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September 2017 - page 3

Foti e Marino: le visite del Presidente dell’Usei

Come vi avevamo annunciato il nostro Presidente Eugenio Sangregorio si trova a Roma per incontrare i vertici di partito, studiare l’attuale situazione politica e trovare sani punti d’incontro.

Oggi è la volta di Nino Foti: Laureato in giurisprudenza, dal 1985 al 2001 è stato consulente di direzione di varie società pubbliche e private, nazionali ed estere. Dal 2001 al 2005 è stato Vice Presidente dell’Istituto per la Promozione Industriale, e dal 2006 al 2010 Vice Presidente del Gestore del Mercato Elettrico. Nel Gennaio 2005 viene nominato, dalla Repubblica di San Marino, Cavaliere per il Gran Magistero dell’Ordine Equestre di Sant’Agata, per aver contribuito a consolidare i rapporti fra il Governo della Repubblica di San Marino e il Governo Italiano sostenendo la realizzazione di un accordo nel settore del turismo. Alle elezioni politiche del 2008 è eletto Deputato della Repubblica Italiana per la lista del Popolo della Libertà in Calabria. Durante la XVI Legislatura è stato membro della Commissione Trasporti e Capogruppo del PDL in Commissione Lavoro ed ha presentato, fra le altre, diverse proposte di legge in materia di agevolazioni per la libera imprenditorialità e per il sostegno del reddito e di interventi per il sostegno dell’imprenditoria e dell’occupazione giovanile e femminile. Nel corso della stessa Legislatura è stato promotore della proposta di legge 4515, recepita nell’ultimo Decreto Sviluppo, con la quale viene riformata la legislazione vigente in materia di consorzi per l’internazionalizzazione delle imprese. Come vedete è un uomo cresciuto nel settore privato, quindi che, oltre ad essere coterraneo di Sangregorio perché nato a Reggio Calabria, si trova in totale sintonia con i progetti USEI.

Domani sarà la volta di un alto rappresentante del PD, anche lui calabrese ed anche lui di nome Eugenio. Eugenio Marino è responsabile dei Rapporti con l’Estero del Partito Democratico da vari anni. È un giovane politico che si è specializzato nei rapporti con le notre comunità all’estero. Uomo di grande senso della responsabilità, preparato e profondamente vincolato al mondo degli accordi, delle idee nuove e della sinergia. Dopo le riunioni avremo occasione di raccontarvi ciò che leader politici di spessore hanno trovato in materia di punti in comune.

Cibo a domicilio: stranieri “pazzi” per cinese, pizza e piatti italiani

Che il food delivery sia diventata un tendenza è ormai un dato inconfutabile, in Italia e nel resto del mondo. Lo dimostra la crescente domanda dei cittadini a livello globale, i quali ordinano a domicilio una varietà di piatti che spazia da quelli tipici del proprio Paese, passando attraverso le cucine internazionali più amate ovunque, e arrivando fino ad alcuni piatti noti della cucina italiana, spesso rivisitati secondo i gusti stranieri.

Almeno sono queste le tendenze emerse dalla “Mappa del cibo a domicilio all’estero”, studio realizzato da Just Eat, leader nel mercato dei servizi per ordinare pranzo e cena a domicilio presente in Italia dal 2011, che ha analizzato i comportamenti della community di Just Eat in 6 paesi (Regno Unito, Danimarca, Norvegia, Irlanda, Spagna, Canada).

Dall’analisi emerge che all’estero chi ordina cibo da consumare a casa preferisce in assoluto la cucina cinese, seguita dalla nostra pizza e dalla cucina italiana, tendenze che mantengono alto l’onore della nostra tradizione culinaria fuori dai confini nazionali.

In particolare, il cinese risulta al primo posto nel Regno Unito con uno dei piatti più ordinati, il riso fritto con l’uovo, in Irlanda con le famose nuvole di drago, in Spagna con gli involtini primavera e in Canada con il riso fritto al pollo; la pizza è invece al primo posto in Norvegia con la classica margherita, un trend che è tipico anche in Danimarca dove piace molto anche la stravagante pizza peperoni (con salame), mentre i piatti della cucina italiana sono ordinati soprattutto dai nostri cugini spagnoli con pizza, tiramisù e lasagne.

La curiosità è che alcune di queste preferenze non si distanziano di molto da quelle degli italiani che vedono nella classifica delle cucine più ordinate a domicilio cinese, italiano e pizza come protagonisti della top 5 della Mappa del Cibo a domicilio in Italia.

Oltre a queste evidenze, Just Eat svela alcune nuove abitudini di consumo nel food delivery che stanno crescendo e cambiando gli ordini all’estero. In crescita infatti risulta la passione per la cucina greca in Canada, seguita da quella Thai e Indiana che rientrano nelle prime 8 cucine più apprezzate; inoltre la cucina Turca sta conquistando sempre più gli spagnoli, posizionandosi al quinto posto.

Ma come per i nostri connazionali, anche all’estero la cucina locale non può mancare a tavola, anche quando si ordina a domicilio, affermando in alcuni Paesi un forte attaccamento alla tradizionale locale e ad alcuni piatti “must have” di cui non si può fare a meno. Tra i più campanilisti, ci sono i canadesi che adorano il “poutine”, un contorno a base di patate e formaggio, gli spagnoli con le note patatas bravas, tipica tapas accompagnata da salsa piccante, e gli inglesi con l’intramontabile piatto britannico fish and chips, il filetto di pesce bianco fritto in pastella servito insieme ad abbondanti patatine fritte.

E se la cucina italiana si è affermata all’estero per il perfetto connubio tra qualità e stile sano dato dalla tanto invidiata dieta mediterranea, anche molte cucine estere stanno spopolando in Italia con alcuni piatti davvero tipici e strani ordinati da Nord a Sud quando si sceglie il food delivery nel nostro Paese.

Tra le città della Penisola più avanti nella sperimentazione di specialità curiose di tutto il mondo c’è Torino con il teque?os della cucina venezuelana, ovvero bastoncini di formaggio avvolti in pastella fritta, Milano con il piatto etiope degli zighini doro alicha e purè di lenticchie, un particolare spezzatino di carne, Roma con nasi goreng, il riso fritto indonesiano cucinato con pollo e gamberetti, e infine Palermo con le dita di Fatima, ricetta tunisina di involtini di carne.

Guardando alle cucine estere che già da diversi anni hanno conquistato i palati degli italiani, troviamo un’insolita moussaka greca tra gli ordini dei padovani, il sapore piccante del chili messicano a Napoli, le verdure cotte e speziate del Sabiji indiano nel food delivery veronese, il bacon cheesburger americano a Firenze e infine un ormai classico riso cinese alla cantonese a Bologna. (La Repubblica, 06.09.2017)

 

La Corte di giustizia Ue dà ragione all’Italia: giusto redistribuire i migranti

Redistribuire i migranti all’interno dei Paesi Ue è un diritto. Lo ha stabilito la Corte di Giustizia dell’Unione europea respingendo i ricorsi di Slovacchia e Ungheria che avevano cercato di fermare le cosiddette “relocation” dei richiedenti asilo da Italia e Grecia e che fino a oggi non hanno accolto nemmeno un profugo. Nella sentenza, i giudici spiegano che «il meccanismo contribuisce effettivamente e in modo proporzionato a far sì che la Grecia e l’Italia possano far fronte alle conseguenze della crisi migratoria del 2015». Una decisione duramente contestata da Budapest che ha definito la sentenza «oltraggiosa e irresponsabile».

La redistribuzione decisa dal Consiglio europa era stata ostacolata oltre che da Slovaccha e Ungheria anche dalla Repubblica Ceca e Romania. Il Gruppo di Visegrád, l’alleanza dei Paesi dell’Europa nord orientale, si era opposto per ragioni politiche, ma anche procedurali e giuridiche, il Consiglio, secondo la loro tesi, non avrebbe avuto i poteri per imporre l’accoglienza dei profughi.

Nel procedimento davanti alla Corte, la Polonia è intervenuta a sostegno della Slovacchia e dell’Ungheria, mentre Belgio, Germania, Grecia, Francia, Italia, Lussemburgo, Svezia e la Commissione europea sono intervenuti a favore del Consiglio Ue. Con la sua odierna sentenza, la Corte ha respinto integralmente i ricorsi proposti da Slovacchia e Ungheria.

Quanti sono? Il programma di ricollocamento dei richiedenti asilo dall’Italia continua a procedere ma molto più lentamente del previsto.

Al 28 agosto (data dell’ultimo aggiornamento del Viminale), i migranti effettivamente ricollocati sono solo 8.220, di cui 7.457 adulti, 743 minori e 20 minori stranieri non accompagnati. Diciannove i Paesi di destinazione: nell’ordine, Germania (3.215), Norvegia (816), Svizzera (779), Finlandia (755), Paesi Bassi (714), Svezia (513), Francia (330), Portogallo (302), Belgio (259), Spagna (168), Lussemburgo (111), Malta (47), Romania (45), Slovenia (45), Cipro (34), Lettonia (27), Lituania (27), Croazia (18) e Austria (15). Ungheria e Slovacchia, i due Paesi che avevano presentato il ricorso respinto oggi, non hanno sinora accettato di ospitare alcun richiedente asilo.

Il commissario europeo Dimitris Avramopoulos è soddisfatto: «La Corte di giustizia Ue ha confermato la validità dello schema dei ricollocamenti. È tempo di lavorare nell’unità e attuare in pieno la solidarietà». «La solidarietà non è a senso unico. Ora bisogna andare avanti con i ricollocamenti e con le procedure d’infrazione», aggiunge il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani.

Positivo anche il commento di Amnesty International: «Nessun Paese si può sottrarre alle proprie responsabilità sui profughi. Slovacchia e Ungheria hanno cercato di evitare il sistema di solidarietà Ue, ma ogni Paese ha il proprio ruolo nella protezione delle persone in fuga da guerre e persecuzioni» dice Iverna McGowan.

Francesco Olivio (pubblicato su La Stampa il 06.09.2017)

La battaglia della mozzarella divide Campania e Puglia: “Quella Dop non s’ha da fare”

“Mozzarella di Bufala Campana Dop” o “Mozzarella Dop Gioia del Colle” questo il dilemma che attanaglierà il consumatore se e quando la Comunità Europea concederà la nuova DOP, ovvero quella relativa al prodotto caseario pugliese. Ebbene questo è anche il motivo del contendere tra la regione Campania e il comitato che ha proposto il riconoscimento della DOP per la mozzarella di Gioia del Colle. Per capire meglio quello che sta accadendo tra Campania e Puglia in questi giorni è necessario tornare indietro di poco più di una settimana, precisamente al 28 agosto, quando la Gazzetta ufficiale pubblica la proposta di riconoscimento della Dop Mozzarella di Gioia del Colle.  Apriti cielo! In Campania esplode la polemica, levata di scudi e susseguirsi di interrogazioni in seno al parlamento campano. Il vulnus? La mancanza di evidenza del latte usato nella denominazione – vaccino per il formaggio gioiese – a detta dei campani, potrebbe dare origine a fraintendimenti in cui può incorrere il consumatore che chiede di acquistare la “mozzarella” sì, ma quale?
La Campania, che in questa filiera ha sempre puntato molto in termini di promozione territoriale, è scesa in campo non per aggredire il prodotto pugliese, come sottolineano in molti, ma per fare chiarezza. Il timore che si confonda la mozzarella di bufala campana DOP, eccellenza del loro territorio, con il prodotto che si candida ad avere la propria denominazione di origine protetta, ma con un nome che non precisa la tipologia di latte utilizzato, essenziale elemento distintivo e che eviterebbe ogni sovrapposizione, dicono gli addetti ai lavori campani, è solido e fondato sulla scorta di precedenti esperienze.

La procedura di autorizzazione, che si conclude con l’approvazione della Commissione Europea, prevede “eventuali opposizioni, adeguatamente motivate” da far pervenire al Ministero entro e non oltre trenta giorni dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della proposta soltanto da coloro che hanno un interesse legittimo, risiedono in Italia e sono capaci di dimostrare, tra l’altro, che “la registrazione del nome proposto danneggia l’esistenza di un nome omonimo o parzialmente omonimo”. Sulla base di questa opportunità il Consorzio di tutela della Mozzarella Campana, sta valutando con la Regione e il Ministero cosa fare e come muoversi.

Come più che naturale, nella regione dei trulli, non hanno nessuna intenzione di restare a guardare, mentre i loro sacrifici tesi alla concessione del “sacro” sigillo comunitario, svanisca o rischi eventuali stop. La “conquista” della DOP per la “Mozzarella di Gioia del Colle” è garanzia di qualità, tracciabilità e riconoscibilità del prodotto, ma anche di rispetto e tuteladel consumatore e opportunità di consolidamento commerciale sui mercati acquisiti e per lo sviluppo di nuovi mercati”. Così risponde alle bordate campane dalle pagine del Corriere del Mezzogiorno, Enzo Lavarra, giornalista, attivo politico in quota PD e tra i relatori alla presentazione del disciplinare. “Quella dei campani mi pare una posizione assolutamente infondata – osserva Lavarra –. Per definizione il riconoscimento di una DOP si fonda sull’unicità della materia prima e della tecnica produttiva, e non v’è dubbio che la mozzarella di Gioia del Colle sia unica per la materia prima (il latte vaccino), per la tecnica produttiva (a siero-innesto), e per la documentata storia commerciale. Quanto agli argomenti della protesta campana, siamo in attesa di un’eventuale procedura di opposizione. Il loro è un annuncio, per questo bisogna replicare prima con l’argomento di sostanza”. 

“Premesso che il termine “mozzarella” è nato in Campania oltre quattro secoli fa, come evidenziato in numerosi documenti storici, poi reso generico da iniziative che reputo quanto meno bislacche (decreto Pinto del 98 e successivi in merito alla STG Mozzarella), mi preme sottolineare che l’unico significato, o meglio, la ragion d’essere principale delle DOP è preservare il “genius loci”, le specificità dei singoli territori, come fu per il riconoscimento della DOP Campana nel 1996. Nel momento in cui esiste un’altra dop che utilizza lo stesso termine di prodotto e non evidenzia le proprie specificità, trovo sia lampante che vi sia un danno”. Così puntualizza uno dei padri della new age della Mozzarella di Bufala Campana DOPAntonio Lucisano, per anni direttore generale del Consorzio di tutela. “Per quanto si sa, la Puglia aveva richiesto che si registrasse il marchio “Treccia di Gioia del Colle”, ma sarebbe stato proprio il ministero a modificare la proposta con Mozzarella di Gioia del Colle. Così non si è rispettato chi, sul marchio Mozzarella di Bufala Campana DOP, ha investito per decenni. E non si è rispettata la più elementare regola del marketing: evitare confusioni nella testa del consumatore. Tra equivoci e confusione la filiera agricola e produttiva della DOP campana perderà quote di mercato. Chi pagherà? Come farà il consumatore americano o quello francese a stabilire la differenza che passa tra prodotti con lo stesso nome?, si chiede Lucisano. 

Una somiglianza troppo spiccata, in sunto, alla base della protesta campana, liquidata come una mera questione di campanilismo commerciale dai pugliesi. L’annosa diatriba andrà avanti ancora per  lungo tempo, c’è da scommetterci, con l’auspicio che tra i due litiganti, il terzo che solitamente gode sia il consumatore.

Francesco Bruno Fadda (pubblicato su La Repubblica il 06.09.2017)

Hai commesso un delitto: al tuo paese, zitto e march!

Nel mese di gennaio scorso il Presidente Mauricio Macri  ha firmato un decreto con il quale si vieta l’ingresso in Argentina ai migranti che hanno commesso un reato nel loro paese di origine e si stabilisce l’espulsione degli stranieri che hanno commesso un delitto in Argentina.

Patricia Bullrich, ministro della Sicurezza ha detto: Chi ha commesso un misfatto nel suo paese, non entra in Argentina, e chi commette un delitto stando in Argentina sarà espulso velocemente. Il Potere Esecutivo ha pubblicato il decreto 70/2017, che modifica la Legge migratoria 25871 del 21.01.2004, e impone controlli più severi per evitare che entrino nel paese delinquenti stranieri e stabilisce che siano cacciati gli immigrati che abbiano commesso un reato in Argentina.

La norma recita che ogni Stato ha il diritto sovrano di stabilire i criteri di ammissione e di espulsione degli stranieri. Continua segnalando che questo potere è contrastato dalla durazione dei processi amministrativi e giudiziari, che possono arrivare a sette anni di durata e superarli, e ritardare quindi l’espulsione di un delinquente.

Sicuramente molte persone, nell’attuale clima di linciamento sociale che si è imposto in Argentina, d’intolleranza, appoggeranno il decreto ma questo non toglie che siano necessarie alcune riflessioni.

Dapprima: un delinquente che ha commesso un delitto e ha pagato per esso non dovrebbe essere più considerato colpevole? Perché allora negargli l’ingresso?  In seguito: perché espellere una persona che emigrata in Argentina ha commesso un illecito ed ha pagato con il carcere il suo delitto?  Non è demagogia e populismo?

Si sa che in Argentina c’è una grande collettività italo – argentina, formata da figli e nipoti di italiani, ma anche da italiani emigrati da piccoli. Pensando che sono molti è lecito pensare che alcuni di loro abbiano commesso un delitto e siano stati in galera. In questo caso che senso ha rimandare in Italia chi ha sbagliato se ha trascorso qui tutta la sua vita? L’espulsione non sarebbe un modo di continuare a fargli pagare una pena,  già scontata, durante il resto della sua vita?

Edda Cinarelli

Triora, il paese delle Streghe

Triora è un borgo dell’Appennino ligure, di 600 abitanti. Si trova in provincia di Imperia, nella Valle Argentina, nel Parco Nazionale delle Alpi Marittime, abbastanza vicino al confine con la Francia. E’ a 700 metri di altezza ed è circondato da monti che di metri ne hanno duemila.

Il paese conserva inalterato il suo suggestivo e medioevale centro storico ed è molto famoso perché tra il 1587 e il 1590 vi si è svolto il principale episodio di caccia alle streghe. Per questa ragione e per la bellezza del paesaggio è diventato una meta turistica differente e interessante.

La caccia alle streghe di Triora, borgo che all’epoca dei fatti era posto la sovranità della Repubblica di Genova, risale 1587 e fu la conseguenza del clima di tensione generato da una grave carestia che aveva colpito la Valle Argentina. La crisi di sussistenza, causata dall’appropriazione di derrate alimentari da parte dei proprietari terrieri locali intenzionati ad arricchirsi, fu addebitata ad alcune donne, presunte streghe. Si trattava sia di donne umili, residenti presso la “Cabotina”, il quartiere più povero del paese, sia di donne di condizione sociale più elevata.

Su sollecitazione della comunità locale e del podestà Stefano Carrega, giunsero sia il vicario inquisitoriale sia il vicario del vescovo di Albenga Gerolamo Dal Pozzo: entrambi convinti dell’esistenza della stregoneria e del sabba, durante la messa presso la chiesa parrocchiale, invitarono le popolazioni del luogo alla delazione. Le richieste dei due vicari non tardarono a essere accolte e condussero a una serie di rivelazioni e di accuse a catena incontrollate dovute alle forti tensioni sociali presenti nella zona.

In seguito a indagini sommarie e a spietati interrogatori effettuati anche con l’ausilio della tortura, furono messe sott’inchiesta oltre quaranta donne e un uomo, che confessarono di essere autori di malefici e di infanticidi. La piega drammatica presa dalla situazione spinse il Consiglio degli Anziani, nel gennaio del 1588, a rivolgersi al doge di Genova per chiedere la sospensione dei processi, la revoca dell’incarico a Dal Pozzo e l’intervento dell’Inquisitore generale  Alberto Drago. Dopo un mese dall’arrivo di Drago, giunse Giulio Scribani, commissario nominato dal governo genovese, che fece precipitare gli eventi.

Scribani, mosso da eccessivo zelo, promosse una caccia alle streghe in tutta la zona, coinvolgendo anche i paesi vicini a Triora, cioè Castelvittorio, Montalto, Badalucco, Porto Maurizio e Sanremo. Visti i numerosi nuovi arresti e la richiesta della pena capitale per alcune imputate, il governo genovese intervenne e affidò all’uditore Serafino Petrozzi l’incarico di rivedere i processi e di verificare l’agire dello Scribani.

La caccia alle streghe ormai era fuori controllo e l’Inquisizione genovese, nell’estate 1588, decise di agire rivendicando la sua competenza esclusiva sulla vicenda e trasferendo le accusate a Genova nelle prigioni governative; alla fine di settembre tutta la documentazione fu inviata a Roma all’esame della Congregazione del Sant’Uffizio. Il cardinale Giulio Antonio Santoro, arcivescovo di Santa Severina e segretario del Sant’Uffizio, dopo avere letto i verbali, accusò i giudici locali di «inumanità et crudeltà». Nel frattempo, le donne trasferite a Genova avevano ritrattato le loro confessioni, in precedenza estorte sotto tortura.

Le sentenze finali, emesse tra 1589 e 1590, furono molto clementi. Una parte delle inquisite fu condannata all’abiura e a leggere alcune penitenze, una parte, invece, fu rilasciata. L’unico uomo messo sotto accusa, Biagio de Cagne, fu condannato anch’egli all’abiura.

Edda Cinarelli

Paolo Capone (Ugl) incontra il Ministro del Lavoro argentino

A Buenos Aires la missione dell’UGL con Francesco Paolo Capone, Segretario generale, Luigi Ulgiati, Segretario della Federazione nazionale Chimici e Francesco Alfonsi, Segretario della Federazione nazionale Trasporto Aereo.

Lunedì scorso al Ministero del Lavoro ha avuto luogo un lungo incontro con il Ministro Jorge Triaca ed il Sottosegretario alla Sicurezza Sociale, Malvis Paulucci. Dopo che il Segretario generale Capone ha illustrato la realtà della sua Confederazione, il Ministro del Lavoro argentino ha dichiarato di ritenere necessario stabilire una collaborazione organica con l’Ugl per intensificare i rapporti dell’Argentina con l’Italia per tutto quanto riguarda i vari aspetti del mondo del lavoro ed ha invitato il Segretario generale dell’UGL a tre importanti eventi a Buenos Aires: la conferenza internazionale dell’ILO sul lavoro minorile, che avrà luogo a novembre, il convegno WTO di dicembre sul commercio internazionale e soprattutto il G20 del 2018. Nel pomeriggio la delegazione dell’UGL è stata ricevuta presso la sede centrale dell’ANSES.

Nel frattempo verranno elaborati dei protocolli d’intesa per formalizzare la stretta collaborazione fra il Governo argentino e l’UGL, che verranno firmati in occasione della prossima venuta del Segretario Capone.

Nel pomeriggio la delegazione dell’UGL è stata ricevuta presso la sede centrale dell’ANSES, che è l’omologa della nostra INPS. L’Administración Nacional de la Seguridad Social è un ente che dipende dal Ministero del Lavoro, che gestisce le prestazioni di sicurezza sociale, fra le quali gli assegni familiari, i sussidi di disoccupazione, i servizi previdenziali, ecc.

Con il Direttore generale Dr. Federico Lagorio ed i suoi collaboratori, il Segretario generale Capone , Ulgiati e Alfonsi hanno avuto un nutrito scambio di idee ed informazioni sui diversi sistemi dei due Paesi. Si è deciso di instaurare un canale di comunicazione per una collaborazione soprattutto per l’assistenza ai pensionati italiani in Argentina ed argentini in Italia. (Italia Chiama Italia, 29.08.2017)

La difficile estate di Cristoforo Colombo: decapitato un busto a New York

A Colombo viene rinfacciato il trattamento riservato alle popolazioni indigene nei Caraibi e nell’America del Sud al momento dello sbarco nel nuovo Continente, al punto che venerdì scorso a Columbus Circle — la piazza newyorkese a lui intitolata, appena 25 chilometri a Sud rispetto al parco di Yonkers — un gruppo di manifestanti chiedeva la rimozione della statua dell’esploratore donata alla città nel 1892 dalla comunità italoamericana, della quale è un simbolo. «Colombo non ha scoperto l’America, l’ha invasa», sostenevano i cartelli dei dimostranti. A scatenarli era stata la richiesta di rimozione fatta della presidentessa del consiglio comunale Melissa Mark-Viverito e il successivo annuncio del sindaco italoamericano Bill De Blasio, che pochi giorni dopo aveva inserito la statua fra i monumenti che dovranno essere valutati in novanta giorni — e con «standard universali», ha precisato il primo cittadino — da un’apposita commissione, che deciderà quali monumenti suggeriscono «odio, divisione, razzismo, antisemitismo o qualsiasi altro messaggio che sia contrario ai valori della città», e per questo andranno rimossi.

Gli attacchi a Colombo, però, non si fermano qua. A Baltimora, in Maryland, una statua di Colombo eretta nel 1792 è stata distrutta a martellate. A Detroit, in Michigan, i manifestanti contro il suprematismo bianco hanno avvolto il monumento del 1910 all’esploratore in un drappo nero che, con l’ausilio di un pugno del black power, chiedeva: «Reclamiamo la nostra storia». A Houston, in Texas, una statua donata alla città dalla comunità italoamericana nel 1992, nel cinquecentenario della scoperta delle Americhe, è stata imbrattata di vernice rosso sangue. A Oberlin, in Ohio, il consiglio comunale ha approvato una risoluzione che abolisce il Columbus Day – il secondo lunedì d’ottobre, quest’anno il 9, festa nazionale negli Stati Uniti – sostituendolo con l’Indigenous People Day, la festa delle popolazioni indigene. Statue di Colombo sono sotto accusa anche a Lancaster (Pennsylvania), a Columbus (Ohio) e a San Jose (California), dove già nel 2001 un uomo provò a distruggere con un martello il monumento all’esploratore eretto in municipio, urlando «assassino»: fu arrestato e condannato a pagare 66 mila dollari per restaurare la statua.

Oltre alla comunità italoamericana — furiosa per essere accomunata alle classi bianche e privilegiate —, in difesa di Colombo si è schierato anche il giornalista Robert Kuttner, fondatore e direttore della rivista della sinistra americana The American Prospect, l’uomo che pubblicò il celebre sfogo dell’ex stratega capo della Casa Bianca Steve Bannon. «Rimuovere le statue di Washington, Jefferson o Colombo servirà a curare le ferite della storia o sarà carne fresca in mano a tutti i Bannon?», si chiede Kuttner, riferendosi alla destra alternativa e populista che potrebbe continuare a guadagnare consensi mentre la sinistra si sgretola litigando con la storia, come presagiva lo stesso Bannon: «Se la sinistra resta concentrata su razza e identità e noi puntiamo sul nazionalismo economico, distruggeremo i democratici», sosteneva l’ex capo stratega. «Non possiamo cancellare la storia, ma dobbiamo accettarla», spiega il giornalista americano. «Non credo che prendere a martellate le statue di Washington, Jefferson e Colombo servirà a qualcosa»

La Notte della Taranta si conferma il festival musicale più importante d’Europa

Alla gente che ha voglia di divertirsi, di mare, sole ed allegria, consigliamo una bella vacanza in Puglia, dove a parte il mare azzurro e incontaminato i turisti possono rilassarsi e ballare con la gente del luogo e tanti stranieri. In Puglia infatti si svolge la manifestazione di musica popolare più importante d’Europa, giunta quest’anno alla sua ventesima edizione. Si tratta quindi di un festival giovane, iniziato quest’anno il 6 agosto e   concluso a Melpignano, nel Salento,  il 26 agosto, durato quinti  tutto il mese di agosto per dare alla gente il piacere di una estate differente, in cui si fanno le ore piccole ballando alla luce dela luna.

Le tappe quest’anno sono state 18: Corigliano d’Otranto, Nardò, Torre San Giovanni, Cursi, Acaya, Calimera, Zollino, Alessano, Lecce, Torrepaduli (Fuorifestival), Galatina, Carpignano, Sogliano Cavour, Soleto, Martignano, Castrignano dei Greci, Cutrofiano, Sternatia, Martano. Nella notte conclusiva del festival ci sono state 8 ore di spettacolo di musica, danza, colori. Vi hanno partecipato  oltre 200 mila persone provenienti da tutta Italia e dall’Estero. Una notte all’insegna della pace e del dialogo tra i popoli sulle note della “pizzica” la musica tradizionale salentina che è stata interpretata dai numerosi ospiti sotto la guida del maestro concertatore Raphael Gualazzi.

Ai 21 componenti dell’Orchestra Popolare si sono uniti il cantante Gregory Porter, vincitore di due Grammy Award,  il chitarrista di David Bowie Gerry Leonard, il sassofonista dei Rolling Stones Tim Ries, il percussionista cubano Pedrito Martinez. Il tutto è stato addolcito dalle voci della statunitense Suzanne Vega che ha proposto una versione “pizzicata” di “Luka”, uno dei brani che l’hanno resa celebre, e della cantante israeliana Yael Deckelbaum che ha portato sul palco “La preghiera delle madri” con l’esibizione della prima ballerina della Scala Nicoletta Manni. Unici ospiti italiani gli emergenti Boomdabash.  Non ci sono stati disturbi.

Edda Cinarelli

Per il cane siamo la sua famiglia: altro che dominanza…

Le conoscenze nel campo dell’etologia animale hanno subìto, negli ultimi anni, un notevole sviluppo. L’interesse dei ricercatori nei riguardi delle capacità cognitive degli animali ha svelato lo sconosciuto universo delle altre menti che popolano il nostro mondo e della cui esistenza, troppo spesso, non teniamo conto.

Conoscere l’altro è, infatti, il primo passo, indispensabile e necessario, per poter realizzare un rapporto etico di reciproco rispetto: capirne le esigenze, imparare i suoi modi di comunicare, spesso così diversi dai nostri, permette di instaurare un rapporto profondo e soddisfacente con chi è altro e diverso da noi.

Incredibilmente anche per il cane, il più antico animale domestico, le ricerche continuano a svelare nuovi aspetti della sua mente. E di mente, per questo animale, possiamo senz’altro parlare, se non fosse altro perché la prova, tragica, della sua esistenza deriva dal fatto che, come la nostra, anche la mente del cane si ammala ed è curata con gli stessi principi farmacologici utilizzati nell’uomo.

Narra una leggenda dei nativi americani che, quando Dio creò il mondo, egli aveva un cane accanto; questo a significare quanto a lungo la nostra vita di esseri umani sia stata condivisa con questo animale. Eppure ogni giorno ci accorgiamo di non conoscerlo abbastanza. Sono noti, da almeno 50 anni, i fondamenti del condizionamento classico ed operante e ciò ha permesso di addestrare i cani, evitando un approccio violento all’animale. L’utilizzo del premio, per fare in modo che un comportamento desiderato si ripeta, è alla base di quello che è comunemente noto come metodo di addestramento gentile.

Tuttavia le ricerche sono proseguite e mentre il metodo gentile non è ancora universalmente diffuso, già nuovi approcci addestrativi si stanno realizzando. Gli studi più recenti hanno, infatti, messo in luce come il cane sia in grado di attuare alcune forme di apprendimento sociale, imparando più rapidamente, dall’osservazione dei propri simili o dell’uomo stesso. Sta nascendo così un nuovo modo di addestrare il cane, basato sull’imitazione dei comportamenti del proprietario.

Ma è forse sul piano più profondo delle relazioni sociali ed affettive che le nuove ricerche hanno ottenuto i risultati più importanti per quanto riguarda la nostra relazione con questo animale. Gli studi più recenti hanno definitivamente dimostrato come il cane sia in grado di sviluppare un forte legame di attaccamento nei confronti del proprietario, verificabile con lo stesso test utilizzato nella nostra specie per capire quale tipo di attaccamento vi sia tra i bambini e le proprie madri.

La madre per il bambino, il proprietario per il cane costituiscono, al contempo, un rifugio e una base sicura cui far ritorno, per cercare conforto nei momenti di difficoltà e da cui ripartire per vivere adeguatamente nel mondo.

È tramontata quindi la teoria secondo la quale il cane, come il suo antenato lupo, vede nella famiglia un branco, di cui è portato, istintivamente, a divenire il leader se non opportunamente dominato. Teoria basata su un parallelismo assurdo tra due animali diversi, uno dei quali, il lupo, osservato in condizioni di cattività spesso estreme e l’altro, il cane, sottoposto ad una selezione tale che lo ha reso collaboratore prezioso in tante attività umane.

La vera natura del cane si realizza perciò nella famiglia, restituendo significato al nome latino di Canis familiaris che Linneo gli attribuì: un animale che ha, per l’appunto, nella famiglia umana la sua nicchia ecologica. Per molte persone anziane e sole, il cane è la famiglia, per altre un suo membro a tutti gli effetti, un prezioso compagno di giochi per i bambini, a cui insegna il rispetto per chi ha esigenze diverse e la responsabilità del prendersi cura di un altro essere. Ecco chi è questo sconosciuto che vive con noi da migliaia di anni.

Angelo Gazzano (pubblicato su Il Secolo XIX il 30.08.2017)

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