettone o Pandoro? La cosa certa è che all’ora di imbandire le nostre tavole natalizie ci saranno sempre loro alla conclusione dell’abbondante pasto, i dolci di Natale più famosi d’Italia. Ma ora tuffiamoci nel passato e scopriamo le origini di queste due opere d’arte di Natale, cominciando dal Panettone.

Secondo la leggenda sembrerebbe che fu  un certo Toni il papà del Panettone, cercando di risolvere un guaio avvenuto nella corte di Ludovico il Moro, alla fine del XV secolo.

Il cuoco di casa Sforza, incaricato di preparare il banchetto per il pranzo di Natale, per errore si dimenticò il dolce nel forno, quasi carbonizzandolo.

Toni, un piccolo sguattero, vista la disperazione del cuoco, propose come soluzione di servire a tavola un suo panetto che aveva cucinato con ciò che era rimasto in dispensa: farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta.

Il cuoco accettò e di fronte alla reazione di entusiasmo degli ospiti, quando il duca volle conoscere il nome di quel piatto squisito, il cuoco disse che era “il pane di Toni”, da allora il “Panettone”.

A contendere a Toni l’invenzione sarebbe un tale Ulivo degli Atellani che, innamoratosi di Algisa, figlia di un fornaio di Milano, avrebbe inventato un dolce per incrementare le vendite del forno: farina, uova, burro, miele e uva sultanina. Il successo fu immediato che Ulivo ed Algisa si sposarono subito vivendo felici e contenti.

Il Panettone di un tempo era piuttosto basso e non lievitato. Il primo a parlare di lievito fu Gian Felice Luraschi nel 1853, nel suo libro “Nuovo cuoco milanese economico”. La forma attuale del Panettone risale agli anni Venti, quando Angelo Motta aumentò la quantità di burro fasciandolo con carta paglia rendendolo più alto.

Alcuni panificatori di Milano, in memoria al passato, continuano a produrlo con la forma originaria, il panettone “basso”.

Ed ora spostiamoci a Verona, dove nasce il Pandoro, che a differenza del Panettone ha una data ben precisa, il 14 ottobre 1894, quando Domenico Melegatti, fondatore dell’omonima industria dolciaria veronese, depositò all’ufficio brevetti il nome, la forma e la ricetta.

Il corpo a forma di stella a otto punte del Pandoro si deve al pittore impressionista Angelo Dall’Oca Bianca.

L’antenato del Pandoro sembra essere il Nadalin, dolce veronese inventato nel XIII secolo, per festeggiare il primo Natale della città sotto la signoria della famiglia della Scala.

Come l’antico panettone è più basso, e si può trovare ancora in vendita in molte pasticcerie veronesi, è ricoperto di glassa e già aveva la forma di stella a otto punte.

Potremmo dire che il Pandoro di Melegatti è un Nadalin molto più gonfio, grazie all’aumento della quantità di burro, lievito e numero di uova e privandolo della glassa, pinoli e uvetta.

Il nome Pandoro sembra risalire alla Repubblica Veneta del ‘500, quando nei ricchi banchetti si servivano dolci di forma conica ricoperti da foglie d’oro, detti appunto “Pan de Oro”.

E adesso siete pronti ad affrontare l’inevitabile dilemma natalizio Panettone o Pandoro? Ai posteri l’ardua sentenza…

Fabrizia Fioroni

L’anima di Buenos Aires tra tango e Belle Époque

Una coppia si stringe in un tango sullo sfondo dei muri rosa, rossi e gialli di Boca. Muove gli otto passi del «sentimento di tristezza che ci fa danzare», come lo chiamava Jorge Luis Borges, tra colori che ricordano le case di Portofino. Perché questo quartiere, costruito dai genovesi nella seconda metà dell’800, ha ripreso i toni della Liguria sulle rive del limaccioso Rio della Plata, li ha impressi sulla lamiera ondulata e sul legno delle abitazioni a palafitta dei primi immigrati. Boca, oggi fulcro turistico di Buenos Aires, è uno degli ex quartieri portuali d’una megalopoli estesa su 200 chilometri quadrati. La Grande Buenos Aires, abitata dai bonaerenses, che conta 17 o 18 milioni di abitanti, nessuno lo sa di preciso. Contro gli appena 3 milioni di porteños (gente del porto) che popolano il comune di Buenos Aires, centro della metropoli.

 

Multiculturalismo

La più europea delle città americane, fondata nel 1580 dal conquistador Juan de Garay, ha le radici sulle navi che – tra ’800 e ’900 – portarono prima gli spagnoli, poi gli italiani (ha origini nel nostro Paese metà della popolazione), che si mescolarono a successive ondate di francesi, inglesi, slavi, ebrei ashkenazi (dell’Est europeo) e varie etnie mediorientali. Il cocktail di popoli che creò l’identità argentina. E il tango è musica, danza e anima di Buenos Aires. Il «ritmo indecente» santificato da Carlos Gardel negli Anni 20, fu rivitalizzato da Astor Piazzola negli Anni 50: oggi lo si balla in decine di milonga.

Buenos Aires è una metropoli europea in mezzo alla pampa. Cresciuta con la ricchezza prodotta dalle immense mandrie e dagli sterminati campi di grano del suo retroterra. È formata da strade dritte divise in cuadras, isolati con cento numeri civici ciascuno. È chiamata la Parigi del Sudamerica perché il suo centro fu in gran parte edificato sull’onda della Belle Époque coi palazzi pubblici in stile italiano e quelli residenziali in odor di Francia. Lo si scopre attorno a Plaza de Mayo, dominata dalla presidenziale Casa Rosada, il teatro di passioni e miserie della nazione: dai bagni di folla per le apparizioni di Evita, alla protesta delle madri coraggio per conoscere il destino dei loro figli desaparecidos. Evita, la leggendaria moglie del caudillo Perón, interpretata da Madonna nell’omonimo film del 1996 di Alan Parker.

 

I quartieri

A pochi passi dalla piazza, in avenida de Mayo 825 c’è il Cafè Tortoni, il più celebre tra i mille della città, aperto nel 1858 sullo stile d’una brasserie francese: la sera si trasforma in una milonga con coppie che ballano il tango tra i tavoli. I caffè sono luoghi chiave di Buenos Aires, dove i porteños vanno a pensare, leggere, scrivere, studiare, incontrare gli amici, parlarsi d’amore. I caffè coi camerieri in pantaloni neri, camicia bianca, fascia in vita e capelli impomatati che si rivolgono ai clienti con un «señor comanda?». I caffè di avenida 9 de Julio: larga come un’autostrada di Los Angeles, ma con l’atmosfera di Via Veneto ai tempi de «La Dolce vita», magnifica come il suo neoclassico teatro Colón, bomboniera di marmo e velluto. E quelli di Corrientes, «la via che non dorme mai» con l’animazione delle librerie monopolizzate da libri di psicologia. Perché la malinconica Buenos Aires ha più psicanalisti di New York. I loro clienti li si trova tra l’inquieta borghesia dell’elegante quartiere di Recoleta, unico connubio di vita notturna e arte mortuaria: nel suo cimitero monumentale nel 1976 fu sepolta Evita Perón. O a San Telmo, il borgo intellettuale a Sud, un reticolato di case antiche disseminato di botteghe antiquarie e animato dal mercato delle pulci della domenica mattina. Un angolo bohémienne dove lo sguardo spazia tra gli immensi cieli blu e i crepuscoli drammatici raccontati da Borges. O a Palermo, residenziale distesa di condomini, col parco che ospita la fiera Rural: la seguitissima autocelebrazione della potenza agricola argentina. A Palermo Viejo gli antichi spazi ristrutturati ospitano gallerie d’arte, case di produzione cinematografica, studi tv, loft per professionisti e boutique di moda.

Il quartiere che è più cambiato è però Puerto Madero, oltre la darsena sulla riva sud del Rio della Plata. Investimenti stranieri e progetti di archistar come Norman Foster, Philippe Starck e Santiago Calatrava lo hanno trasformato nel luogo più ricco e trendy di Buenos Aires. Come porto non ebbe mai successo, ma oggi i suoi dock s ospitano i migliori ristoranti cittadini e la movida. La darsena è diventata una marina per yacht. E, alle spalle dei vecchi silos del grano, svettano impettiti grattacieli di acciaio, vetro e cemento.

Marco Moretti (pubblicato su La Stampa il 27.11.2017)

È morto Luis Bacalov, premio Oscar per ‘Il postino’

Addio al compositore Luis Bacalov, premio Oscar nel ’95 per la colonna sonora di Il postino. Malato da tempo, Bacalov è morto a Roma a 84 anni. Ne ha dato notizia il figlio Daniel. Originale, appassionato, curioso ed eclettico, Luis Bacalov è stato un grande musicista, compositore e direttore d’orchestra, un personaggio fondamentale del panorama musicale del nostro Paese dagli anni Sessanta in poi. La famiglia Bacalov ha invitato gli amici per un ultimo saluto al musicista presso la camera ardente dell’Ospedale San Filippo Neri di Roma, il 17 Novembre, il giorno dopo si è tenuta una cerimonia laica presso la Casa Del Cinema di Roma in Largo Marcello Mastroianni.

Bacalov è stato protagonista essenziale del rinnovamento della canzone italiana, passato attraverso tre diverse anime, quella del “beat” e della nuova canzone pop, rappresentata da personaggi come Rita Pavone e Gianni Morandi, quella della canzone d’autore, con Umberto Bindi ma soprattutto attraverso la lunga e fruttuosa collaborazione con Sergio Endrigo, quella del rock e del progressive italiano. Bacalov portava con sé la sua anima argentina, l’eredità del tango, la tradizione classica che aveva studiato a fondo, e la innestava in un rinnovamento del quale fu uno dei motori essenziali.

È nato a San Martin, vicino a Buenos Aires, nel 1933, e si è innamorato della musica fin da giovanissimo, iniziando a suonare il piano all’età di cinque anni. È un giovane musicista di belle speranze, da adolescente già si esibisce in concerti anche al di fuori dell’Argentina, Paese che lascia a vent’anni. Raggiunge quindi l’Europa, approda in Spagna, poi in Francia e, alla fine degli anni 50, in Italia, Paese che lo accoglie a braccia aperte, apprezzando le sue doti di compositore e arrangiatore. Lavora con Claudio Villa, con Milva e altri alla Fonit Cetra, poi passa alla Rca dove conosce il successo come arrangiatore di alcune canzoni di grandissimo successo e altre di notevole bellezza. La sua firma appare su brani passati alla storia, come Cuore e Che mi importa del mondo di Rita Pavore, Il mio mondo di Umberto Bindi, Legata a un granello di sabbia di Nico Fidenco, ma è con Sergio Endrigo che  Bacalov forma un sodalizio straordinario che porterà alla realizzazione di moltissimi brani, tra i quali Era d’estateLontano dagli occhi ma soprattutto di Io che amo solo te, inarrivabile gioiello scritto dalla penna di Endrigo e arrangiato in maniera magistrale da Bacalov.

Musicista animato da una notevolissima curiosità anche per ambiti da lui apparentemente lontani, creativo e intelligente come pochi altri, Bacalov a differenza di molti suoi colleghi, comprese fino in fondo la forza della musica progressive italiana e collaborò con alcune delle migliori rock band italiane degli anni Settanta, realizzando con gli Osanna Preludio, tema, variazioni, canzona, con il Rovescio della Medaglia Contaminazione e soprattutto con i New Trolls Concerto Grosso, magnifico e innovativo esempio di come potevano convivere elementi rock all’interno di una struttura orchestrale classica.

Contemporaneamente l’eclettico musicista argentino continuava a collaborare con i più popolari artisti italiani, da Claudio Baglioni ai Ricchi e Poveri, passando per Gianni Morandi e Mia Martini, mentre con lo pseudonimo di Luis Enriquez realizzava al tempo stesso innumerevoli colonne sonore come autore, mettendo la sua musica anche al servizio, tra gli altri, di Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Ettore Scola, Francesco Rosi. Nel 1995 vince il Premio Oscar per le musiche di Il postino, premio mai condiviso con Sergio Endrigo che citò in giudizio Bacalov per la somiglianza del motivo della colonna sonora con la sua canzone Nelle mie notti, procedimento che è arrivato a conclusione con un accordo con gli eredi di Endrigo qualche anno fa. Negli anni seguenti Bacalov ha continuato la sua attività di autore, compositore, direttore d’orchestra e pianista con notevole successo, ha collaborato Fabrizio De André, ha visto la sua musica utilizzata da Quentin Tarantino e ha vinto moltissimi premi.

Ernesto Assante (pubblicato su La Repubblica il 15.11.2017)

Unesco, la sorpresa di Matera e Iguazú fra i siti più amati del mondo

Al vertice c’è l’affascinante Angkor Wat, in Cambogia, il “tempio della città” nel quasi omonimo sito archeologico nei pressi di Siem Reap, che emerge maestoso dalla foresta pluviale. Alla seconda piazza, invece, il Taj Mahal, in India, con buona pace delle autorità dell’Uttar Pradesh che hanno fatto fuori il “mausoleo dell’amore” di Agra dai materiali turistici perché “estraneo alla cultura del posto”. Terzo scalino per la sezione della Grande Muraglia cinese di Mutianyu, 70 chilometri da Pechino, una porzione costruita in origine a metà del VI secolo durante la dinastia Qi settentrionale sebbene fu solo durante la dinastia Ming, con la supervisione del generale Xu Da, che iniziò l’edificazione della muraglia attuale sulle fondamenta della precedente.

Sono le prime tre posizioni della classifica mondiale dei siti Unesco più apprezzati dai viaggiatori, secondo i giudizi e le recensioni pubblicate su TripAdvisor, piattaforma di viaggi che raccoglie oltre 455 milioni di visitatori unici al mese. L’Italia incassa un ottimo risultato ed entra nella top 10 mondiale con Matera e i suoi sassi del centro storico, in sesta posizione. La capitale europea della cultura del 2019, che vive da tempo una forte fase di rilancio e interesse, è protetta dall’Unesco dal 1993.

Fu in effetti l’ottavo sito italiano sui 53 attuali nonché il primo al Sud. Fra l’altro in piena ribalta secondo la classifica del Sole 24 Ore sulla qualità della vita, finendo al 74esimo posto con un salto di 15 posizioni sul 2016. Anche se rimangono contraddizioni nei sei macrosettori analizzati. In “ricchezza e consumi” Matera è per esempio al 98esimo posto su 110 città. In “lavoro e innovazione” è 81esima mentre spicca per “ambiente e servizi” all’ottava piazza e “giustizia e sicurezza” (17esima) mentre si torna nell’oscurità per “cultura e tempo libero”. Ma c’è da scommettere che con l’avvicinarsi del 2019 quel 97esimo gradino vivrà una spinta verso l’alto

Per il resto la quarta piazza è occupata dal Machu Picchu in Peru, che a breve dovrebbe allargarsi e collegarsi alla “sorella sconosciuta” Choquequirao, la quinta dalle cascate dell’Iguazú, al confine fra Argentina e Brasile, che si estendono per chilometri e raggiungono altezze fino a 70 metri, e la settima dal simbolo dell’Olocausto: il lager di Auschwitz-Birkenau, in Polonia. Chiudono la lista la città vecchia di Gerusalemme, crogiolo di religioni e culture che si avvicendano nel giro di pochi metri, le aree storiche di Istanbul (come noto molti siti Unesco sono spesso complessi, aree, gruppi di edifici o monumenti) che include strutture come Sarayburnu, Palazzo Topkap?, Basilica di Santa Sofia, la moschea Blu, la Chiesa di Santa Irene, la moschea di Zeyrek, quella di Solimano, la Piccola Santa Sofia e le Mura di Costantinopoli, e il centro storico di Cracovia, in Polonia. Un gioiello che ospita il mercato più grande del Vecchio Continente e numerosi edifici, chiese e palazzi storici con magnifici interni, fortificazioni del XIV secolo, antiche sinagoghe, l’Università Jagellonica e la Basilica di Santa Maria dove sono stati sepolti i sovrani di Polonia.

La Top 10 nazionale vede ovviamente in prima posizione i Sassi di Matera, che è appunto l’unico sito italiano premiato anche nella classifica internazionale, mentre in seconda piazza si trova il Duomo di Monreale, a un passo da Palermo. Medaglia di bronzo al centro storico di Siena. Per un soffio fuori dal podio la Basilica patriarcale di Santa Maria Assunta ad Aquileia, in provincia di Udine, seguita dai poetici e pacifici territori della Val d’Orcia in Toscana, dalla basilica di San Francesco ad Assisi e, alla settima posizione, dalla Costiera Amalfitana. Chiudono la classifica tricolore l’area archeologica di Pompei (ottava), il centro storico di Firenze e Venezia e la sua laguna. Assegnando così alla Toscana il titolo di regione più premiata con quattro siti.

Simone Cosimi (pubblicato su La Repubblica il 29.11.2017)

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