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October 2017 - page 2

Domenico Zipoli, primo e più grande compositore gesuita

Il primo gesuita musicista venuto in Argentina per evangelizzare le popolazioni originarie è stato il toscano Domenico Zipoli, nato a Prato il 17 ottobre 1788 morto a Còrdoba il 2 gennaio 1726.

Nel Granducato di Toscana, durante i suoi primi anni di scuola fu membro del famoso coro della Cattedrale di Prato, Nel 1707 con il patrocinio di Cosimo III, Granduca di Toscana, fu allievo dell’organista Giovanni Maria Casini a Firenze. Poi studiò a Napoli, che era la capitale europea della Cultura, e fu allievo del grande Alessandro Scarlatti, quindi a Bologna e poi a Roma, sotto Bernardo Pasquini. Nel 1715 diventò organista della Chiesa del Gesù di Roma e composte lavoro più famoso, le Sonate d’intavolatura per organo e cimbalo. Dopo un periodo in Spagna, non si sa poi per quale ragione decise di venire o lo mandarono in Argentina, arrivò nel 1718 insieme a Bianchi, Primoli ed altri confratelli. Un gruppo speciale se si prende in considerazione l’impronta che hanno dato alla cultura del Vice regno del Perù. Zipoli fu inviato a lavorare nelle missioni gesuitiche.

E’ molto difficile comunicare con chi parla un’altra lingua, ma ci sono dei modi che superano il linguaggio, per esempio la musica o lo sport. Zipoli suonava e gli indigeni lo ascoltavano meravigliati, il suo lavoro e quello di altri musicisti fu fondamentale per organizzare il lavoro nelle missioni ed insegnare agli indigeni, nel suo caso gli insegnò a scoprire il loro talento musicale. I suoi lavori erano richiesti da tutte le missioni gesuitiche. La sua musica era allegra e la si può ascoltare con piacere ancora ora. Tra i suoi lavori: 2 Oratori, una Messa a tre voci con due violini e órgano (scoperta nel 1959 in Bolivia), tre cantante profane per voce e basso pubblicate recentemente dai musicologi Roberto Becheri e Gabriele Ciacomelli, una Sonata per violino e altre. Morì nel 1726 a Cordoba per la tubercolosi.

Nella foto la dedica della Sonate d’Intavolatura per Organo e Cimbalo di Domenico Zipoli

Edda Cinarelli

Tango, parole di passione

Sinceramente non pensavo che il tango potesse interessarmi. Per molto tempo successe quello che mi accade tutti i giorni con il caffè o con il mate argentino. Nonostante gli oltre venti anni passati e vissuti a Buenos Aires, la tostatura della tipica tazzulella locale e il sapore della più emblematica e popolare infusione del paese continuano a essere pizzicotti ostili che non riesco a metabolizzare. Pensavo fosse così anche per il tango. All’inizio lo trovai eccessivamente melanconico. Inzuppato da quella melanconia che sfiora pericolosamente la depressione. E pensavo che forse questo era il segnale che giustificava l’uso massiccio della psicoanalisi da parte dei “porteños”, gli abitanti di Buenos Aires.

Poi il tempo mi ha aiutato a capire. Non esiste un solo tango. Esiste il mondo della milonga e delle sale da ballo frequentate dagli appassionati locali. Esistono gli eccellenti spettacoli destinati ai turisti. All’interno di questo mondo esistono anime musicali diverse: il tango di Gardel, il tango classico, il tango moderno, quello di Piazzolla e quello di autori come Pugliese, Troilo e Catulo Castillo. Esistono gli sguardi, gli ammiccamenti e il contatto fisico sensuale del ballo.

Io mi sono innamorato dei testi. Piccoli e autentici poemi quotidiani che facendo uso del lunfardo (il dialetto codificato di Buenos Aires, dove s’incrociano parole dialettali genovesi, napoletane e di altre regioni italiane) descrivono meravigliosamente la vita, la morte, l’amore, il tradimento, l’amicizia, la goliardia, i guappi, i fanfaroni e la notte di Buenos Aires. A volte quelle strofe mi ricordano l’ironia e la sapienza che stanno alla base di alcune poesie di Trilussa.

Per spiegare meglio, ecco una parte del testo di uno dei miei tanghi preferiti. Si chiama “Desencuentro” (Delusione) di Anibal Troilo e Càtulo Castillo: “…amasti con tenerezza, e l’amore ti divorò da dietro, fino alle reni. Hanno riso del tuo abbraccio e così, senza pensarci un secondo, affondarono con rancore tutto l’arpone. Amara delusione, perché ti rendi conto che tutto è il contrario: hai creduto nell’onore, nella lealtà, nella morale… che stupidaggine! Per questo nel tuo totale fallimento di vivere, nemmeno sarai capace dell’ultimo colpo”.

Credo che non ci sia nulla da aggiungere.

Pietro Sorba (pubblicato su Voce d’Italia il 01.06.2013)

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