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July 2017 - page 3

ItaliaChe

ItaliaChe è un nuovo gruppo di italiane, di giovani professioniste , emigrate negli ultimi anni, che si sono riunite con il fine di dare dell’Italia, un immagine attuale e contemporanea, una visione si potrebbe dire “svecchiata” in relazione a quella dominante e vissuta dalla collettività italiana.

Le distingue appunto la condizione di “giovani ”, quindi la vitalità, l’entusiasmo e il desiderio di lavorare per la promozione della cultura italiana, di quella conosciuta e di quella odierna. Sono: Marta Potenza, il referente del gruppo, Elena Ciccone, Camilla Tosatto, Chiara Bille, Veronica Barbatano, Silvia Chiesa. Hanno scelto il nome di ItaliaChe, giocando un poco con il cocoliche, per indicare anche nel nome l’unione dell’Italia con l’Argentina.

Italia per il paese di origine e Che, parole loro “perché a Buenos Aires è molto comune.” Niente di più azzeccato poiché linguisticamente ItaliaChe vorrebbe dire popolo d’Italia in Argentina, visto che Che significa appunto popolo, gente, dal nome delle etnie presenti nella Patagonia argentina e cilena. Si chiamano così i Mapuche composto da Mapu (della Terra) e che (popolo); quindi popolo della Terra, y Tehuelche, popolo dei giganti.

La loro proposta è rivolta a chiunque abbia il desiderio di nutrire l’interesse per il Bel Paese, a tutte le persone, di tutte le età, con l’amore e l’interesse culturale ed affettivo per l’Italia.Il gruppo non vuole occupare gli spazi delle altre associazioni, si propone invece di agire con esse in una comunicazione circolare per dare dell’Italia un’immagine a tutto tondo.

In questa ottica ItaliaChe si è incontrato ed ha accettato il supporto del Circolo Italiano, un’istituzione di rilievo nella collettività italiana, che si è convertito nel luogo di ritrovo del nascente gruppo. In questo modo è entrato nel Circolo Italiano, vi si è sommato per infondergli nuova energia, la sua gioventù ovvero la linfa vitale necessaria per continuare a occupare per molto tempo ancora un ruolo da leader nella società argentina.

Edda Cinarelli

Polemica sul fascismo

In Italia non si poteva fare apologia del fascismo, ora nemmeno ma ci si avvicina ad un epoca in cui si può parlare di quel momento storico con maggior distensione. I pentastellati dicono no al testo presentato da Fiano: “Punite anche le condotte soltanto elogiative”. L’ex premier: “Vada per la geografia, ma almeno conoscere la storia”. Toninelli: “Legge scritta con i piedi, solo per andare sui giornali”. E la destra insorge: “Nel Pd sono rimasti comunisti”

La legge che introduce il reato di propaganda del regime fascista e nazifascista è “liberticida“. Lo sostengono i deputati M5s che in commissione Affari costituzionali alla Camera bocciano così la proposta di legge a prima firma di Emanuele Fiano (Pd). Il provvedimento sarà in Aula  a Montecitorio. Al M5s risponde Matteo Renzi: “Liberticida era il fascismo non la legge sull’apologia di fascismo. Bisogna dirlo al M5s: era il fascismo liberticida. Almeno la Storia!”. Una polemica che si accende mentre a Chioggia la Digos è dovuta intervenire in uno stabilimento balneare dove tutto era “colorato” – diciamo così – con simbologie e parole d’ordine mussoliniane .

Questa legge non piace soprattutto alle destre. A partire dalla Lega Nord che il fondatore Umberto Bossi un tempo aveva ancorato a più riprese all’antifascismo. Ora il partito è cambiato e il segretario del Carroccio Matteo Salvini va oltre. “Nel 2017 non ha senso il reato di opinione – dice il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini – Un conto sono le minacce, gli insulti o l’istigazione al terrorismo, altra cosa sono le idee, belle o brutte, che si possono confutare ma non arrestare. Le idee non si processano, via la legge Mancino“.

La legge Mancino – che è vigente dal 1993 – sanziona i comportamenti legati all’ideologica nazifascista che incitano alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, religiosi o altri ancora. Cosa prevede invece la proposta di legge del Pd? Prevede l’introduzione nel codice penale dell’articolo 293 bis per punire “chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco”. La pena prevista è tra 6 mesi e 2 anni. Come spiegano alcuni parlamentari democratici, insomma: basta saluto romano, gadget nostalgici e varia merce delle stessa categoria. “Con aggravante se tutto questo viene attuato attraverso strumenti telematici o informatici” quindi attraverso il web. Quindi un passo in più: la sanzione non stacca solo quando c’è discriminazione, ma anche quando si propagandano simboli, immagini, contenuti propri dell’ideologica nazifascista.

Cosa ancora diversa è l’apologia del fascismo prevista dalla legge Scelba del 1952 e punisce chi “promuove ed organizzi sotto qualsiasi forma, la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto partito fascista, oppure chiunque pubblicamente esalti esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche”.

Secondo i Cinquestelle il testo riduce la libertà perché, spiegano i parlamentari in un parere scritto depositato in commissione, vengono punite “anche condotte meramente elogiative o estemporanee che, pur non essendo volte alla riorganizzazione del disciolto partito fascista, siano chiara espressione della retorica di tale regime o di quello nazionalsocialista tedesco”. E invece, sostengono i Cinquestelle, “la Cassazione ha confermato che l’idoneità lesiva della condotta viene in rilievo solo in quanto realizzata nel corso di pubbliche riunioni o manifestazioni, non anche in un ambito privato e ciò ha correttamente determinato, ad esempio sulla punibilità ‘saluto romano’, pronunciamenti da parte dei giudici di merito con sentenze di senso diverso a seconda dei casi, senza arbitrari automatismi“.

I nemici di Papa Bergoglio

Da sabato 8 luglio è in edicola il terzo numero di Fq MillenniuM, il mensile del Fatto Quotidiano diretto da Peter Gomez. I giornalisti di Fq MillenniuM hanno fatto un viaggio in Vaticano (e non solo) per capire chi e che cosa stanno impedendo al Pontefice di realizzare la sua rivoluzione nella Chiesa. Nemici interni, trame internazionali, resistenze dal basso: ecco perché la strada di Papa Francesco è lastricata di ostacoli difficili da superare.

La domanda è brutalmente netta: che cosa sta accadendo in Vaticano? A quattro anni e quattro mesi dalla sua elezione al trono di Pietro, il papa venuto “dalla fine del mondo” è entrato in una fase decisiva del suo pontificato francescano e rivoluzionario. Gli eventi di queste ultime settimane stanno lì a testimoniarloUn vortice turbolento che si è aperto con la clamorosa notizia delle accuse per pedofilia al cardinale australiano George Pell, già al centro delle carte del cosiddetto Vatileaks 2 diffuse, o quantomeno strumentalizzate, da una filiera vicina ai settori più conservatori e retrivi della Chiesa che si oppongono a BergoglioPell, infatti, è stato un uomo chiave delle riforme economiche di Francesco ma non ha mai toccato “palla” contro le resistenze curiali. Non a caso la reazione del papa è stata altrettanto importante: ha rimosso il tedesco Gerhard Ludwig Müller dalla “cattedra” autorevolissima del Sant’Uffizio, l’attuale Congregazione per la Dottrina della fede.

Tra le colpe attribuite al cardinale teutonico, avversario dei suoi colleghi “progressisti” e faro dell’arida dottrina clericale, anche quella di non aver mai fatto decollare, in seno al Sant’Uffizio, la commissione per tutelare i minori, voluta a suo tempo da Ratzinger per combattere la pedofilia nella Chiesa. Una gestione definita addirittura “vergognosa”. Ma Müller, soprattutto, è amico di monsignor Georg Gänswein, storico e ambizioso segretario del papa emerito, Benedetto XVI, e tuttora prefetto della Casa pontificia. Forse la prossima mossa di Francesco sarà proprio quella di mandare Gänswein nella sua patria d’origine, la Germania

“Abbiamo bisogno di un governo eletto che finisca una legislatura”

L’USEI considera che il tempo di “temporeggiare” è finito. Da troppi anni il nostro paese non è governato da un Premier eletto dalla gente e questo comincia a sentirsi su tutta la struttura politica nazionale che scricchiola. Siamo stufi degli accordi fra cortigiani per piazzare lì qualcuno che possa gestire una crisi.

Per uscire da una crisi bisogna credere che già sia finita ed attuare in conseguenza. Ci vuole una elezione vera, con un governo nato dai meccanismi democratici che l’Italia ha a sua disposizione. Non è possibile che si tiri avanti con governi timidi e senza rappresentatività. Dal 1946 ad oggi, quindi in 70 anni, abbiamo avuto 42 Premier, quando una legislatura dovrebbe durare 4 anni! L’incredibile che pochissimi sono stati eletti e soltanto uno è riuscito a finire una legislatura!  È negativo per lo stesso timoniere messo a dito che, vistosi senza autorità, non riuscirà mai a farsi rispettare come Dio vuole.

Ovviamente è anche molto negativo che un governo non duri mai tutta una legislatura: fa male al paese e soprattutto alle nuove generazioni che vedono nella politica una specie di pista di pattinaggio. Chiunque vinca l’anno prossimo se la dovrà vedere con l’ennesima crisi. Abbiamo bisogno di un lider forte, sicuro di se, pronto ad affrontare la Germania con fermezza ed eleganza perché, in mezzo a questa crisi ci siamo anche noi emigranti che, negli ultimi 10 anni, abbiamo perso tutti i previlegi costruiti in decenni di lotta per i nostri diritti. Abbiamo visto come ci continuano a tagliare i sussidi, gli aiuti per i più bisognosi, il supporto alla Cultura, ci chiudono Camere di Commercio, Consolati, ci fanno aspettare 6 mesi per un rinnovo di passaporto o 10 anni per ottenere un certificato di cittadinanza.

Esigiamo fermezza, esigiamo un governo vero, eletto dagli italiani! Quanto tempo si può resistere senza andare alle urne?

Eugenio Sangregorio

L’Italia deve dimostrare chi siamo: chiaro messaggio alla Merkel

Il momento segue delicato per l’UE, lo sappiamo, ma è fondamentale che il governo che sia eletto alle prossime politiche, oltre ad avere un supporto popolare forte, dovrà fare la voce forte  con la Germania e la sua cocciuta posizione di nave insegna del continente. Nessuno può mettere in dubbio che Angela Merkel si sa forte e preparata: è una donna di ferro che, a differenza della Thatcher, si nasconde dietro una figura di dolcezza bonacciona. Ha preso il timone dell’UE da molti anni ed ha sopravvissuto, con equilibrio e fermezza, a grandi tempeste.

Il mondo è cambiato tanto e continua a cambiare costantemente e la Merkel, forse, non è di quei politici che rischiano troppo. Lo ha dimostrato con l’immigrazione quasi indiscriminata ed una diplomazia abbastanza benevolente. Il paese che lei rappresenta è sicuramente il più ricco ed equilibrato dell’UE, ma si è arrogato un controllo abbastanza scomodo, forse uno degli argomenti della Gran Bretagna per dire basta con il suo “brexit”.

Abbiamo visto nel passato recente il governo Renzi che, ai moniti della Germania ha risposto con la proposta della flessibilità, visto che l’Italia, dal 2008, non riesce a decollare. Quella fu una prima timida battaglia vinta che ha dato un po’ di respiro ed ha fatto ottenere i famosi 20 miliardi di Euro dell’UE per curare le ferite. Ma il panorama, ora, aldilà del miglioramento, sta in discesa. Di nuovo Renzi esige più fermezza a Gentiloni per una risposta secca alla Germania che insiste su un azzeramento del deficit fiscale. Non si può esigere troppo all’ennesimo Premier NON ELETTO che deve barcamenarsi sul ghiaccio senza pattini e senza cadere. Dall’ottobre del 2011 l’Italia non ha più un Presidente del Consiglio eletto: dopo la caduta, nel 2011 di Silvio Berlusconi, abbiamo avuto Monti, Letta, Renzi e Gentiloni: nessuno è stato scelto dalla gente e questo è grave per una Democrazia che si faccia rispettare.

Angela Merkel è considerata da più della metà dei politici nostrani un’anti-italiana: non crediamo proprio che sia così e sicuramente, se ci sono colpe, sono tutte italiane, perché è facile accusare un terzo per i problemi italiani.

Eugenio Sangregorio

770.000 pensioni Inps in convenzioni internazionali

Un quadro aggiornato al 2016 sulle pensioni in regime internazionale erogate dall’Inps è stato presentato nel XVI Rapporto annuale alla Camera dei Deputati. La relazione è stata svolta dal presidente dell’Istituto Tito Boeri e il Rapporto è scaricabile sul sito web dell’Inps. Nel 2016 sono state 770741 le prestazioni in convenzione internazionale, di un importo – come constata lo stesso Rapporto – “modesto”.

“Un fatto questo che noi denunciamo da anni e che avremmo voluto correggere con una nostra proposta di legge presentata tempo fa che prevede il raddoppio dell’importo minimale delle pensioni in convenzione e che purtroppo giace ancora ignorata in qualche Commissione – rivelano i deputati del Pd eletti all’estero Marco Fedi eFabio Porta – Invece l’insieme delle pensioni pagate all’estero nel 2016 ammonta a quasi 380mila prestazioni tra le quali sono incluse sia quelle in regime di totalizzazione internazionale che quelle liquidate sulla base di sola contribuzione italiana (cosiddette pensioni “autonome”). Nel Rapporto si evidenzia come fino a poco tempo fa il beneficiario di una pensione pagata all’estero era esclusivamente l’emigrante italiano costretto a trasferirsi in un altro paese per necessità economiche. Oggi a questa tipologia se ne aggiungono altre due: gli stranieri immigrati che hanno lavorato in Italia e sono poi tornati nel proprio paese d’origine e i pensionati italiani che scelgono di emigrare al seguito di figli o nipoti o alla ricerca di luoghi fiscalmente vantaggiosi o con un costo della vita relativamente più basso di quello del nostro Paese”.

Le pensioni erogate all’estero rappresentano il 2,2% del totale delle pensioni erogate dall’Istituto – si distribuiscono su ben 160 paesi, ma con una concentrazione tra i soggetti residenti in Europa e – sia pure in riduzione – in Canada e Stati Uniti.

“In generale l’evidenza mostra che stiamo attraversando una fase di transizione in cui si sta svuotando la componente dei cittadini italiani emigrati e si manifestano cambiamenti nei paesi di destinazione dei pagamenti – proseguono i due deputati democratici – in crescita quelli verso la Germania e la Svizzera, in diminuzione quelli verso altri paesi, come la Francia, il Belgio, gli Usa che sono stati in passato meta dei nostri migranti – mentre non è ancora diventato numericamente rilevante l’apporto degli stranieri”. 

Dai numeri dell’Inps risulta che nel 2016, ben 459866 pensioni sono state erogate in convenzione con l’Unione europea, 98794 con la Svizzera, 63214 col Canada (Quebec compreso), 50077 con l’Australia, 28104 con l’Argentina, 38062 con gli Usa, 8423 con l’ex-Jugoslavia, 7402 col Brasile, 7.047 col Venezuela, 9752 con altri paesi.

Di quelle pagate all’estero invece ce ne sono 182254 in Europa, 96597 in America settentrionale, 47581 in Oceania, 41444 in America meridionale, 1026 in America centrale, 2991 in Africa, 1374 in Asia per un totale di 373265.

“Il dato interessante è la forte crescita delle pensioni pagate in America centrale e in Asia (rispettivamente +42,8% e +42,6% tra il 2012 e il 2016), determinata soprattutto dal rientro di coloro che, dopo aver lavorato o aver conseguito diritto a pensione in Italia, scelgono di tornare nel proprio paese d’origine – rivelano Fedi e Porta – La gran parte di questa spesa è comunque destinata ancora a cittadini italiani; infatti in media solo poco più del 17% dei beneficiari risulta straniero con differenze però importanti per l’Asia e l’Africa. Altra componente importante della presenza straniera nella platea dei beneficiari di pensioni Inps all’estero è costituita dai coniugi superstiti di pensionati. Infatti i beneficiari stranieri che vivono all’estero sono soprattutto donne – circa l’80% – ma oltre il 60% sono titolari di pensioni ai superstiti e tuttavia, soprattutto nell’area europea, è in crescita il numero di donne straniere che hanno maturato il diritto alla pensione di vecchiaia per aver lavorato in Italia. 

Nel proprio Rapporto, l’Inps sembra nuovamente mostrare perplessità sull’esportabilità nei paesi extraeuropei delle prestazioni assistenziali affermando che l’aspetto di’nteresse in questo ambito riguarda le cosiddette prestazioni a carattere non contributivo (principalmente, integrazione al trattamento minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali), anche per le implicazioni che possono derivarne sulla coerenza ed efficienza del sistema. La materia, come noto, è regolamentata da norme europee che prevedono la garanzia di livelli minimi di importo delle prestazioni ma al tempo stesso stabiliscono la non esportabilità delle prestazioni speciali non contributive nei paesi in cui si applicano i Regolamenti Ue per il Coordinamento dei Sistemi di Sicurezza sociale e spostano la tutela completamente a carico dell’istituzione del paese di residenza. Ciò comporta che forme di integrazioni pagate dall’Inps possano essere godute solo da chi risiede in un paese extra-Ue, ovviamente in presenza dei requisiti previsti per l’accesso al diritto. Nonostante in passato si sia fissato, per limitare il fenomeno, un requisito contributivo minimo per poter avere l’integrazione al trattamento minimo, spesso il diritto all’integrazione al minimo e ad altre prestazioni non contributive è riconosciuto anche a pensionati che hanno versato contribuzioni esigue nel nostro Paese. Il numero di pensioni integrate o che godono di maggiorazioni sociali o quattordicesima mensilità a favore di titolari che risiedono all’estero non è basso e la spesa relativa ammonta nel 2016 a circa 96 milioni di euro. Si ricorda che queste prestazioni non sono soggette a tassazione in Italia né diretta né indiretta”.

Fedi e Porta sperano “che queste affermazioni non siano un segnale per un nuovo attacco (il primo siamo riusciti a sventarlo) all’esportabilità di talune prestazioni assistenziali nei paesi extracomunitari. Infine l’Inps sottolinea che per quanto al trattamento fiscale applicato alle pensioni pagate all’estero, con riferimento alle 55238 pensioni erogate nel periodo d’imposta 2016 per cui è stata richiesta l’applicazione delle convenzioni internazionali contro le doppie imposizioni, quasi l’85% (46848 soggetti) dei pensionati detassati si concentra su sei paesi (Australia, Germania, Svizzera, Canada, Belgio e Austria). Il mancato gettito che ne deriva (altra ossessione dell’Inps?) si stima, ipotizzando l’assenza di eventuali detrazioni d’imposta, in 102 milioni di euro”.

Deceduto a Roma Joaquín Navarro-Valls, portavoce di Giovanni Paolo II

Joaquín Navarro-Valls, diretto della Sala Sala Stampa della Santa Sede nel pontificato del papa Giovanni Paolo II, è deceduto a Roma agli 80 anni per causa di un cancro al pancreas, insieme ai fedeli della prelatura dell’Opus Dei con cui condivideva la residenza.

Nel 1984 San Giovanni Paolo II lo nomina diretto dell’Ufficio Stampa del Vaticano. Da allora la sua figura è stata sempre associata a quella di Papa Wojtyla fino la sua morte nel 2005, e dopo anche a quella di Benedetto XVI, con cui ha svolto lo stesso incarico nei primi 15 mesi di pontificato. E’ stato il primo laico e il primo non italiano a svolgere questo ruolo.

Ha modernizzato il sistema di informazione della Santa Sede ed è stato protagonista in prima persona di eventi epocali della storia della Chiesa, come nel viaggio a L’Avana nel 1998 per negoziare  direttamente con Fidel Castro i dettagli del viaggio di Giovanni Paolo II a Cuba. E’ stato membro delle Delegazioni della Sanata Sede nella Conferenze Internazionali delle Nazioni Unite al Cairo (1994), a Conpenaghen (1995), Pechino (1995) e Istambul (1996).

E’ stato richiamato dal Vaticano quando era presidente dell’Associazione della Stampa Estera in Italia tra il 1983 e 1984. Prima, dal 1977 al 1984 era corrispondente del quotidiano ABC per l’Italia e il Mediterraneo Orientale (Egitto, Grecia, Israele, Argelia, Turchia).

Ottenne la Laurea “summa cum laude” in Medicina e Chirurgia nel 1961 ed ha frequentato dottorati in Psichiatria. Inoltre ha frequentato corsi di post laurea all’Università di Harvard negli USA. Inoltre ha insegnato da assistente presso la Facoltà di Medicina. Nel 1968 si è laureato in giornalismo e nel 1980 in comunicazione. Parlava lo spagnolo, l’inglese, il francese e l’italiano, ed è stato autore di oltre un centinaio di libri. Ha ricevuto numerosi premi giornalistici ed è stato contradistinto con numerevoli Dottorati Honoris Causa.

Agli inizi degli anni ’70 si è trasferito a Roma, ed ha collaborato con San Josemaria Escrivà in aree di comunicazione dell’Opus Dei, dove ha informato il decesso del fondatore il 26 giugno 1975 e l’elezione del suo successore, ora beato Alvaro del Portillo. Anni dopo, poco prima della canonizzazione del fondatore dell’Opus Dei, scriveva queste parole nell’Osservatore Romano: “Josemaria Escribà ci fa vedere che il santo non si muove in un mondo di ombre e di apparenze, ma in questo nostro monto di realtà humane e concrete, dove c’è un ‘qualcosa divino’ che ‘è già lì’ in alttesa che l’uomo sappia trovarlo”.

Negli anni ’60 è stato segretario della Delegazione dell’Opus Dei a Barcellona collaborando generosamente con diverse iniziative apostoliche, sociali ed educative in Catalogna ed Aragone. I fondatori del Colegio Xaloc, presso l’Hospitalet di Llobregat, la città più popolosa della periferia operaia di Barcellona, hanno sempre riconosciuto lo stimolo riceuto da Joaquín Navarro-Valls sin dai primi momenti.

I funerali sono stati celebrati dal Mons. Mariano Fazio, vicario generale della prelatura dell’Opus Dei, venerdì 7 luglio alle ore 11.

Roberto Filpo, “la linea USEI non cambia”

La nostra linea non cambia! Noi siamo USEI, un partito politico nato dalle origini delle nostre comunità italiane, marcato dalla serietà e dal lavoro costante dei nostri connazionali e dal nostro rappresentante in Parlamento Renata Bueno che, fra l’altro, é Presidente della Commissione Permanente degli Affari Esteri. Sappiamo che é poco il margine decisionale nell’ambito della Camera per ognuno dei parlamentari delle Circoscrizioni estere, ma sappiamo anche che il lavoro si fa a Roma, cercando accordi, portando progetti di legge, interpellando ministri.

Il volume di lavoro nel Parlamento italiano é enorme, caratterizzato dalla burocrazia e dall’inattività, ma ci pare assurdo portare avanti un discorso contro un solo partito. Noi siamo indipendenti autentici e votiamo soltanto ció che la nostra coscienza ci suggerisce. La nostra esperienza ci ha insegnato che schierarsi a favore o contro un partito, non conduce a nulla di positivo. Noi siamo un movimento autentico che vuol difendere l’emigrazione, che non ha bisogno di fuochi d’artificio per ottenere voti.

Siamo un Partito di idee e di lavoro, di iniziative e di risultati. Il nostro leader, non per niente, si é costruito una carriera da zero, lavorando 12 ore al giorno da sempre, costruendo un gruppo affiatato di lavoro che occupa migliaia di persone. Eugenio Sangregorio é un imprenditore edile che ha costruito palazzi, strade, case, quartieri e persino un Cimitero come “Los Cipréses” che ha ottenuto premi a livello mondiale con una cappella pensata e costruita nientemeno che da Carlos Páez Vilaró.

Oltre alle innumerevoli opere edilizie Sangregorio ha contribuito a costruire identità italiana, da decenni. Sue sono state grandi iniziative editoriali, creazione di associazioni, di movimenti ed il suo altruismo lo ha portato a beneficiare, come USEI, 150 connazionali affinché, in una delle crisi piú difficili dell’Argentina, potessero riscuotere le loro pensioni in Euro. In occasione della terribile vicenda di Amatrice Sangregorio ha raccolto oltre 20.000 dollari per i terremotati, mentre il Consolato Generale meno della metá, senza neanche ringraziare quest’opera.

Fatti e non parole che hanno contribuito fortemente all’identitá italiana, al senso di appartenenza, all’orgoglio. Questo é USEI, orgoglio di essere italiani, di saper di appartenere alle origini di Dante, di Michelangelo, di Leonardo o Raffaello, ma anche della Ferrari, di Valentino Rossi o la Nazionale Campione del Mondo. Senza fuochi d’artificio fini a se stessi o alla semplice lotta elettoralistica! U…sei italiano? Allora vieni da noi, ti faremo sentire un’ italiano vero.

Roberto Filpo, Segretario del Partito USEI – America Meridionale

Progetto la scuola adotta un monumento

Nell’ambito dell’intesa attività di cooperazione culturale tra Italia e Argentina e in linea con quanto disciplinato dall’Accordo di Cooperazione culturale bilaterale firmato nel 1998 e dal relativo Protocollo esecutivo di collaborazione culturale ed educativa per gli anni 2014-2018, il Consolato Generale a Buenos Aires, d’intesa con l’Ambasciata d’Italia in Argentina, ha avviato un negoziato per pervenire a una intesa con la Commissione Nazionale per i Monumenti, Luoghi e Beni Storici della Presidenza della Nazione Argentina.

Alle negoziazioni, che si sono aperte con una riunione preliminare organizzata lo scorso 19 maggio a cui ha assistito anche la Presidente della Commissione Nazionale, Teresa Anchorena, hanno partecipato il Dirigente Scolastico in servizio presso il CG di Buenos Aires, Prof. Giuseppe Finocchiaro, e alcuni esponenti tecnici e del dipartimento di affari giuridici della Commissione.

L’obiettivo principale del Memorandum è quello di favorire la diffusione anche in Argentina del know how acquisito dal sistema scolastico italiano per ciò che concerne lo sviluppo delle attività extra-curricolari e di apprendimento informale, declinato nel concept della manifestazione “La Scuola adotta un Monumento”.

Quest’ultima, come noto, è destinata a favorire lo sviluppo di una coscienza civica tra i più giovani verso la conoscenza, la preservazione e la tutela del patrimonio artistico. In tale contesto, la scuola viene considerata come la necessaria cassa di risonanza per far emergere tra gli studenti atteggiamenti e indoli pro-social in favore del rispetto dei beni artistici e culturali considerati patrimonio comune.

In Argentina, il progetto assume una duplice rilevanza, in quanto verrà declinato, attraverso l’accordo tra le Parti, nella preservazione di beni artistici e culturali argentini che abbiano un matrice squisitamente italiana. Ciò è volto a favorire la conoscenza, anche tra i più giovani, dell’intenso patrimonio artistico italiano presente in questo Paese, ivi incluse delle sue solide radici culturali e sociali di origine italiana.

Nel primo anno di attività, l’iniziativa verrà estesa alle 61 scuole che aderiscono all’intesa siglata il 19 maggio 2014 tra il Consolato Generale di Buenos Aires e il Governo della Citta’ di Buenos Aires, volta a favorire la diffusione dell’insegnamento della lingua e della cultura italiana nella Capitale. A queste si aggiungono i plessi scolastici che aderiranno all’intesa di pari tenore firmata dall’Ambasciata e dalla Direzione Generale per la Cultura e l’Educazione della Provincia di Buenos Aires in occasione della visita di stato in Argentina del Presidente della Repubblica Mattarella.

La Commissione Nazionale avrà il compito di stilare una lista di beni artistici e culturali oggetto delle attività di outreach a cura delle scuole. Questi saranno di committenza o manifattura italiana, allo scopo di esaltare una maggiore conoscenza tra il pubblico argentino del ricco patrimonio storico e architettonico italiano in Argentina.

Ogni scuola che parteciperà al progetto potrà scegliere uno o più monumenti. Per le classi di studenti tra gli 8 e i 12 anni, saranno gli educatori scolastici a scegliere il bene da tutelare. Per gli alunni tra i 13 e i 18 anni, saranno gli stessi studenti a identificare il monumento, in base a una selezione interna al fine di stimolare il loro interesse e curiosità.

In base al calendario scolastico australe, le attività preparatorie di studio sul bene assegnato potrebbero essere organizzate nel mese di settembre, mentre gli aspetti operativi (tra cui iniziative legate al decoro e alla messa in fruizione) potrebbero essere calendarizzati tra i mesi di ottobre e novembre. Saranno inoltre gli stessi studenti, in qualità di ciceroni, a mostrare al pubblico i risultati raggiunti attraverso l’organizzazione di circuiti culturali a carico delle Scuole e della Commissione Nazionale e supervisionati dal Dirigente Scolastico a Buenos Aires.

250.000 italiani emigrano ogni anno

L’emigrazione degli italiani all’estero, dopo gli intensi movimenti degli anni ’50 e ’60, è andata ridimensionandosi negli anni ’70 e fortemente riducendosi nei tre decenni successivi, fino a collocarsi al di sotto delle 40.000 unità annue. Invece, a partire dalla crisi del 2008 e specialmente nell’ultimo triennio, le partenze hanno ripreso vigore e, secondo stime, hanno raggiunto gli elevati livelli postbellici, quando erano poco meno di 300.000 l’anno gli italiani in uscita. Sono alcune delle anticipazioni sui dati contenuti nel Dossier Statistico Immigrazione 2017 di Idos Confronti, che uscirà in autunno.

Sotto l’impatto dell’ultima crisi economica, che l’Italia fa ancora fatica a superare, i trasferimenti all’estero hanno raggiunto le 102.000 unità nel 2015 e le 114.000 unità nel 2016, mentre i rientri si attestano sui 30.000 casi l’anno.

A emigrare sono sempre più persone giovani con un livello di istruzione superiore. Tra gli italiani con più di 25 anni, registrati nel 2002 in uscita per l’estero, il 51% aveva la licenza media, il 37,1% il diploma e l’11,9% la laurea ma già nel 2013 l’Istat ha riscontrato una modifica radicale dei livelli di istruzione tra le persone in uscita: il 34,6% con la licenza media, il 34,8% con il diploma e il 30,0% con la laurea, per cui si può stimare che nel 2016, su 114.000 italiani emigrati, siano 39.000 i diplomati e 34.000 i laureati. Le destinazioni europee più ricorrenti sono la Germania e la Gran Bretagna; quindi, a seguire, l’Austria, il Belgio, la Francia, il Lussemburgo, i Paesi Bassi e la Svizzera (in Europa dove si indirizzano circa i tre quarti delle uscite) mentre, oltreoceano, l’Argentina, il Brasile, il Canada, gli Stati Uniti e il Venezuela.

Questi dati meritano già di per sé un’attenta considerazione anche perché ogni italiano che emigra rappresenta un investimento per il paese (oltre che per la famiglia): 90.000 euro un diplomato, 158.000 o 170.000 un laureato (rispettivamente laurea triennale o magistrale) e 228.000 un dottore di ricerca, come risulta da una ricerca congiunta condotta nel 2016 da Idos e dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” sulla base di dati Ocse.
In realtà, i flussi effettivi sono ben più elevati rispetto a quelli registrati dalle anagrafi comunali, come risulta dagli archivi statistici dei paesi di destinazione, specialmente della Germania e della Gran Bretagna (un passaggio obbligato per chi voglia inserirsi in loco e provvedere alla registrazione di un contratto, alla copertura previdenziale, all’acquisizione della residenza e così via). Come emerso in alcuni studi, rispetto ai dati dello Statistisches Bundesamt tedesco e del registro previdenziale britannico (National Insurance Number), le cancellazioni anagrafiche rilevate in Italia rappresentano appena un terzo degli italiani effettivamente iscritti. Pertanto, i dati dell’Istat sui trasferimenti all’estero dovrebbero essere aumentati almeno di 2,5 volte e di conseguenza nel 2016 si passerebbe da 114.000 cancellazioni a 285.000 trasferimenti all’estero, un livello pari ai flussi dell’immediato dopoguerra e a quelli di fine Ottocento. Peraltro, non va dimenticato che nella stessa Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero il numero dei nuovi registrati nel 2016 (225.663) è più alto rispetto ai dati Istat. Naturalmente, andrebbe effettuata una maggiorazione anche del numero degli espatriati ufficialmente nel 2008-2016, senz’altro superiore ai casi registrati (624.000).

Sono queste le conclusioni cui si giunge nel capitolo che il Dossier Statistico Immigrazione 2017, in uscita in autunno, dedica di consueto agli italiani nel mondo. Anche quest’anno il rapporto viene curato da Idos insieme al Centro Studi Confronti, con la richiesta di un sostegno dell’Otto per Mille della Tavola Valdese.

I flussi degli italiani verso l’estero, così si conclude nel rapporto, meritano maggiore attenzione. Innanzi tutto sotto l’aspetto quantitativo, avendo raggiunto, se non superato, i livelli conosciuti dall’Italia quando si concepiva ancora come un paese di emigrazione. Ma va preso in considerazione anche l’aspetto qualitativo, perché è elevato il numero di diplomati e laureati coinvolti. Seppure in un contesto globalizzato la mobilità rappresenti una prospettiva normale, è necessario attuare una politica occupazionale più incisiva e occuparsi con maggiore concretezza dell’assistenza a quanti si sentono costretti a emigrare, assicurando loro in pieno il diritto di essere cittadini italiani, incluso il voto. (aise) 

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