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August 2017 - page 3

Organismi di rappresentanza degli italiani all’estero e la collettività

La storia della migrazione italiana in Argentina è ormai arci nota: si sa che gli italiani (chiamiamo così tutti quelli provenienti dallo stivale anche quando era diviso in vari stati) erano presenti al Río de la Plata da prima della Revolución de Mayo e che tra i fondatori della patria Argentina, Belgrano e Berruti erano figli di italiani.

L’immigrazione vera e propria si divide però in tre ondate migratorie: quella del 1830- 1850, formata prevalentemente da profughi mazziniani e da genovesi, preceduti in parte dalle persone che erano scappate dalla Restaurazione (1821), quella tra il 1870 e il 1915, interrotta dalla Prima guerra mondiale, e quella posteriore alla seconda guerra mondiale durata fino ai primi anni Cinquanta.

Ogni ondata immigratoria ha le sue caratteristiche, i mazziniani erano prevalentemente di ceto medio o alto, con una buona formazione culturale, quella seguente contava contadini, operai, ma anche artisti, musicisti, architetti, esperti artigiani, le persone che hanno costruito i più begli edifici di Buenos Aires ed hanno dato un’impronta marcatamente italiana alla cultura del Río de la Plata.

La terza era composta da persone di tutte le classi che fuggivano da un mondo in rovina. L’emigrazione allora era un’ esperienza straziante, non si viaggiava in aereo e non esisteva Internet. Per venire dall’Italia a Buenos Aires ci si impiegava più di venti giorni, e i rapporti con le famiglie rimaste in patria si riducevano alle lettere, di cui quelle rimaste sono testimonianze di dolore e di speranza.

Questi migranti, mentre si sforzavano di sistemarsi qui e di mettere radici, coscienti che l’unione fa la forza hanno fondato varie associazioni regionali, in molti casi campanilistiche, dedicate al paese di origine o al suo santo patrono. Non si rassegnavano ad essere dimenticati ed allora sotto la guida di leader capaci, hanno cercato di ottenere degli organismi di rappresentazione della collettività italiana al Plata ed il diritto di voto. Hanno intrapreso e condotto una vera battaglia che è stata coronata dal successo. Con l’aiuto dell’On. Mirlo Tremaglia hanno ottenuto il Comitato di Rappresentanza degli

Italiani all’Estero (Comites), l’Anagrafe degli Italiani all’Estero (AIRE), il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero ( CGIE) ed infine il diritto al voto. Grandi conquiste, quasi epiche. Però il tempo passa in fretta, ormai anche questa generazione ci sta lasciando, di quegli emigrati ne restano pochi come: Pallaro, Tagliani, Pina Mainieri e alcuni altri. Dopo una pausa, durata una sessantina d’anni, negli ultimi tempi ci siamo resi conto che a Buenos Aires è normale camminare per la strada e sentir parlare fluidamente in italiano, ci siamo accorti allora che siamo di fronte a nuovi migrati italiani. In generale se ne sono andati via dall’Italia per effetto della crisi e per la mancanza di lavoro, ma ce ne sono anche molti che l’hanno fatto alla ricerca di nuove esperienze o… per amore. Questi giovani arrivano in aereo, sanno usare benissimo il computer, l’internet, ed hanno un alto livello di preparazione. Frutto di un altro momento storico non si identificano nelle associazioni italiane tradizionali e ne formano di nuove, in generale digitali o virtuali.

Esistono così: il gruppo Google Seratanas, le associazioni facebook: Italiani a Buenos Aires; ITALIANI A BUENOS AIRES, ITALIANI IN ARGENTINA, molte altre e il Laboratorio di Idee Italia Argentina (LIA) formato da professionisti italo argentini ed italiani. In ogni caso sono gruppi di mutuo aiuto e supporto.

A questo punto è normale chiedersi se il Comites e il Cgie, frutto di un’altra epoca storica, di un’altra mentalità possano interessargli. Sinceramente è poco probabile, così com’è poco fattibile che possano interessare ai giovani italo argentini, a meno che non si riesca a svecchiarli e a aggiornali. In caso contrario queste istituzioni, dopo essere servite solo a dare prestigio ai loro membri, saranno destinate inesorabilmente a sparire.

Edda Cinarelli

Il vino italiano piace agli investitori

Terre vocate e nuove scommesse. Toscana, Piemonte ma anche Sardegna e Lombardia. Il settore del vino made in Italy continua a esercitare un grande appeal nei confronti degli investitori sia nazionali che esteri che puntano tanto su territori conclamati, quanto su aree emergenti. Così dopo che il 2016 è stato l’anno delle quotazioni in borsa con le due Ipo di Italian Wine Brands e della griffe veneta Masi sbarcate entrambe al mercato Aim, il 2017 si avvia a passare agli archivi come l’anno di un rinnovato interesse per i grandi territori del vino italiano. Toscana e Piemonte in primis.

In Toscana l’area che forse più di tutte continua ad esercitare un grande fascino in particolare per gli stranieri resta quella di Montalcino (Siena). Un appeal forse scritto nel Dna di questo terroir visto che il successo internazionale del Brunello si deve in buona parte all’investimento effettuato alla fine degli anni settanta dalla famiglia italoamericana Mariani (che rilevò Castello Banfi aprendo al Brunello le porte del mercato Usa).

L’operazione più rilevante degli ultimi mesi riguarda senz’altro l’acquisto di Poggio Antico (32,5 ettari di vigneto di cui 28 a Brunello) da parte della fondo belga Atlas Invest (attivo in particolare nei settori dell’energia e dell’immobiliare). Atlas Invest fondato nel 2007 da Marcel Van Poecke ha infatti rilevato nelle scorse settimane Poggio Antico dalla famiglia Gloder che la deteneva dal 1984. Si è così confermata la regola non scritta che vede ogni anno almeno un grande investimento a Montalcino e che nel 2016 aveva registrato il passaggio della storica griffe Biondi Santi (la cantina dove alla fine dell’800 fu “inventato” il Brunello) sotto il controllo del gruppo Epi che fa capito ai francesi Descours (verrebbe da chiedersi se la Francia a parti invertite avrebbe provveduto a nazionalizzare Montalcino). «Si tratta di investimenti – spiega il responsabile del sito specializzato winenews, Alessandro Regoli – che ha portato talmente in alto le quotazioni dei vigneti che ormai le aziende del territorio sono contese più da fondi di investimento con interessi estesi e differenziati che da cantine i cui progetti imprenditoriali sono legati esclusivamente al vino».

Dove invece gli investimenti si fanno guardando esclusivamente alla produzione vitivinicola è il Piemonte, regione da sempre con grande appeal enoico che sta però registrando una rinnovata verve in aree diverse da quelle più celebrate. Al di là infatti di Barolo e Barbaresco la zona che sta registrando più di un movimento negli ultimi mesi è quella della Doc Nizza Monferrato. È infatti di qualche settimana fa l’acquisto da parte della Poderi Gianni Gagliardo (cui fa capo la cantina La Morra con 25 ettari a Nebbiolo suddivisi tra le Langhe e l’area del Grignolino) dell’azienda Tenuta Garetto ad Agliano (Asti). Un investimento che conferma un trend quello di diversi produttori delle Langhe che guardano con sempre maggiore interesse al Monferrato, alla Barbera e alla Doc Nizza viste le scommesse effettuate in anni recenti in queste stesse zone anche da nomi come Marchesi di Barolo, Farinetti, Prunotto, Vietti e Damilano.

E tra le operazioni andate in scena nel Monferrato in particolare negli ultimi mesi va ricordata anche la fusione della cantina Dacapo di Agliano Terme con la Ca ed Balos di Castiglione Tinella nell’area del Moscato d’Asti. Mentre non molto distante, sulla sponda lombarda del lago di Garda appena qualche settimana fa si è assistito allo sbarco del Gruppo vinicolo Santa Margherita che ha rilevato la cantina Cà Maiol (140 ettari di vigneti 80 dei quali di proprità), vera e propria bandiera della Doc Lugana, una delle denominazioni che negli ultimi mesi ha messo a segno le migliori performance in termini di redditività.

«In questa nuova ondata di acquisizioni – spiega il presidente di Federvini, Sandro Boscaini – ci vedo un importante salto di qualità. Se penso all’operazione di Santa Margherita nel Lugana, alle acquisizioni in Sardegna (si veda altro articolo in pagina), oppure in anni recenti allo sbarco di importanti brand nell’area del Prosecco vedo iniziative prese sulla base di una strategia precisa, che punta a crescere e a fare massa critica diversificando e completando al tempo stesso la propria gamma di prodotti. Se poi, a compiere queste operazioni, sono aziende medio-grandi è ancora più importante. Perché ne vengono fuori dei player con una dimensione vicina a quella necessaria per affrontare in maniera efficace i mercati internazionali. Proprio ciò che finora, al vino made in Italy, è un po’ mancato».

Gino Dell’Orefice (pubblicato su Il Sole 24 Ore il 15.08.2017)

Una dura vittoria

Per la prima volta nella storia argentina un figlio di italiani è diventato Presidente della Repubblica Argentina. Son passati quasi 2 anni dallo storico ballottaggio del novembre 2015 e Mauricio Macri, figlio di Franco Macri e nipote del ricordato ex Segretario del CGIE Tonino Macri, rafforza la  leadership nel suo partito “Cambiemos” che, anche sotto la minaccia di una candidata sotto processo per corruzione, riesce ad alzare la testa e piazzarsi ad un livello di accettazione elevato.

Mauricio Macri è stato Presidente della principale squadra di calcio dell’Argentina, Boca Juniors, i cui tifosi son chiamati “xeneises” perché le origini son genovesi: una gestione brillante che ha portato la squadra a vincere tutto, anche la Copa Libertadores e la Coppa del Mondo. Poi è stata la volta della “Jefatura del Gobierno de Buenos Aires”. Anche qui, il cinquantottenne primo cittadino ha avuto una gestione ammirata persino da migliaia dei suoi oppositori.

Nelle recenti elezioni, anche se parrebbe assurdo che tanta gente possa votare una candidata perseguitata dalla giustizia, il suo partito “Cambiemos”, assieme al PASO, continua a crescere. Macri ha dovuto affrontare la sfida più difficile per un partito che vince dopo una catastrofe socio-economica. Passare da un’economia “quasi marxista” che paga i conti della gente per comprare voti ad un’economia reale, per qualsiasi politico, è un’avventura difficilissima e pericolosa. Sulla carta si scrive che sono aumentate le tariffe pubbliche, ma, in realtà, non sono aumentate, semplicemente sono state portate al costo reale: son pochi coloro che riconoscono che il precedente governo faceva ad una famiglia uno sconto del 95% nelle tariffe pubbliche! Adeguamento alla realtà non è aumento, ma, ovviamente, si vede come tale ed ancora ci sono milioni di argentini che vedono male questo costo di vita elevato e lo scarso potere di risparmio. Nelle ultime elezioni, anche se CFK ha avuto una grande massa di seguaci che vogliono tornare alla filosofia del “non lavoro” in base a regali dello Stato, Mauricio Macri è riuscito ad avanzare e convincere la metà degli argentini a continuare sul cammino della gestione prammatica e logica. A differenza della precedente Presidente, Macri ha tessuto un ottimo sistema internazionale ed è riuscito persino a farsi fotografare a fianco di Angela Merckel nell’ultimo summit del G20. È serio protagonista su tutti i fori internazionali ed ha sempre avuto una leadership sostanziale nell’ambito del MERCOSUR, approfittando anche della debolezza istituzionale del Brasile con il suo “lavajato”.

Oggi Macri è considerato dal mondo un Presidente moderno, che sta facendo uno sforzo gigantesco per fare rientrare in gioco i conti pubblici che gli sono stati consegnati tutti distorti. È riuscito anche a riattivare il credito internazionale dopo il default dei Kirchner.

Ricostruire un paese distrutto non è facile e bisogna stare anche molto attenti per impedire il ritorno di un regime semi-dittatoriale. Con le ultime elezioni, Macri non ha stravinto, ma ha dimostrato che ha formato una compagine forte e convinta.

Eugenio Sangregorio

Disoccupazione, corruzione e disuguaglianza, ecco perché gli italiani sono pessimisti

Il lavoro che non c’è o stenta a ripartire. La corruzione, di pari passo con l’aumento della povertà e della disuguaglianza sociale causata dalla crisi. E un pessimismo diffuso, che vede in Italia una percentuale di ottimisti inferiore di oltre la metà rispetto agli altri Paesi. Sono queste le principali preoccupazioni a livello globale che emergono dalla ricerca “ What worries the world ” realizzata da Ipsos tra fine agosto e inizio settembre su un campione di oltre 18mila persone di 25 nazionalità diverse.

E proprio dal pessimismo bisogna partire per comprendere la situazione: solo il 38 per cento della popolazione mondiale ritiene che le cose nel proprio Paese vadano nel verso giusto. Più ottimisti di tutti appaiono i cinesi: nove intervistati su dieci vedono un futuro roseo davanti a loro, seguiti da sauditi, indiani e peruviani (rispettivamente al 71, 67 e 61 per cento). In Italia, invece, i fiduciosi sono appena il 17 per cento: solo in Brasile, Messico e la Francia si registrano numeri più bassi.

“Un pessimismo di lungo corso”, lo definisce Chiara Ferrari, una delle ricercatrici che ha partecipato allo studio: “Fin dal primo manifestarsi della crisi siamo nella parte bassa del ranking, come altri Paesi euro-mediterranei quali Francia e Spagna. Adesso il dato si è leggermente ridotto rispetto agli anni passati, ma per tornare ai livelli precedenti ci vorrà ancora del tempo. Molti degli aspetti rilevati, poi, hanno a che fare con la vita quotidiana ma anche con l’agenda mediatica. Quello di cui parlano tv e giornali sono i temi su cui si dibatte ogni giorno e quindi influenzano in misura maggiore l’opinione pubblica”.

Ed eccole, allora, le nostre paure allo specchio. La disoccupazione innanzitutto, al centro delle preoccupazioni attuali per due terzi degli italiani: solo gli spagnoli la temono più di noi. A seguire, la questione delle tasse (40 per cento) e la corruzione politico-finanziaria, a pari merito con la povertà (34 per cento). Al quinto posto i flussi migratori, che in estate, anche per effetto degli sbarchi sulle nostre cose, è schizzata in alto di cinque punti e attualmente impensierisce quasi un connazionale su tre: il triplo rispetto ad appena tre anni e mezzo fa. Ed è così ovunque: in estate, subito dopo Brexit, nel Regno Unito i timori legati al controllo dell’immigrazione sono saliti dal 35 al 42 per cento degli intervistati e oggi rappresentano il principale motivo di apprensione nell’Isola.

Del resto, Paese che vai paura che trovi. L’angoscia legata al terrorismo affligge tre turchi su quattro, più di metà dei francesi, il 45 per cento degli israeliani, il 38 per cento dei belgi. Il crimine e la violenza spopolano in Sud America (Perù, Messico e Argentina su tutti), la povertà è assai più sentita in Russia e Germania che altrove, mentre la corruzione è in cima ai pensieri di russi e indiani. Nulla di tutto questo in Estremo Oriente, dove per effetto di cultura e mentalità a preoccupare è soprattutto la crisi dei valori connessa all’industrializzazione: in Cina il tema più sentito è il degrado morale, seguito dalle minacce ambientali.

Paolo Fantauzzi (pubblicato su L’Espresso il 14.11.2016)

Daniel Barenboim: “L’Europa dei burocrati uccide la musica”

Alla Scala c’è sempre un tempo per il ritorno, cerimoniosa metafora della resurrezione cattolica. Avvenne per Claudio Abbado dopo 26 anni di assenza, così è parzialmente accaduto a Riccardo Muti a 11 anni dal suo addio, con la mostra dedicatagli al Museo teatrale. E il 7 novembre sarà il turno di Daniel Barenboim che, dopo aver lasciato due anni fa la direzione musicale dell’ente scaligero a Riccardo Chailly, inaugurerà la nuova stagione sinfonica della Filarmonica.

La trentacinquesima, da quando Abbado ebbe, insieme ai musicisti scaligeri, l’idea di sviluppare in maniera organizzata e permanente il repertorio sinfonico nel contesto della tradizione operistica del teatro. Tale ritorno avverrà nel nome della Settima sinfonia di Anton Bruckner, un suo cavallo di battaglia, e del Primo concerto per pianoforte di Beethoven, con Martha Argerich solista. Nei giorni successivi Barenboim, come pianista, si esibirà al San Carlo di Napoli e a Santa Cecilia a Roma.

Per il settantaquattrenne direttore d’orchestra argentino-israeliano è una lieta circostanza. La commenta per la prima volta con l’Espresso: «Ho tanti piacevoli ricordi. Alcuni legati a importanti messe in scena come il “Tristano” di Wagner con la regia di Patrice Chéreau o “Il giocatore” di Prokofiev con quella di Dmitri Tcherniakov. Ma in generale rammento con piacere il mio lavoro di dieci anni con l’orchestra. Riuscimmo a svolgere un’intensa e proficua attività senza il minimo conflitto e divertendoci, cosa che non è sempre scontata in questo mestiere e con altri ensemble nel resto del mondo».

In particolare Barenboim si fa vanto delle sue interpretazioni della “Messa da Requiem” di Giuseppe Verdi. «Non lo dico per spocchia, ma ci tengo a sottolineare che in quegli anni ho potuto sviluppare un’enorme confidenza e un notevole approfondimento nei confronti di questo capolavoro, con la stessa orchestra e lo stesso coro, variando solamente i solisti di canto. Ci sono certi pezzi che sono caratteristici, quasi proprietà, di precise orchestre, istituzioni e tradizioni. A esempio i valzer nel Concerto di Capodanno per i Wiener Philharmoniker, o alcune sinfonie di Bruckner per la Staatskapelle o i Filarmonici di Berlino. Simile esclusività esiste fra la “Messa da requiem” di Verdi e la Scala».

Un Verdi diretto da Barenboim, e con plauso della critica. Da una bacchetta non italiana, dunque. L’osservazione maliziosa fa tornare in mente al maestro alcune polemiche che infiammarono la quotidianità al tempo del suo incarico milanese. A Barenboim, interprete di riferimento per la musica di Beethoven o Wagner, veniva infatti rimproverato di non trovarsi a suo agio nell’affrontare l’opera italiana. Il maestro allora come ora ha le idee molto chiare sull’argomento: «L’italianità è un concetto molto più complesso di quel che di solito si intende. Cos’è l’italianità? È Dante, Boccaccio, Pirandello, Verdi o Rossini? Cinque universi diversi. Hanno qualche cosa in comune? Sì. Ma questo a mio modo di vedere è molto meno interessante di ciò che li differenzia. E la teutonicità nella musica cos’è? È Brahms, Wagner, Beethoven o Schumann? Brahms e Wagner artisticamente parlando, oltre che umanamente, erano quasi nemici, a livello stilistico andavano in due direzioni diverse. Quando si parla dell’italianità, da voi, a volte si rasenta la superficialità. Verdi è molto più grande di questo concetto. Nel suo studio aveva le partiture dei Quartetti di Beethoven. Solo dopo averle assimilate osò scrivere il suo quartetto».

Eppure Barenboim conviene che ci sono elementi nazionalistici di tipo culturale. «Il problema comincia quando questo nazionalismo culturale diventa politico. Quando i tedeschi dicono: “Per comprendere la musica tedesca bisogna capire questo elemento teutonico intrinseco”, hanno ragione. Ma quando negli anni Trenta alcuni di loro affermavano: “Soltanto un tedesco può capire questa musica”, scadevamo nel più volgare dei fascismi».

La grande musica, insomma, deve uscire fuori dai ristretti confini, soprattutto intellettuali, di una nazione. Il non riconoscerlo a livello locale sottende, secondo Barenboim, una delle grandi “quaestiones” riguardanti l’essenza stessa del concetto d’Europa. «Perché l’Unione europea ha tanti problemi? Per tante ragioni che conosciamo tutti: la crisi del Medio Oriente, quella economica e via discorrendo», riflette. «Ma l’Unione europea non è stata creata solo per essere un’unione monetaria o politica. Si capisce adesso, retrospettivamente parlando, che è stato uno sbaglio non aver messo fin dall’inizio un accento speciale sull’educazione generale della cultura nei diversi paesi della Ue. Perché se c’è qualche cosa che il continente europeo ha e nessun altro in tale grado di quantità e di qualità, è proprio la cultura». Per Barenboim, insomma, la crisi dell’Europa va letta anche con la mancata diffusione di un concetto di cultura “allargato”, che escluda particolarismi disgregatori, nocivi quanto e forse più di quelli d’origine economica.

Altri problemi, nelle passate stagioni scaligere, derivavano, secondo il sovrintendente di allora Stéphane Lissner, dal diverso livello culturale di preparazione dello spettatore italiano medio rispetto a quello dei paesi anglosassoni per quanto riguardava la possibilità di assimilare alcune innovative regie d’opera. «Sull’argomento vorrei fare una riflessione storica», spiega Barenboim. «Fino agli anni Venti del secolo scorso in tutti i teatri d’opera europei la regia praticamente non esisteva. Era un arrangiamento scenico e basta. Fu allora la Kroll Oper di Berlino, sotto la direzione musicale di Otto Klemperer, la prima istituzione culturale a sperimentarla. Ma il resto della Germania rimase d’indirizzo conservatore e il festival wagneriano di Bayreuth non sfuggiva alla regola. Finché alla sua direzione artistica non arrivò Wieland Wagner, che fece una rivoluzione, scoprendo la possibilità di fare allestimenti non naturalistici, indirizzati verso una decisa astrazione e un simbolismo che riportarono la musica in primo piano. Questo influì molto sulle linee di tendenza generali. In seguito, come avviene per tutte le cose nuove, ci furono delle conseguenze positive e altre negative. In Germania in particolare si giunse a delle esagerazioni ridicole, soprattutto da parte di registi che non avevano né la cultura né l’intelligenza di capire la musica. Ebbene, io considero che nei teatri lirici italiani un cambiamento di tal fatta non ha mai avuto esteso fondamento. Quali sono stati i grandi innovatori della regia d’opera nel vostro paese fino a metà degli anni Sessanta? Soltanto Luchino Visconti, che ha fatto poche cose, e Giorgio Strehler. Per questo Lissner ha trovato difficoltà a concretizzare in successi alcuni suoi progetti. Devo però sottolineare che il pubblico scaligero si è dimostrato più ben disposto a un rinnovamento di repertorio che riguardava la musica strumentale. A esempio, ho prodotto un ciclo dedicato a Schönberg, avvicinandolo a composizioni di Beethoven, che ha registrato lusinghieri e generalizzati apprezzamenti».

I rapporti fra il maestro Barenboim e l’Italia risalgono agli anni Cinquanta. Nel 1956 prendeva parte ai corsi per direzione d’orchestra dell’Accademia chigiana di Siena, «ma ho suonato il primo concerto in Italia, a Roma, nel dicembre del 1952», ricorda. «È stato molto importante per me. L’ho tenuto all’Accademia Filarmonica romana, diretta allora dalla leggendaria signora Adriana Panni. Lì fra l’altro ho conosciuto Igor Stravinskij, un incontro fra i più decisivi della mia carriera. E poi ho suonato un po’ dappertutto: a Bari, Padova, Perugia, in Sicilia».

Con le sue raffinate “antenne musicali”, come è cambiata la situazione musicale italiana rispetto ad allora? «In Italia c’erano due livelli », risponde Barenboim. «Il primo era quello lirico con naturalmente la Scala, ma anche l’Opera di Roma, in primo piano. Il secondo, quello della musica strumentale, era animato da iniziative che parevano d’ispirazione elitaria, con l’aiuto dei privati. Ricordo a esempio la signora Alba Buitoni, a Perugia, che organizzava con grande coinvolgimento i suoi bellissimi concerti. E il conte Guido Chigi Saracini a Siena, Roman Vlad a Roma, Massimo Bogianckino a Firenze e Spoleto. Insomma, la maggioranza degli appuntamenti si svolgeva grazie ad alcune personalità brillanti e intraprendenti. Ma non c’era una vera e propria vita al di fuori della lirica. Ai giorni nostri da questo punto di vista le cose in Italia sono migliorate: penso a certi programmi scaligeri, a quello che fa il mio amico Antonio Pappano a Roma. In questo senso la creazione dell’Orchestra Filarmonica della Scala da parte di Abbado fu di grande rilevanza».

Parlando con Barenboim, l’interlocutore si accorge di come egli non veda la musica solo come una combinazione di note. Per lui, come per Mahler, una grande sinfonia è anche una concezione del mondo. Il suo filtro intellettuale irresistibilmente riporta tutti gli aspetti del reale alla possibilità di un’educazione musicale non effimera. Perché, secondo lui, da questa arte si può apprendere un’incredibile quantità di cose utili per la vita. E una fuga di Bach può far comprendere la realtà storica come un gesto o un libro: «L’educazione all’ascolto è molto più importante di quello che possiamo immaginare, non solo per lo sviluppo di ogni individuo, ma anche per il funzionamento della società nel suo complesso. Il talento musicale e l’intelligenza uditiva sono aree spesso separate dal resto della vita umana, confinate nella funzione di intrattenimento o nel regno esoterico dell’arte d’élite. L’abilità di ascoltare diverse voci insieme cogliendo l’esposizione di ciascuna di esse separatamente, la capacità di ricordare un tema che fece la sua prima comparsa per poi seguire un lungo processo di trasformazione, e che ora ricompare in una luce differente, e infine la competenza uditiva necessaria per riconoscere le variazioni geometriche del soggetto di una fuga, sono tutte qualità che accrescono la comprensione». Persino quella fra i popoli.

Da qui al concetto di impegno civile teorizzato in libri e interventi pubblici con Edward Said, il famoso intellettuale palestinese scomparso nel 2003, il passo è breve. Una delle loro tesi portanti è che in una società democratica l’intellettuale deve separarsi dalla politica, dal potere, per criticarlo e cambiare la realtà. Anche oggi, secondo Barenboim «c’è bisogno di una generazione di intellettuali focalizzati sulla cosa comune, slegati dalle logiche dei poteri, al fine di promuovere una cultura dell’etica e della conoscenza. Consideri il conflitto fra Israele e Palestina. Come si può immaginare dopo cinquanta anni di occupazione un futuro nel quale possano vivere insieme o accanto israeliani e palestinesi, quando l’unica conoscenza che hanno questi ultimi di Israele sono i soldati e i carri armati? Da fuori non verrà la soluzione: gli americani hanno altre cose da fare, in giro per il mondo. E la Germania non potrà a causa della coscienza dell’olocausto. Si dovrebbe creare un gruppo, un forum di intellettuali israeliani e palestinesi che abbiano l’esperienza della diaspora, come l’aveva Said».

E magari seguire l’esempio di Papa Francesco. «È andato in Terra santa e ha detto a Ramallah delle cose che non sono piaciute ai palestinesi. Altrettanto ha fatto a Tel Aviv con gli israeliani. Poi ha invitato il presidente israeliano dell’epoca, Shimon Peres, e quello dell’autorità palestinese Abu Mazen in Vaticano. Sapendo molto bene che né l’uno ne l’altro vi andavano per pregare. Secondo me ha voluto dire che tutto quello che è stato fatto in questi decenni è servito a molto poco. Adesso dobbiamo cercare un altro modo per risolvere i problemi in Medio Oriente. Sono un grande ammiratore di Papa Francesco, il suo impegno etico mi convince».

Barenboim non teme l’accusa di velleitarismo intellettuale. Che sia rimasto condizionato dalla sua copia dell’“Etica” di Spinoza, il filosofo preferito, che, ormai sgualcita da tempo, l’ha seguito per i tour concertistici mondiali? Non sembra: «Il grande Voltaire una volta accusò gli scritti di Spinoza di abuso di metafisica. Oggi però l’assoluto metafisico è più importante che mai. Pensare in maniera metafisica significa, in senso etimologico, andare al di là del materiale, del tangibile e del letterale, per comprendere sia l’essenza di un soggetto, sia la sua relazione con tutti gli altri soggetti, che si tratti di una persona o di un governo, di una voce in una fuga di Bach o di un fatto storico. Il pensiero liberato, in realtà, è un valore importante in un’epoca in cui i sistemi politici, i vincoli sociali, i codici morali e la “political correctness” spesso condizionano il modo di ragionare».

Un atteggiamento serioso, che non completa le sfaccettature della personalità di Barenboim. Al termine dell’intervista, arrivati al momento dei saluti, si avvicina con espressione complice: «Le devo confessare il mio totale amore per l’Italia. Io sono nato in Argentina, ma quando ho voglia di scherzare dico: “L’Argentina è l’unico paese dell’Italia dove non si parla italiano”. Sono stato pure molto bene a Chicago, durante i trentasette anni che vi ho trascorso, diciassette dei quali come direttore musicale. Ero assolutamente sbalordito dalla qualità dell’orchestra e raggiungevo grandi soddisfazioni professionali. Ma fuori dalle prove e dai concerti era un altro paio di maniche. A Milano sono stato molto felice anche quando mi allontanavo dalla Scala. La gente si veste come a Buenos Aires e, ciò che è più importante, “gode” in maniera simile. Il godere è una cosa che non è data a tutti i popoli. Per noi latini è un valore assoluto. È l’equivalente del risparmio per i tedeschi. Ricordo molto bene una signora assai fiera del suo bambino: gli dava all’epoca cinque marchi alla settimana. E quando, arrivato il venerdì, lui le faceva notare che gliene erano rimasti ancora due, lei toccava il cielo con un dito. Invece i miei bambini il lunedì o il martedì avevano già speso tutto in gelati o giochini. Insomma, quando ero a Milano sentivo che tutta la gente, di qualsiasi classe sociale o opinione politica fosse, aveva questa volontà di godersela. Un elemento molto importante». Spinoza sarebbe stato d’accordo.

Riccardo Lenzi (pubblicato su L’Espresso il 21.10.2016)

Seborga, nominati cinque nuovi consiglieri della Corona

Nina Dobler (39 voti), Fabio Corradi (19), Juan Guerrero (18), Franco Murduano (14) e Alexandre Toesca (10): sono i cinque nuovi Consiglieri della Corona dell’autoproclamato Principato di Seborga. La loro elezione è avvenuta da parte degli abitanti del piccolo centro medievale alle spalle di Bordighera, che dagli anni ’60 rivendica la propria indipendenza dallo Stato Italiano.
L’affluenza alle urne è stata del 53,81 per cento con 120 votanti su 223 aventi diritto. Otto i candidati, tra i quali sono passati soltanto i primi cinque e di questi ad aver avuto i maggiori consensi e il consigliere uscente, Nina Dobler, moglie del principe Marcello I (al secolo Marcello Menegatto). A parità di voti con Toesca, è stato lasciato fuori Daniele Guerrini, in quanto il primo è il candidato più anziano. Fuori anche Antonello Lacala (3) e Giuseppe Inguì (4). I cinque neo eletti consiglieri

andranno ad aggiungersi ai quattro di nomina del principe, che nell’aprile scorso è stato confermato per altri sette anni. Si tratta di: Mauro Carassale, Mirco Biancheri, Sabina Tomassoni e Gianni Fiore. Il Consiglio della Corona sarà presentato ufficialmente, il prossimo 20 agosto, nell’ambito della Festa di San Bernardo, che coincide con la Festa del Principato. In quell’occasione è previsto anche il giuramento sia del principe che degli stessi consiglieri.

Cosa si festeggia a Ferragosto

Lo festeggiano tutti gli italiani con gite fuori porta e i pic nic all’aperto. Ma da dove deriva la tradizione del Ferragosto? Perché il 15 agosto nel nostro paese è festa? Un giorno dedicato alle gite fuori porta, ai pic nic e alle scampagnate, al mare o in montagna. Il 15 agosto ci si ferma tutti per godersi la compagnia di amici e parenti lontano dalle città e dal lavoro. Le cittá sono desertiche. Ma cosa si festeggia a Ferragosto, da dove deriva questa tradizione?

Per cominiciare quella del Ferragosto é una tradizione tutta italiana. Il Ferragosto è una festa tradizionale del nostro Paese (estesa forse, per motivi di vicinanza, solo a San Marino), il cui termine deriva da feriae Augustii (dal latino, riposo di Augusto), una festività risalente al 18 a.C. per celebrare la fine dei principali lavori agricoli.

Originariamente il giorno di festa era il primo agosto, in seguito la Chiesa Cattolica decise di far coincidere questa antichissima usanza laica con quella religiosa dell’Assunzione di Maria (secondo la quale Maria, dopo la vita terrena, viene accolta, ossia assunta, con anima e corpo, in cielo).

I festeggiamenti anticamente consistevano nell’organizzazione di corse di cavalli e di altri animali da tiro come buoi, asini e muli che solo il 15 agosto venivano dispensati dal lavoro nei campi, e addirittura agghindati con fiori. Questa usanza ricorda perfettamente ciò che accade tutt’oggi durante il Palio dell’Assunta di Siena: anche il termine “palio” deriva da palium latino, ossia il drappo di stoffa, premio per i vincitori delle corse dei cavalli nell’antica Roma.

L’usanza della gita fuori porta. Nell’immaginario collettivo, oggi il 15 di agosto significa soprattutto la gita fuori porta, ma non è sempre stato così. Quest’usanza è da far risalire al periodo fascista: nel ventennio, quindi nella seconda metà degli anni Venti, il regime organizzava gite popolari attraverso le associazioni del dopolavoro, molto attive in quei tempi. Ci si spostava con i treni popolari di Ferragosto, istituiti appositamente e dai prezzi molto convenienti, permettendo così a tutti di godere di almeno un giorno di vacanza.

Gli italiani, anche quelli appartenenti alle classi meno abbienti, riuscivano a visitare alcune località del Paese. In queste gite, che potevano durare dal 13 al 15 agosto, date in cui valevano le offerte per i viaggi in treno, si cominciò a preparare il pranzo al sacco, da consumare tutti insieme e preparato in anticipo spendendo poco. Nei luoghi di villeggiatura si preparano spettacoli di fuochi artificiali e si balla all’aperto fino a notte inoltrata.

Nella foto: fuochi d’artificio a Marina di Venezia.

“Territori d’arte in dialogo”: bando per giovani artisti discendenti di emiliano-romagnoli

“Territori d’arte in dialogo” è il titolo del bando per la selezione di giovani artisti uruguayani e argentini (18-35 anni), discendenti di emiliano-romagnoli, per un soggiorno di studio a Bologna.
Il progetto è organizzato dall’Associazione Ottovolante di Bologna, in partenariato con la Fondazione Magistra di Montevideo e l’Associazione degli emiliano-romagnoli della provincia del Chaco, ed è cofinanziato dall’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna/Consulta degli Emiliano-romagnoli nel Mondo. La scadenza per presentare la domanda è il 25 agosto 2017. Il bando è rivolto a 9 giovani dai 18 ai 35 anni impegnati in campo artistico discendenti di emiliano-romagnoli 3 residenti in Uruguay e altre 6 in Argentina (tre per la provincia di Buenos Aires e tre per il Chaco).

Obiettivi del progetto quello di “favorire la ricerca dell’identità individuale e collettiva nella realtà contemporanea della Regione Emilia Romagna, fornire le conoscenze e gli strumenti che il territorio può offrire attraverso modelli di eccellenze e opportunità presenti, accompagnare la crescita personale e professionale dei giovani partecipanti, favorire la consapevolezza della dimensione socio-politca dell’arte come professione ed offrire maggiori strumenti culturali. Si allega una sintesi esaustiva del progetto con obiettivi e finalità di cui si prega di prendere lettura”.

I candidati dovranno operare nel campo delle arti plastiche, della fotografia, del video, del documentario, della scrittura o della musica. Per partecipare occorre essere discendenti di emilano-romagnoli di età compresa tra 18 e 35 anni; essere impegnati in campo artistico e in grado di documentare tale condizione (con curriculum dettagliato delle proprie esperienze formative e della propria attività artistica come previsto al punto successivo); essere motivati a partecipare ad un viaggio di studio finalizzato alla produzione di opere artistiche originali; avere interesse allo sviluppo di professionalità in campo artistico e ad intraprendere / approfondire la conoscenza della lingua italiana a scopi professionali.

La domanda di partecipazione dovrà essere inviata via mail entro il 25 agosto all’indirizzo: info@associazioneottovolante.com entro le ore 12:00 del 26 agosto (ora di Buenos Aires) sarà comunicato l’elenco degli ammessi alla selezione finale. Verrà data comunicazione dell’esito a tutti i candidati ammessi alla selezione finale via e-mail. La selezione finale avverrà tramite colloquio Skype il 27 e 28 agosto, in orari concordati. Il soggiorno in Italia sarà realizzato entro il 2017. Il bando è disponibile qui(aise) 

400 mila connazionali intrappolati in Venezuela

Come abbiamo visto sui telegiornali e i media di tutto il mondo il Venezuela sta affrontando uno dei momenti più difficili della sua storia: lo hanno anche dimostrato già molti paesi del mondo, come l’Argentina, che ha denunciato e condannato ufficialmente questa situazione drammatica, con morti e mancanza di un governo eletto dal popolo.

In Venezuela, dopo la II Guerra Mondiale hanno emigrato oltre 250.000 connazionali. È una meta dei flussi emigratori più grandi della nostra storia contemporanea e, per questa ragione, la comunità italiana nel paese dei Caribi è molto più unita all’Italia: è un’emigrazione recente, anche se sono già decine di migliaia gli italiani fuggiti da Caracas, Maracay o Maracaibo, senza contare le centinaia di italiani che sono stati sequestrati e uccisi da una delinquenza estrema. Non possiamo che essere solidali con i nostri italiani, intrappolati da un regime totalitario partito nel 1999 con il “chavismo”. Il regime ha infranto ogni regola democratica come quest’ultimo affronto, con le false elezioni di un’assemblea costituzionale, senza permettere l’entrata di nessuna delegazione straniera che abbia potuto vidimare questo atto elettivo.

L’USEI quindi si unisce al coro democratico contro questo pugno alla democrazia, alle regole istituzionali, sentendosi solidale con il popolo venezuelano che, sulle strade o sulle piazze, continua a protestare pacificamente sfidando le armi di un regime. Gli italiani in Venezuela sono una forza lavorativa estremamente importante. Come simbolo dell’eccezionale lavoro italiano in Venezuela vogliamo ricordare soltanto uno dei grandi uomini come Filippo Sindoni, sequestrato e ucciso 10 anni fa a Maracay, dove aveva la più grande fabbrica di pasta del paese, un canale televisivo ed una ditta di costruzioni. Sono stati, negli ultimi tempi, innumerevoli gli SOS di italiani denunciando una situazione insostenibile che si sta vivendo in Venezuela.

Trascriviamo questo articolo de “Il Fatto Quotidiano” pubblicato quest’anno per capire la situazione in quale si trova la nostra comunità in Venezula firmato dal giornalista Flavio Bacchetta.

Eugenio Sangregorio

“Il tracollo economico che affligge la nazione leader di Alba (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe) minaccia anche la comunità italiana, la seconda, dopo la Spagna, di radice europea residente in Venezuela. Un’emergenza economica, sanitaria e sociale, che colpisce inevitabilmente il ceto medio-alto che la contraddistingue.

Svalutazione e farmaci: Dal 2013, anno in cui il delfino di Hugo Chávez, Nicolás Maduro, fu insediato al governo dopo la morte del suo predecessore, la moneta nazionale, il Bolivar (Bs), è coinvolto irreversibilmente in una spirale svalutativa che va di pari passo all’inflazione, fibrillata al 720%, per scendere poi tra 550 e 650%.

Il cambio ufficiale è però di circa 11 Bs per un euro. Questa enorme differenza, ha falcidiato le pensioni dei nostri connazionali in regime contributivo, condivise tra INPS ed ente previdenziale venezuelano. Difatti l’ente italiano, sul minimo riconosciuto di 27.000 Bs, calcolando un equivalente di 2700 Usd o 2500 Eur, integrava al malcapitato la quota irrisoria di 8 dollari.

Solamente lo sforzo dell’ambasciata italiana a Caracas, riuscì a modificare la cifra, in base al cambio statale intermedio. Ora 27.000 Bs sono divisi per 630, pari a 43 euro. Di conseguenza, dall’1 gennaio 2017, l’Inps riconosce al pensionato un’integrazione più congrua, 400 – 600 euro, secondo i parametri contributivi. Così facendo, anche una pensione minima di 400 euro, può essere convertita in una cifra largamente superiore alla media nazionale, considerando che un Prof universitario non prende più di 100.000 Bs. mensili. Il problema sanitario rimane il nodo scorsoio del Paese e della nostra comunità, che il registro ufficiale Aire (Associazione italiana residente esteri) quantifica in 160.000 residenti. In realtà, calcolando il resto della cittadinanza italo-venezuelana, includendo anche coloro senza doppio passaporto, il totale oscilla tra uno e due milioni, il 5% circa dell’intera popolazione. La sanità pubblica era un vanto ai tempi di Chàvez, finanziata dai proventi petroliferi, quando il greggio viaggiava a quota 120 al barile, in sintonia con l’economia intera. Con il crollo al minimo storico di 42 dollari, risalito poi a 50, in contemporanea con l’estrazione statunitense dai nuovi pozzi texani, il servizio sanitario ha subito in maniera drastica la crisi generale.

L’allarme destato dai decessi di un nostro funzionario e due familiari per mancanza di coagulanti e l’attuale penuria del Paese, han portato a un’interrogazione parlamentare de l’on. Casini, in seguito al rifiuto del governo venezuelano di permettere l’entrata di un container di medicinali dall’Italia. Caracas nega che vi sia in atto un’emergenza sanitaria. Una situazione simile a quella brasiliana, dove fare una risonanza in strutture pubbliche anche in regime di pronto soccorso, può portare ad attese di 6/8 settimane, mentre in clinica è immediata, al costo di 650 Reais, circa 200 euro.

La recrudescenza criminale per le strade, ha riportato Caracas indietro nel passato pre-Chàvez: È stato ucciso, durante una rapina nella sua abitazione, un nostro diplomatico; agguati continui, di cui è stato oggetto anche il nostro ambasciatore. Il fattore cruciale che espone in maniera negativa la comunità italiana agli occhi delle autorità, è la simpatia di una larga maggioranza (il 90% pare) per l’opposizione. Antonio Ledezma, sindaco della Gran Caracas, e figlio d’immigrati salernitani, è, dopo Lopez, il detenuto politico più celebre. Brigitte Mendoza, studentessa venezuelana che aveva consegnato a Bruxelles una petizione a denuncia di violazioni dei diritti umani, è stata arrestata al suo rientro, e rinchiusa in un carcere militare, con l’accusa gravissima di terrorismo. Legali e familiari non possono per ora avvicinarla.

Interrogativi inquietanti: La restrizione dei diritti civili, e le incarcerazioni di massa, sono effetti collaterali dello “stato d’eccezione” che il governo ha dovuto proclamare a causa degli scontri che hanno causato decine di morti tra polizia e dimostranti nel 2014, i cosiddetti ‘guarimbas’, provocati anche dall’indebita ingerenza dell’Oas (Organizzazione Stati Americani) di patrocinio USA, e dell’Onu stesso. La gravissima crisi economica che sta attanagliando il paese, e la conseguente mostruosa inflazione, causate non solo dal crollo del crudo, ma anche dal mercato nero e dal sabotaggio dei grandi distributori di derrate alimentari, sta colpendo duramente le imprese italiane, verso le quali il governo è insolvente per la cifra iperbolica di quasi tre miliardi di dollari. Le classi disagiate, che Chàvez aveva emancipato dall’analfabetismo e dalla fame, fornendo loro anche assistenza sanitaria gratuita, stanno ritornando alla miseria di un passato non troppo lontano nei ricordi.

Tra Italia e Venezuela, i rapporti van deteriorandosi, dopo la mozione di Casini approvata dal Parlamento, e il recente intervento di Alfano. Segnali che non fanno presagire nulla di buono, rischiando divanificare la posizione super partes di Federica Mogherini, che nel 2014 ha cercato di spegnere i focolai di tensione tra governo e opposizione, e l’incontro di Papa Bergoglio con Maduro di ottobre 2016.Se gli sforzi diplomatici di questi giorni dovessero fallire, i nostri connazionali rischierebbero di pagarne lo scotto duramente.

Flavio Bacchetta (Il Fatto Quotidiano)

Corsi in Calabria per discendenti di Calabresi 

La Regione Calabria, di concerto con l’Università per Stranieri di Reggio Calabria e l’Università della Calabria di Cosenza, ha indetto una selezione per la partecipazione a diverse attività formative, riservate a giovani discendenti di emigrati calabresi residenti all’estero.

I corsi a cui è possibile accedere sono quelli di ‘Lingua e cultura italiana’ e ‘Cultura e tradizioni della Calabria’ entrambi ospitati sia dall’Università della Calabria a Cosenza, sia dall’Università per Stranieri di Reggio Calabria. Possono partecipare alla selezione i giovani discendenti di origine calabrese che non abbiano superato i 32 anni di età. La selezione rimarrà aperta fino al 20 agosto.

Le attività formative, concordate in sede di Consulta regionale per l’Emigrazione, rientrano nel piano annuale degli interventi e sono mirate alla promozione ed all’accrescimento del legame delle nuove generazioni di discendenti di seconda-terza generazione degli emigrati calabresi residenti all’estero con il territorio di origine.

L’intento è quello di mantenere e rafforzare l’identità culturale e la memoria della propria origine e di sviluppare un forte senso di appartenenza che consenta di veicolare presso le rispettive comunità di residenza, l’interesse per la conoscenza della Calabria.

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