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September 2017

Cerimonia di presentazione della Ley Provincial 14.833 che dichiara la città di La Plata “Capital del Inmigrante Italiano”

Lo scorso 6 settembre presso il Senato della Provincia di Buenos Aires si è svolta una emotiva cerimonia per presentare ufficialmente, ad un anno dalla sua entrata in vigore, la Legge Provinciale 14.833 che ha dichiarato la città di La Plata ‘Capital del Inmigrante Italiano’.

La legge, nata da un progetto promosso dalla Federazione delle Associazioni Italiane della Circoscrizione Consolare di La Plata (FAILAP) e fortemente sostenuta da questo Consolato Generale, vuole rendere omaggio all’emigrazione italiana che ha caratterizzato la vita sociale, culturale ed economica della città di La Plata sin dalla sua fondazione, riconoscendone la ‘specialità” all’interno del contesto della Provincia di Buenos Aires. Nei primi censimenti ufficiali, infatti, la maggioranza della popolazione era composta da emigrati italiani a cui si deve in gran parte la costruzione della città.

La cerimonia, presieduta dal Vice Governatore della Provincia di Buenos Aires, Daniel Salvador, ha visto la grande partecipazione della collettività italiana della zona, di diversi deputati e senatori provinciali, del vice presidente della Suprema Corte di Giustizia, Eduardo Pettigiani, del Sindaco di Berisso, Jorge Nedela, e di un vasto pubblico di personalità che a vario titolo vantano legami di amicizia, vicinanza e collaborazione con la comunità italiana.

Durante la manifestazione sono intervenuti oltre al Vice Governatore, il Presidente della FAILAP, Daniel Gasparetti, il Segretario Generale della Provincia di Buenos Aires, Fabian Perechodnik ed il Sindaco di La Plata, Julio Garro. In tutti gli interventi istituzionali è stata rimarcata la grande ‘italianità” della città di La Plata che si manifesta non solo nella presenza di numerosi connazionali ma anche si riflette tuttora nella vita economica, culturale e sociale della capitale della Provincia di Buenos Aires.

Nel suo intervento, il Console Generale Iacopo Foti ha rimarcato la relazione speciale, quasi familiare, che unisce Italia ed Argentina ed ha auspicato che questa legge costituisca un impulso verso nuovi traguardi di collaborazione e cooperazione. In tale ambito ha segnalato come La Plata ospiti dal 2009 la manifestazione “Italia Para Todos” e dal 2015 il “Festival della Musica Italiana di La Plata” due eventi molto importanti non solo per la collettività italiana ma per tutta la popolazione cittadina ed auspicato che si possa giungere in tempi brevi alla riqualificazione di “Plaza Italia”, una delle piazze più importanti ed emblematiche della città che rappresenta per la comunità una italiana un luogo simbolo della propria identità nazionale.

La cerimonia si è conclusa con l’esibizione dal vivo di alcuni cantanti lirici del corpo stabile del Teatro Argentino che, accompagnati da un pianoforte, hanno eseguito alcuni celebri brani del repertorio lirico italiano.

Campagna di iscrizione AIRE

Dalla rete diplomatico-consolare all’estero viene regolarmente confermato come ampie fasce di cittadini non si iscrivano all’AIRE, pur trovandosi nelle prescritte condizioni di legge. Una delle principali ragioni di fondo di tale fenomeno attiene alla percezione della sostanziale “inutilità” dell’AIRE. In altri termini, l’iscrizione è obbligatoria per legge (477/1988), ma non ne vengono avvertiti con immediatezza i vantaggi concreti, nè è prevista una sanzione nel caso di inosservanza.

Proprio per illustrare i vantaggi dell’iscrizione all’AIRE, d’intesa con il Servizio Stampa questa Direzione Generale ha messo a punto una campagna promozionale pensata per poter essere veicolata sia in versione digitale, su web e social, sia in forma cartacea. La campagna verrà lanciata lunedì 2 ottobre sul sito esteri.it e sugli account Twitter e Facebook della Farnesina e sarà ripresa lo stesso giorno sui siti web delle sedi diplomatico-consolari.

Al di là degli aspetti positivi per i connazionali che si iscrivono, disporre di dati anagrafici aggiornati sui residenti all’estero consente inoltre di disporre di una più realistica fotografia della nostra collettività – importante per agevolare un’efficace prestazione dei servizi all’utenza – e della pressione che essa esercita sui servizi consolari. E ciò, anche per sostenere la richiesta di risorse adeguate per la rete diplomatico-consolare.

Per quanto riguarda le modalità per effettuare l’iscrizione, la campagna invita i connazionali a individuare sul sito esteri.it il proprio consolato e quindi a contattarlo. Inoltre, in aggiunta alle tradizionali modalità di iscrizione, si preannuncia fin d’ora che sarà progressivamente estesa alla rete anche la possibilità di iscrizione attraverso il programma appositamente dedicato ai servizi consolari, già in funzione presso le sedi che partecipano al progetto pilota.

Italiani all’estero, Ricardo Merlo (MAIE): “Rete consolare al collasso, situazione insostenibile”

L’On. Ricardo Merlo, presidente MAIE: “Mentre Roma discute di candidature gli italiani all’estero sono abbandonati a se stessi”. E ancora: “Nella Circoscrizione di Bahia Blanca (Patagonia Argentina), 70mila connazionali, c’è un solo impiegato di ruolo in Consolato. E’ una follia, una vergogna”

Durante la sua visita in Patagonia, oltre ad avere partecipato a incontri politici e istituzionali, ma anche conviviali a stretto contatto con la comunità italiana, il presidente de MAIE, On. Ricardo Merlo, ha raccolto informazioni sulla situazione della rete Consolare in Patagonia.

“Incredibile, da non credere – commenta Merlo -, in un territorio di milioni di chilometri quadrati, nel quale risiedono quasi 70mila italiani, in Consolato c’è solo un impiegato di ruolo. Il lavoro del nostro Console Generale e dell’unico impiegato in Consolato è encomiabile. Non capisco come facciano i colleghi eletti all’estero (14 su 18) ad appoggiare una politica che ci mortifica in questo modo”.

“Dopo 5 anni di Governo PD – sottolinea Ricardo Merlo – la situazione consolare sta collassando e a Roma si continua a discutere di alleanze politiche, candidature e spazi di potere, senza pensare alle nostre vere emergenze. E‘ veramente triste. Dobbiamo cambiare – conclude il presidente del Movimento Associativo Italiani all’Estero -, metterci insieme subito, votare contro qualsiasi governo che sostenga pessime politiche per gli italiani all’estero, le stesse che ci hanno portato a questa situazione insostenibile e insopportabile”. (pubblicato da Italia Chiama Italia, 21.09.2017)

A Mataderos Adriano Cario presenta l’USEI

La sera del venerdì 22 settembre si è svolta una cena al Centro Calabrese di Mataderos diretto dalla Famiglia Cario. In tale occasione Adriano Cario ha annunciato formalmente la sua adesione all’USEI di Eugenio Sangregorio per le prossime elezioni politiche italiane 2018.

Oltre 40 amici e compagni della grande famiglia calabrese e de L’ECO D’ITALIA si son dati appuntamento, “asado de por medio”, nei saloni del Centro Calabrese di Mataderos per ufficializzare la candidatura di Adriano Cario alle prossime elezioni politiche. “E’ stata una bellissima cena, ma soprattutto l’occasione per trovare punti di incontro per spingere il nostro partito USEI, guidato da Eugenio Sangregorio, un uomo che ci ha sempre appoggiato ed aiutato e ci spinge a far parte del Parlamento Italiano” – ha sostenuto Adriano Cario al brindisi. Alla cena ha partecipato anche Juan José Tufaro, politico argentino che aderisce all’USEI.

Ha anche detto due parole Alessandro Cario, Presidente del Gruppo Cario Editore che ha sottolineato l’importanza di trovare punti concentrici attorno al nuovo tipo di fare politica: “Oggi viviamo in un mondo in costante cambiamento – dice Cario – che ci sfida in ogni momento. Per i più giovani è sempre più difficile trovare lavoro e l’USEI, attraverso il suo conduttore Sangregorio, ha come principale obiettivo, promuovere le nuove generazioni e stimolarle verso un futuro più prospero”. In chiusura Stefano Casini, Coordinatore Ufficio Stampa USEI, ha detto: “Oggi non esiste più la sinistra o la destra, soltanto esistono i buoni ed i cattivi governi. Il mondo non si ferma e la grande sfida del ventunesimo secolo è, prima sapere dove siamo in piedi e poi agire in conseguenza. La tecnologia continua a distruggere posti di lavoro, ma è fondamentale essere coscienti che ci sono nuovi metodi per stimolare i nostri giovani. Siamo coscienti che l’America Latina è un continente che vende più comodities che progresso ed è per questo che l’USEI sta costruendo un ambito di intesa commerciale, affinché i piú giovani possano trovare nicchi di mercato in questo mondo cosí competitivo.” L’USEI è in piena strategia di conferma di candidati, organizzazione delle zone d’influenza, segmentazione di nuove proposte commerciali ecc. Per ragioni di forza maggiore non hanno potuto partecipare alla riunione il Presidente Sangregorio ed il Segretario Francisco Fialá che ha un problema familiare per via di una grave malattia del padre. In ogni caso hanno inviato messaggi ai presenti per ringraziare lo sforzo realizzato.

Asado, insalata e tiramisù casereccio hanno deliziato i presenti.

Alfano sotto la Statua di Colombo a New York, “patrimonio dell’umanità”

Per il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, non c’era occasione più ghiotta di questa, ad una manciata di mesi dalle elezioni politiche italiane, che coinvolgeranno anche gli elettori italiani all’estero, e nel pieno del vivace dibattito che sta letteralmente travolgendo gli Stati Uniti, per difendere la statua di Cristoforo Colombo. Lo ha fatto, nella settimana della 72esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, incontrando i giornalisti proprio a Columbus Circle, sotto alla statua di Cristoforo Colombo oggetto di polemiche e attacchi.

Angelino Alfano ha difeso la tradizione del navigatore italiano, definito “uomo straordinariamente coraggioso”, anche se ha evidenziato come quello in corso oggi negli Stati Uniti sia “un legittimo dibattito”, nel quale “noi non entriamo”. Un dibattito che in ogni caso  “non ha nulla a che fare” con quelle che sono state le caratteristiche positive del personaggio Cristoforo Colombo, un uomo coraggioso che rappresenta, secondo Angelino Alfano, “un patrimonio dell’umanità” e “pioniere della globalizzazione”.

Per Cristoforo Colombo, però, ci sono state delle popolazioni che hanno sofferto e che oggi rivendicano quelle sofferenze. Alla domanda della Voce di New York, Alfano ha ribadito che “si tratta di un dibattito dentro la società americana su punti sensiibli della loro storia, su cui noi non entriamo”. E all’ipotesi che l’Italia possa regalare delle statue o dei simboli a quei popoli che oggi rivendicano le sofferenze patite per Colombo, Alfano è stato chiaro: “Noi siamo qui per testimoniare l’orgoglio italiano e non abbiamo bisogno di fare statue risarcitorie ad altri: noi abbiamo una storia che si proietta verso il futuro perché la passione verso l’ignoto che ha determinato il successo di Cristoforo Colombo come pioniere quasi della globalizzazione è qualcosa che appartiene alla storia e all’identità italiana nazionale italiana. Storia e identità nazionale che hanno saputo diventare lega per un’identità più grande”, che ha permesso a Cristoforo Colombo “di scoprire il Nuovo Mondo”.

Qui e il video dell’incontro con le sue parole: “Il legittimo dibattito all’interno degli Stati Uniti non credo abbia nulla a che fare con questo uomo straordinariamente coraggioso”, ha detto il Ministro Alfano. “Non abbiamo bisogno di fare statue risarcitorie del passato, abbiamo una storia che si prospetta verso il futuro”.

Stefano Vaccara e Davide Mamone (pubblicato su La Voce di New York il 22.09.2017)

La cucina italiana è un’invenzione

Ma esiste davvero la cucina italiana? Me lo sono chiesto in questi ultimi tempi partecipando ad alcuni eventi culinari. Forse la domanda giusta sarebbe: da cosa si riconosce la cucina italiana? Il tema non è così scontato come sembra. Sappiamo che essa è importante per gli italiani e che definisce un modo di essere. “La cucina di una società – come sosteneva Claude Levi Strauss – è il linguaggio nel quale essa traduce inconsciamente la sua struttura”. Tuttavia a pochi anni dalla fine del XIX secolo la cucina italiana non esisteva. Non tutti sanno, infatti, che la cucina italiana è un vero e proprio artifizio, un’invenzione storica, perché la vera cucina italiana è stata, da sempre, locale, a carattere regionale. Oggi, invece, la decantano, l’apprezzano, la consumano ovunque nel mondo e si parla di stile culinario italiano come fosse qualcosa di unico e compatto.

Fu il celebre Pellegrino Artusi, in clima risorgimentale, a cucire le differenze tra una regione e l’altra, tra una località e l’altra. La pasta e la pizza divennero i simboli della cucina italiana: la pizza Margherita, in onore della regina d’Italia Margherita di Savoia, con i colori che richiamavano la bandiera nazionale: il pomodoro per il rosso, la mozzarella per il bianco e il basilico per il verde. Allo stesso modo la pasta con il pomodoro che di bianco ha, invece, gli spaghetti, i maccheroni o i fusilli. Successivamente fu Vittorio Agnetti a completare, tra gli altri, il tema con La cucina nazionale (1910). Il periodo era quello post-risorgimentale, cioè il periodo del fare metabolizzare agli italiani l’Italia come una struttura socio-culturale e modello di convivenza. Perché, come abbiamo più volte detto anche in questa rubrica, gli italiani c’erano già, con i loro costumi, comportamenti, attitudini, diversità. Quello che mancava, e forse manca ancora oggi, era l’Italia.

In quel paradigma, era normale che la cucina divenisse strumento di unione, come lo era la scuola, la leva, la cittadinanza, i diritti e i doveri.

Artusi, su questo, fu un maestro, grandissimo nella sua opera di costruzione nazionale. Ma la cucina italiana rivelava comunque e ovunque le sue origini locali e regionali. Molti piatti mantennero la loro origine nel nome: “alla veneta”, “alla piemontese”, “alla siciliana”, “alla romana”, “alla bolognese”, proprio per identificarne la provenienza. Perché l’Italia delle cento città e dei mille campanili è anche il paese delle cento cucine e delle mille ricette.

La dimensione era ed è tutt’oggi quella local-regionale. Quella nazionale italiana emergeva, invece, in maniera paradossale proprio nell’esistenza di una diversità compresente nella penisola. La diversità che si fa uniformità.

Nella diversità della cucina regionale italiana, tuttavia, un elemento è certamente comune: la semplicità, che deriva dalle origini prevalentemente povere e contadine di gran parte della popolazione. Perché l’Italia fu soprattutto un paese di contadini che utilizzavano, per i loro piatti, i frutti dei loro raccolti. Erano, invece, fondamentali i tempi di cottura, gli accostamenti, la tavola ben imbandita, ma soprattutto il piacere di stare insieme e comunicare. Diceva Ennio Flaiano, nelle parole di Cesare Marchi, che “il nostro, più che un popolo, è una collezione. Ma quando scocca l’ora del pranzo, seduti davanti a un piatto di spaghetti, gli abitanti della penisola si riconoscono italiani come quelli d’oltre manica, all’ora del te, si riconoscono inglesi. Neanche il servizio militare, neanche il suffragio universale (non parliamo del dovere fiscale) esercitano un simile potere unificante. L’unità d’Italia sognata dai padri del Risorgimento oggi si chiama pastasciutta”.

La cucina, come spazio della casa, diventa luogo della vita attiva, delle relazioni, dello scambio di notizie, delle chiacchiere e magari di qualche malalingua. La cucina, come modalità di preparazione dei cibi, si caratterizza regionalmente perché molti mangiano quanto produce il territorio circostante. I sistemi di conservazione e di trasporto del cibo sono complessi e costosi. Solo i Signori e gli aristocratici, come detto, se li potevano permettere.

Oggi, nell’epoca del cibo uguale ovunque, si affianca, paradossalmente, una tendenza opposta, quella di scoprire e riscoprire i cibi tipici o ricette antiche, espressione della cultura di un luogo. Alcune di queste se ne sono andate con gli emigrati partiti dall’Italia nei secoli scorsi, che le hanno conservate e riprodotte così com’erano nel luogo di arrivo. In Italia, magari, sono andate perse o entrate in disuso a causa della modernità. È anche per questo, per merito di questa diaspora italica, che la cucina italiana, mescolamento di cucine regionali, è diventato un fenomeno mondiale diffusosi e riprodotto in ogni parte del globo con un successo che poche altre cucine possono vantare. In altre parole, in tempi di glocalizzazione, l’elemento regionale ritorna fuori ed è esaltato dal desiderio di scoprire le tipicità del luogo.

La cucina è elemento culturale determinante dell’identità italiana ed italica, lo ricordava Giuseppe Prezzolini quando, senza troppa provocazione, diceva: “Certo è indiscutibile di quanto la cucina italiana sia importante per gli italiani. Mi domando io che, sono un professore poco professorale, che cos’è la gloria di Dante appresso quella degli spaghetti?” e anche Cavour, che, dopo aver letto il proclama di guerra contro l’Austria, invitò i suoi ospiti nel suo Palazzo per festeggiare la recente Unità con queste parole: “Oggi abbiamo fatto la storia e adesso andiamo a mangiare”.

Riccardo Giumelli (pubblicato su La Voce di New York il 28.10.2014)

Vertice USEI a Buenos Aires

Il Presidente dell’USEI Eugenio Sangregorio ha avuto un importante incontro con collaboratori e futuri possibili candidati del partito. Si tratta di Adriano Cario, Direttore de L’ECO D’ITALIA e Presidente del Centro Calabrese di Buenos Aires e Humberto Jesus Roggero, politico di stirpe dell’Argentina, 4 volte Deputato Nazionale e Dottore in Scienze Politiche.

In questa riunione di lavoro si sono cominciate a disegnare le strategie politiche e di comunicazione del Partito per le prossime elezioni politiche. Erano presenti anche Juan José Tufaro, candidato a Parlamentare della Città Autonoma di Buenos Aires e Segretario Generale de la Asociación del Personal de Organismos de Control (APOC), Walter Daniel Curia, Segretario Generale di UPCM Migraciones, Roberto Filpo, Segretario Generale dell’USEI, nonché Professore di Storia e l’immancabile Contabile Francisco Fialà.

“È stata una riunione molto proficua. Sono persone che contano con la mia totale fiducia e sono sicuro che, con il loro prezioso contributo, il nostro Partito continuerà a crescere come lo sta facendo da anni”. Secondo il Presidente Sangregorio, la situazione politica attuale italiana non è l’ideale anche perché “i politici in patria dovrebbero ascoltare con più attenzione i politici delle circoscrizioni all’estero. Forse non hanno ben capito l’importanza di questo enorme patrimonio che il nostro paese ha fuori dai confini. Siamo pronti ad agire per il bene delle nostre comunità. Siamo persone preparate, con esperienza che vogliamo rendere omaggio ad i nostri antenati che hanno contribuito a fondare e far progredire tutti i paesi dell’America Latina”.

Adriano Cario

La chiesa più antica di Buenos Aires

Nel 1718 Bianchi e Primoli, appena sbarcati a Buenos Aires, trovarono immediatamente lavoro con la realizzazione della loro prima chiesa sul suolo americano: quella di Sant’Ignazio, il tempio più antico della città di Buenos Aires, che si trova nella Manzana de las Luces, comprata dai gesuiti nel 1661.

La chiesa a cui lavorarono, era già stata iniziata 6 anni prima dal confratello Juan Kraus, che morì due anni dopo l’inizio dei lavori.

Padre Sepp, un altro gesuita, parlando dei lavori nella chiesa diceva: “Los arquitectos son jesuitas y los operarios nuestros que fueron mandados de las reducciones para Buenos Aires” Tra loro c’erano indigeni ai quali i gesuiti avevano insegnato ad essere degli eccellenti artigiani.

Il progetto italiano ristrutturò e modificò molte parti della precedente chiesa, risparmiando soltanto uno dei vecchi campanili che ancora oggi si possono vedere sulla facciata della chiesa.

La chiesa fu consacrata nel 1733, anche se i due architetti non portarono a termine i lavori, perché alla fine della seconda decade del ´700 si spostarono nella città di Còrdoba e nei territori delle missioni.

Fino a quella data però sia Bianchi che Primoli rimasero a Buenos Aires, lavorando, oltre che alla chiesa di San Ignazio, anche in altre chiese come quella del Pilar, nel rione de la Recoleta, dei frati mercedari e di San Francesco. Sul finire del loro periodo bonaerense è da collocarsi anche la realizzazione della facciata della prima cattedrale metropolitana (1725-1727) e del Cabildo della città.

Grandi architetti gesuiti: Bianchi e Primoli

Compagni del grande musicista Domenico Zipoli, i tre grandi sono arrivati insieme a Buenos Aires agli inizi del 1718 assieme ad alcuni confratelli. Giovanni Andrea Bianchi, che nei territori spagnoli trasformò il suo nome in Andrès Blanqui, rappresentò la “punta di diamante” di questa attività architettonica.

Nato a Campione d’Italia, il 24 novembre 1675, aveva probabilmente già lavorato come architetto anche a Roma. Nel periodo romano fu allievo di una scuola di architettura frequentata anche a Joseph E. Fisher Von Erlach, James Gibbs e Nicodemus Tessin che saranno tra coloro che diffusero il gusto italiano nelle città di Vienna, Londra e Stoccolma .

Visse sempre, eccetto brevi soggiorni nelle missioni, tra le città di Buenos Aires e Cordoba, dove diresse la costruzione e il completamento di molti edifici religiosi e pubblici. Giovanbattista Primoli nacque a Milano nel 1673 e anche lui aveva già lavorato come architetto in Italia. I due, dal momento dello sbarco, iniziarono una stretta collaborazione artistica, che venne segnalata, anche nelle lettere spedite in Italia dai padri gesuiti Gervasoni e Cattaneo, recatisi nelle missioni americane alcuni anni dopo .

I due architetti lavorarono per circa 25 anni in Argentina, ed oggi, sono loro attribuiti le realizzazioni di almeno 20 monumenti, tra chiese, conventi, chiostri ed edifici pubblici. Si tratta di un elevato numero di opere, che secondo molti storici dell’arte rappresentò il meglio della produzione gesuitica del tempo, segnando contemporaneamente l’inizio “ufficiale” della storia dell’architettura argentina.

Il milanese Giovanbattista Primoli invece fu inviato nel 1730 nei territori delle missioni perché le Riduzioni mancavano di un architetto.

Le missioni “reducciones” gesuitiche e i gesuiti italiani

Reducciones viene dallo spagnolo reducir usato in questo caso nel senso di convincere.

I gesuiti hanno costruito un’intensa rete di reducciones, specie di villaggi protetti da mura solide e imponenti, dove insegnavano alle popolazioni locali a edificare case con pietre, mattoni, materiali resistenti al tempo, artigianato, i mestieri, a leggere e a scrivere, a suonare, a fare la guerra in modo organizzato, soprattutto per difendersi dai trafficanti di persone “schiavisti”, (vedi Misiòn) a coltivare la terra. Le reducciones erano villaggi autosufficienti, autentiche meraviglie dell’ingegneria che perdurano fino ad ora e sono state dichiarate Patrimonio dell’umanità dall’UNESCO. I  gesuiti siccome non parlavano la lingua dei nativi, e poichè i guaraní avevano un’idea della religione abbastanza simile alla nostra, capirono che potevano comunicare con la musica, e meravigliarli con le cerimonie religiose arricchite dalla musica. Tra i gesuiti che hanno collaborato a costruire alcune reducciones c’è Primoli, tra quelli che vi hanno lavorato per insegnare alle popolazioni originarie la musica c’è Zipoli, eccellente musicista.

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