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La Cassazione: “Lo sciacquone rumoroso viola i diritti umani: danno da risarcire”

Questa è una storia di diritti dell’uomo. E di sciacquoni.

L’accostamento potrà apparire azzardato, se non addirittura offensivo, ma così non la pensano i giudici della Cassazione i quali, ritrovandosi a decidere su una di quelle tipiche beghe di vicinato, non hanno esitato a riconoscere in quello scarico del wc murato in una parete divisoria assi sottile, una lesione al “diritto al rispetto della propria vita privata e familiare” che “è uno dei diritti protetti dalla Convenzione Europea dei diritti umani”.

Così la sesta sezione Civile, presieduta dal giudice Antonello Cosentino, ha motivato la decisione di respingere il ricorso presentato da quattro fratelli proprietari di un appartamento in una località del Golfo dei Poeti, in provincia di La Spezia.

La vicenda ha inizio quando la coppia che abita sullo stesso pianerottolo, nell’alloggio confinante, si rivolge al tribunale di La Spezia. La causa ha come oggetto un nuovo bagno realizzato dai quatto fratelli che provoca rumori “intollerabili derivanti dagli scarichi”. Marito e moglie chiedono che il problema venga eliminato e che sia loro riconosciuto un risarcimento, ma il giudice di primo grado boccia la loro causa.I due, però, non si arrendono e ricorrono in Appello a Genova con gli avvocati Giordano Sturlese e Paolo Marsigli. La Corte dispone una perizia che accerterà che “il secondo bagno era stato realizzato in una parete adiacente la stanza da letto dell’appartamento confinante ove era posta la testiera del letto” ed evidenzierà “non solo un notevole superamento della normale tollerabilità ma anche lo “spregiudicato ‘uso del bene comune’, posto che la cassetta di incasso del wc era stata installata nel muro divisorio, avente lo spessore di cm22 mentre avrebbe potuto trovare collocazione nel loro locale bagno”.

I giudici d’Appello constatarono come i rumori dello sciacquone disturbassero il riposo sia serale che del primo mattino “pregiudicando la normale qualità della vita in un luogo destinato al riposo”, perdi più “aggravato dal frequente uso notturno”.

Configurandosi, quindi, “una lesione del diritto alla libera e piena esplicazione delle proprie abitudini di vita quotidiana, diritti costituzionalmente garantiti e tutelati dall’articolo 8 della CEDU, Convenzione europea diritti dell’uomo”

La causa si chiuse con l’ordine ai proprietari di rivedere la collocazione dello sciacquone e di risarcire con 500 euro all’anno i vicini di casa, a decorrere dal 2003, l’ “annus horribilis” di comparsa del nuovo wc.

Storia conclusa? Macché, con buona pace di chi chiede di ridurre il carico processuale dei nostri tribunali, ecco che la sopravvivenza dello sciacquone finisce dritta in Cassazione con il ricorso affidato all’avvocato Stefano De Ferrari.

La disfida conclusiva si è giocata sulla effettiva rumorosità dello scarico e sulle misurazioni avvenute di notte, quando la zona, nonostante l’immobile si trovi in un punto ad alta densità turistica, è immersa nel silenzio.
Ma per i giudici ha avuto maggior peso il fatto che la perizia abbia rilevato il “significativo superamento di tre decibel rispetto agli standard previsti dalla normativa specifica”.

E la Suprema Corte, riferendosi alla Convenzione europea dei diritti umani, e, fra questi, in particolare al rispetto della vita privata e familiare, ha ricordato che “la Corte di Strasburgo ha fatto più volte applicazione di tale principio anche a fondamento della tutela alla vivibilità dell’abitazione e alla qualità della vita all’interno di essa, riconoscendo alle parti assoggettate ad immissioni intollerabili un consistente risarcimento del danno morale…” anche in assenza di un danno biologico.

Il danno, e il conseguente risarcimento, però sono stati riconosciuti in correlazione al “pregiudizio al diritto al riposo, che ridonda sulla qualità della vita di un individuo e conseguentemente sul diritto alla salute costituzionalmente garantito….provato in termini di disagi sofferti in dipendenza della difficile vivibilità della casa”. Dopo 19 anni di battaglie lo sciacquone verrà silenziato.

Marco Peve (pubblicao da Il Secolo XIX il 16/01/2022)

Fonte: La Cassazione: “Lo sciacquone rumoroso viola i diritti umani: danno da risarcire” – la Repubblica

Chi erano i re magi?

GaspareMelchiorre e Baldassarre. Li conosciamo come i tre re Magi che partirono per un lungo viaggio dalle lontane terre d’Oriente, inseguendo la stella cometa, per portare i propri doni a Gesù bambino. Ma chi erano questi Magi?

Occorre fare un pochino di chiarezza su questi tre illustri signori, portatori dei doni dell’oro, dell’incenso e della mirra, in quella piccola stalla, nella città di Betlemme.

I tre re magi (o quattro)

Innanzitutto, siamo davvero sicuri che fossero in tre? Secondo quanto scrive Francesca Fabris su Famiglia Cristiana, il numero dei Magi sarebbe associato solo al numero dei doni che portano. Il numero tre, poi, non è casuale: nei Vangeli, il riferimento al tre è davvero frequente, come la Santa Trinità (Padre, Figlio e Spirito Santo).

Esiste una leggenda secondo cui, insieme a Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, si fosse messo in viaggio un quarto Magio.

Sulla sua figura aleggerebbero diverse versioni della storia, ma quella più conosciuta racconta che quando si misero in cammino, in sella ai propri dromedari, il quarto Magio aveva deciso di portare a Gesù bambino una collana di perle. Nel viaggio verso Israele, però, egli incontrò diverse persone bisognose, a cui decise di donare una perla, perché li aiutasse a combattere la povertà. La sua generosità, però, gli costò il suo intero regalo: giunti a metà strada, infatti, il quarto Magio si rese conto di aver esaurito le perle e – per evitare la vergogna di presentarsi al bimbo indicato dalla Cometa a mani vuote – l’uomo decise a malincuore di interrompere il suo viaggio.

Eppure, riferisce Francesca Fabris, il quarto Magio ebbe un sogno, in cui vide Gesù bambino ringraziarlo per avergli donato le perle. Il significato di questa leggenda è che ogni volta che si compie un gesto di generosità nei confronti di chi ha bisogno, lo si fa a Gesù bambino.

Da dove arrivano?

La figura dei re Magi è avvolta da tantissimi racconti e leggende perché, in realtà, di loro si sa pochissimo.

C’è chi dice fosse dei ricchi uomini di scienza, potenti quanto un re. La loro provenienza è indicata soltanto nel Vangelo di Matteo, in cui è scritto un generico “Oriente”. Un’indicazione troppo imprecisa, tanto che la tradizione ha voluto fare un po’ di chiarezza, appioppando loro dei nomi tipici delle terre d’Oriente.

Prendendo un esempio dall’Italia, se un bambino si chiamasse Ambrogio, presumibilmente, si penserà che sia nato a Milano, se si chiamasse Salvatore, allora si penserà che sia originario di Palermo. Con lo stesso ragionamento, la tradizione ha assegnato ai re Magi il nome di Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Gaspare deriverebbe dal greco Galgalath, che significa “signore di Saba”, regno leggendario, a sud della penisola arabica, in Yemen, Melchiorre sarebbe la versione italianizzata del nome Melech, che nei tempi antichi della cultura semitica indicava il titolo di “Re”. Melech, quindi, poteva essere originario di una famiglia che parlava Arabo, Ebraico, o il Cananeo-Fenicio. Infine Baldassarre, da Balthazar, nome del mitico re di Babilonia.

Gli altri nomi dei re magi

Le interpretazioni dei nomi dei Magi sono tantissime. Alcuni studiosi, scavando ancora di più nell’etimologia dei loro nomi, invece di formulare delle ipotesi sulla loro provenienza, proporrebbero una traduzione diversa, per cui ogni nome indicherebbe una sorta di augurio per Gesù bambino.

Questa interpretazione deriverebbe dal significato che i nomi avrebbero nella antica lingua persiana. Infatti, Gaspare vorrebbe dire “venerabile maestro”, Melchiorre, invece, significherebbe “Il mio re è luce”, mentre Baldassarre deriverebbe da una sorta di invocazione: “Bel, proteggi il re”. Una preghiera in cui è presente il riferimento alla divinità degli assiri, Bel.

A quanto pare, questi illustri signori d’Oriente cambierebbero nome a seconda della tradizione di riferimento. In Siria, per esempio, i nomi con cui sono identificati i re Magi non sono Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma Larvandad, Hormisdas e Gushnasaph.

Chi erano?

I termine “Magio”, singolare di Magi, è un titolo che serve a indicare il ruolo del sapiente. Gli esperti ritengono che comunemente erano chiamati Magi gli scienziati, custodi del sapere astronomico.

La conferma arriva proprio dal Vangelo di Matteo, in cui sono descritti come sapienti capaci di leggere i segni del cielo. Non è un caso che il motivo del loro viaggio è quello di fare visita con dei doni al bambino indicato dalla Stella Cometa. La presenza di questi Magi nel racconto del Vangelo è molto breve, perciò tutto quello che è legato alla loro figura ha un valore simbolico, un insegnamento da dare ai lettori.

A differenza del re Erode e di tutti i potenti del tempo, i Magi riconoscono la grandezza del fatto che un astro del cielo si sia mosso solo per indicare la nascita di un bambino. Un privilegio degno soltanto di un re!

Alla luce di questo i Magi decidono di affrontare il lungo viaggio, forti del loro spirito di osservazione e della loro intelligenza, consapevoli di stare andando incontro a qualcosa che va oltre qualsiasi loro immaginazione. Per questo non danno nulla per scontato: cercano il bambino della Cometa nei posti ricchi e sfarzosi, come in quelli più umili e non considerati da nessuno.

Sono loro, stranieri in terra straniera, a riconoscere e accogliere Gesù bambino, come il re dei Giudei, al contrario di re Erode, che conosceva il proprio regno come le sue tasche.

Qual è la differenza tra Erode e i Magi? Mentre il primo si è affannato a cercare un “rivale” al suo dominio nella Giudea, i Magi si sono affidati a quello che vedevano e sentivano, senza pregiudizi e fiduciosi nelle indicazioni della Stella Cometa.

Andrea Danneo (pubblicato da FocusJunior.it il 03/01/2022)

Fonte: Chi erano i re Magi? – FocusJunior.it

La vera storia della Befana

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti…Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente.

Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno. Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.

Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa.

Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio. Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.

Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.

Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.

Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.

Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.

E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.

Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.

È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.

Nel 2022 non navighiamo a vista ma seguiamo la rotta Ubuntu per la salvezza dell’umanità intera – di Francesca Lippi

-Si salvi chi può!- verrebbe da urlare a squarciagola in questi giorni in cui la pandemia da Covid-19 con la sua variante Omicron mette a dura prova tutti noi. Nel nostro Paese, ieri 30 dicembre, si sono avuti circa 127mila contagi con il tasso di positività che è salito all’11%, tra i contagiati risultano anche molti bambini, poiché il virus in versione modificata attacca i non vaccinati e quindi soprattutto la fascia di età che va dai 6 agli 11 anni. Gli ospedali sono presi d’assalto e le terapie intensive tornano ad essere nuovamente intasate, perché ormai occupate al 13%, ben oltre la soglia del 10% disponibile. Si continua a morire in modo esponenziale, le vittime ieri sono state 156, 20 in più rispetto al giorno prima. La paura è tornata più forte a sconvolgere gli animi. La fine del lockdown con le graduali riaperture delle attività scolastiche, di ristoro, sportive e di spettacolo che avevano offerto a tutti noi un po’ di ossigeno, è proprio il caso di dirlo, forse potrebbero sparire e a breve potremmo piombare nuovamente nello smartworking, nelle DAD e peggio ancora nell’isolamento totale, chiusi nelle nostre abitazioni. Ovviamente ci auguriamo di no. E non abbiamo alcuna intenzione di fomentare una psicosi che, purtoppo, esiste già.

Vogliamo salutare questo 2021 con la speranza, perché ancora non è andato tutto bene, la rinascita non c’è stata, ma possiamo sperare in una ripresa, almeno parziale di una vita pseudo normale, anche se il nuovo decreto legge ripropone, già dal nuovo anno, mascherine all’aperto e nuovi diktat, come il super Green Pass per fronteggiare l’avanzata di Omicron ed una evidente emergenza. Del resto cosa potremmo fare, se non proteggerci per evitare di ammalarci ? Non disquisiamo in questo articolo di cosa dovrebbero attuare i governi per far stare meglio tutti, non abbiamo conoscenze mediche tali per poter affrontare tale argomentazioni e non siamo politici, ma chiunque, anche un ragazzino di 10 anni non avrebbe difficoltà a capire una cosa fondamentale: se non vacciniamo tutti gli abitanti della terra, visto che è in atto una pandemia, compresi quelli che abitano nei paesi più poveri, già investiti da guerre, carestie, epidemie di altra natura e fenomeni naturali disastrosi, non ne usciremo fuori. Da questa pandemia, ovviamente. Occorreranno anni, almeno una decina, perché il Covid-Sars 2 venga vissuto come una banale influenza e non lo diciamo noi, ma insigni scienziati.

Quindi? La risposta è semplice, quasi banale e arriva dall’Africa sub Sahariana, in specifico dalla repubblica Sudafricana di cui è il principio fondamentale e si chiama: “Ubuntu”. Il termine è un’espressione in lingua bantu che può essere tradotto in questo modo: “Io sono perché noi siamo, oppure Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti o ancora Umanità verso gli altri.” Ubuntu, quindi, è senso della comunità, rispetto e benevolenza verso il prossimo. Non serve essere cattolici, ortodossi, musulmani, buddisti o atei per capire questo concetto perché, come già detto, è un pensiero così semplice che lo capiscono anche i più piccoli. Allora cosa aspettiamo? Ad aiutarci reciprocamente, a sostenerci e a prendere coscienza dei nostri doveri in una visione più ampia che non navighi a vista, ma segua una rotta ben precisa quella che porta alla salvezza dell’umanità intera? I vaccini costano, i paesi poveri non riescono a coprire la spesa, spetterebbe all’Occidente pagare per far vaccinare tutti, ma a due anni dall’inizio della pandemia questo non è ancora avvenuto. Chi è credente prega, chi non lo è forse impreca, ma il risultato non cambia. Forse la condivisione potrebbe rappresentare la soluzione più semplice, oltre le etichette, i credi, i partiti, i poteri più o meno occulti, gli interessi economico-finanziari delle lobby e delle multinazionali del farmaco, forse ognuno di noi dovrebbe far proprio il termine Ubuntu e provare a metterlo in pratica cominciando dalle piccole cose del quotidiano: l’aiuto al vicino in quarantena, ad esempio, e non l’esclusione dalla propria sfera emotiva. Ubuntu è empatia verso l’altro. Ove troviamo il denaro, la smania di potere, l’ambizione sfrenata a governare le menti e i cuori dei leaders e di conseguenza dei popoli, Ubuntu resterà un suono inarticolato e non potrà essere realizzato. Nel 2022, che speriamo sia comunque migliore dell’anno che sta per lasciarci, auguriamo a tutti di vivere: “Ubuntu”.

Verso il 2022, con motivata fiducia e grandi speranze

Si conclude un anno lungo e ricco di eventi, per l’Italia e i suoi figli sparsi in ogni angolo del mondo. Un anno ancora una volta segnato dalla pandemia e dalle sue pesantissime conseguenze, non soltanto in campo sanitario ma anche economico e – per noi italiani che vivono all’estero – sulla mobilità dentro e fuori i confini dei Paesi dove viviamo.

Per la rappresentanza politica delle collettività italiane nel mondo l’anno si è concluso con le importanti elezioni dei Comites, gli organismi di base delle nostre comunità.   Un voto segnato dalle difficoltà di un sistema (la cosiddetta “inversione dell’opzione”, ossia l’iscrizione alle liste elettorali) che non ha certo favorito la partecipazione, ma anche da una diffusa e crescente disaffezione della stragrande maggioranza degli italiani iscritti all’AIRE (l’anagrafe dei residenti all’estero) nei confronti di organismi che vengono ritenuti distanti dalla loro realtà e difficilmente in grado di incidere sulla soluzione dei loro problemi.   A tutti i candidati e ai consiglieri eletti vanno comunque i miei auguri di buon lavoro insieme all’auspicio che i nuovi comitati possano essere all’altezza della grande sfida che proprio la scarsa partecipazione pone loro.  Rinnovarsi o perire: è questo l’imperativo che i tre livelli di rappresentanza hanno davanti a sé e spetterà in gran parte ai neo-eletti affrontare questa difficile ma entusiasmante scommessa. Anche la presenza in Parlamento dei rappresentanti eletti all’estero si trova davanti ad un bivio cruciale.

La recente espulsione dal Senato, a seguito di un mio ricorso e di una mia denuncia, di un senatore eletto a seguito di brogli elettorali provati dalla Magistratura italiana costituisce allo stesso tempo una vittoria storica da festeggiare e un fatto gravissimo sui cui riflettere.  Il voto all’estero ha infatti rappresentato la più grande conquista democratica dell’Italia e degli italiani nel mondo ma anche la porta d’entrata di fenomeni affaristici e malavitosi nelle istituzioni italiane nel mondo.

Chiudere un occhio o minimizzare non serve a nulla di fronte a episodi di tale portata; un mancato o inefficace intervento per mettere in sicurezza il voto rischierebbe alla prossima tornata di fare saltare definitivamente questo nobile esercizio e proprio per questo è altrettanto importante e auspicabile che la giustizia italiana e argentina (il Paese dove si sono verificati i brogli che hanno portato alla decadenza del senatore USEI passato poi al MAIE) faccia rapidamente i suo corso individuando responsabilità e collusioni dei fenomeni fraudolenti.

Il 2022 sarà un anno importantissimo per l’Italia, e non solo: eleggeremo il nuovo Presidente della Repubblica, garante della Costituzione e simbolo dell’unità nazionale; grazie ai fondi del PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza) e alla crescita economica in atto avremo un’opportunità forse irripetibile di sostegno a politiche espansive, anche per l’Italia nel mondo; e probabilmente sarà anche l’anno decisivo per vincere la battaglia sul Covid19, mettendoci alle spalle due anni lunghi e difficili a causa della pandemia.

E’ per tutti questi motivi che i miei auguri di quest’anno sono ancora più convinti e appassionati: a ciascuno di voi, alle vostre famiglie, all’Italia e ai Paesi dove viviamo voglio trasmettere l’auspicio di trascorrere un Natale all’insegna dei valori universali di solidarietà e giustizia e un passaggio di anno segnato dalla speranza di entrare in una nuova fase di crescita con al centro il diritto di tutti i popoli alla salute e alla prosperità.

Fabio Porta

Fonte: https://www.fabioporta.com/newsletter/070/news-70-it.htm

Mattarella, discorso 2021: il testo integrale del messaggio

Le parole del Presidente della Repubblica:

Care concittadine, cari concittadini,

Ho sempre vissuto questo tradizionale appuntamento di fine anno con molto coinvolgimento e anche con un po’ di emozione. Oggi questi sentimenti sono accresciuti dal fatto che, tra pochi giorni, come dispone la Costituzione, si concluderà il mio ruolo di Presidente. L’augurio che sento di rivolgervi si fa, quindi, più intenso perché, alla necessità di guardare insieme con fiducia e speranza al nuovo anno, si aggiunge il bisogno di esprimere il mio grazie a ciascuno di voi per aver mostrato, a più riprese, il volto autentico dell’Italia: quello laborioso, creativo, solidale. Sono stati sette anni impegnativi, complessi, densi di emozioni: mi tornano in mente i momenti più felici ma anche i giorni drammatici, quelli in cui sembravano prevalere le difficoltà e le sofferenze. Ho percepito accanto a me l’aspirazione diffusa degli italiani a essere una vera comunità, con un senso di solidarietà che precede, e affianca, le molteplici differenze di idee e di interessi. In questi giorni ho ripercorso nel pensiero quello che insieme abbiamo vissuto in questi ultimi due anni: il tempo della pandemia che ha sconvolto il mondo e le nostre vite.

Ci stringiamo ancora una volta attorno alle famiglie delle tante vittime: il loro lutto è stato, ed è, il lutto di tutta Italia. Dobbiamo ricordare, come patrimonio inestimabile di umanità, l’abnegazione dei medici, dei sanitari, dei volontari. Di chi si è impegnato per contrastare il virus. Di chi ha continuato a svolgere i suoi compiti nonostante il pericolo. I meriti di chi, fidandosi della scienza e delle istituzioni, ha adottato le precauzioni raccomandate e ha scelto di vaccinarsi: la quasi totalità degli italiani, che voglio, ancora una volta, ringraziare per la maturità e per il senso di responsabilità dimostrati. In queste ore in cui i contagi tornano a preoccupare e i livelli di guardia si alzano a causa delle varianti del virus – imprevedibili nelle mutevoli configurazioni – si avverte talvolta un senso di frustrazione. Non dobbiamo scoraggiarci. Si è fatto molto.

I vaccini sono stati, e sono, uno strumento prezioso, non perché garantiscano l’invulnerabilità ma perché rappresentano la difesa che consente di ridurre in misura decisiva danni e rischi, per sé e per gli altri. Ricordo la sensazione di impotenza e di disperazione che respiravamo nei primi mesi della pandemia di fronte alle scene drammatiche delle vittime del virus. Alle bare trasportate dai mezzi militari. Al lungo, necessario confinamento di tutti in casa. Alle scuole, agli uffici, ai negozi chiusi. Agli ospedali al collasso. Cosa avremmo dato, in quei giorni, per avere il vaccino? La ricerca e la scienza ci hanno consegnato, molto prima di quanto si potesse sperare, questa opportunità. Sprecarla è anche un’offesa a chi non l’ha avuta e a chi non riesce oggi ad averla. I vaccini hanno salvato tante migliaia di vite, hanno ridotto di molto – ripeto – la pericolosità della malattia. Basta pensare a come l’anno passato abbiamo trascorso le festività natalizie e come invece è stato possibile farlo in questi giorni, sia pure con prudenza e limitazioni. La pandemia ha inferto ferite profonde: sociali, economiche, morali. Ha provocato disagi per i giovani, solitudine per gli anziani, sofferenze per le persone con disabilità. La crisi su scala globale ha causato povertà, esclusioni e perdite di lavoro. Sovente chi già era svantaggiato è stato costretto a patire ulteriori duri contraccolpi.

Eppure ci siamo rialzati. Grazie al comportamento responsabile degli italiani – anche se tra perduranti difficoltà che richiedono di mantenere adeguati livelli di sicurezza – ci siamo avviati sulla strada della ripartenza; con politiche di sostegno a chi era stato colpito dalla frenata dell’economia e della società e grazie al quadro di fiducia suscitato dai nuovi strumenti europei. Una risposta solidale, all’altezza della gravità della situazione, che l’Europa è stata capace di dare e a cui l’Italia ha fornito un contributo decisivo. Abbiamo anche trovato dentro di noi le risorse per reagire, per ricostruire. Questo cammino è iniziato. Sarà ancora lungo e non privo di difficoltà. Ma le condizioni economiche del Paese hanno visto un recupero oltre le aspettative e le speranze di un anno addietro. Un recupero che è stato accompagnato da una ripresa della vita sociale. Nel corso di questi anni la nostra Italia ha vissuto e subito altre gravi sofferenze. La minaccia del terrorismo internazionale di matrice islamista, che ha dolorosamente mietuto molte vittime tra i nostri connazionali all’estero. I gravi disastri per responsabilità umane, i terremoti, le alluvioni. I caduti, militari e civili, per il dovere. I tanti morti sul lavoro. Le donne vittime di violenza. Anche nei momenti più bui, non mi sono mai sentito solo e ho cercato di trasmettere un sentimento di fiducia e di gratitudine a chi era in prima linea. Ai sindaci e alle loro comunità. Ai presidenti di Regione, a quanti hanno incessantemente lavorato nei territori, accanto alle persone. Il volto reale di una Repubblica unita e solidale. È il patriottismo concretamente espresso nella vita della Repubblica. La Costituzione affida al Capo dello Stato il compito di rappresentare l’unità nazionale. Questo compito – che ho cercato di assolvere con impegno – è stato facilitato dalla coscienza del legame, essenziale in democrazia, che esiste tra istituzioni e società; e che la nostra Costituzione disegna in modo così puntuale.

Questo legame va continuamente rinsaldato dall’azione responsabile, dalla lealtà di chi si trova a svolgere pro-tempore un incarico pubblico, a tutti i livelli. Ma non potrebbe resistere senza il sostegno proveniente dai cittadini. Spesso le cronache si incentrano sui punti di tensione e sulle fratture. Che esistono e non vanno nascoste. Ma soprattutto nei momenti di grave difficoltà nazionale emerge l’attitudine del nostro popolo a preservare la coesione del Paese, a sentirsi partecipe del medesimo destino. Unità istituzionale e unità morale sono le due espressioni di quel che ci tiene insieme. Di ciò su cui si fonda la Repubblica. Credo che ciascun Presidente della Repubblica, all’atto della sua elezione, avverta due esigenze di fondo: spogliarsi di ogni precedente appartenenza e farsi carico esclusivamente dell’interesse generale, del bene comune come bene di tutti e di ciascuno. E poi salvaguardare ruolo, poteri e prerogative dell’istituzione che riceve dal suo predecessore e che – esercitandoli pienamente fino all’ultimo giorno del suo mandato – deve trasmettere integri al suo successore. Non tocca a me dire se e quanto sia riuscito ad adempiere a questo dovere. Quel che desidero dirvi è che mi sono adoperato, in ogni circostanza, per svolgere il mio compito nel rispetto rigoroso del dettato costituzionale.

È la Costituzione il fondamento, saldo e vigoroso, della unità nazionale. Lo sono i suoi principi e i suoi valori che vanno vissuti dagli attori politici e sociali e da tutti i cittadini. E a questo riguardo, anche in questa occasione, sento di dover esprimere riconoscenza per la leale collaborazione con le altre istituzioni della Repubblica. Innanzitutto con il Parlamento, che esprime la sovranità popolare. Nello stesso modo rivolgo un pensiero riconoscente ai Presidenti del Consiglio e ai Governi che si sono succeduti in questi anni. La governabilità che le istituzioni hanno contribuito a realizzare ha permesso al Paese, soprattutto in alcuni passaggi particolarmente difficili e impegnativi, di evitare pericolosi salti nel buio. Ci troviamo dentro processi di cambiamento che si fanno sempre più accelerati. Occorre naturalmente il coraggio di guardare la realtà senza filtri di comodo. Alle antiche diseguaglianze la stagione della pandemia ne ha aggiunte di nuove. Le dinamiche spontanee dei mercati talvolta producono squilibri o addirittura ingiustizie che vanno corrette anche al fine di un maggiore e migliore sviluppo economico. Una ancora troppo diffusa precarietà sta scoraggiando i giovani nel costruire famiglia e futuro. La forte diminuzione delle nascite rappresenta oggi uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società. Le transizioni ecologica e digitale sono necessità ineludibili, e possono diventare anche un’occasione per migliorare il nostro modello sociale.

L’Italia dispone delle risorse necessarie per affrontare le sfide dei tempi nuovi. Pensando al futuro della nostra società, mi torna alla mente lo sguardo di tanti giovani che ho incontrato in questi anni. Giovani che si impegnano nel volontariato, giovani che si distinguono negli studi, giovani che amano il proprio lavoro, giovani che – come è necessario – si impegnano nella vita delle istituzioni, giovani che vogliono apprendere e conoscere, giovani che emergono nello sport, giovani che hanno patito a causa di condizioni difficili e che risalgono la china imboccando una strada nuova. I giovani sono portatori della loro originalità, della loro libertà. Sono diversi da chi li ha preceduti. E chiedono che il testimone non venga negato alle loro mani. Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società. Vorrei ricordare la commovente lettera del professor Pietro Carmina, vittima del recente, drammatico crollo di Ravanusa. Professore di filosofia e storia, andando in pensione due anni fa, aveva scritto ai suoi studenti: «Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare…». Faccio mie – con rispetto – queste parole di esortazione così efficaci, che manifestano anche la dedizione dei nostri docenti al loro compito educativo.

Desidero rivolgere un augurio affettuoso e un ringraziamento sincero a Papa Francesco per la forza del suo magistero, e per l’amore che esprime all’Italia e all’Europa, sottolineando come questo Continente possa svolgere un’importante funzione di pace, di equilibrio, di difesa dei diritti umani nel mondo che cambia. Care concittadine e cari concittadini, siamo pronti ad accogliere il nuovo anno, ed è un momento di speranza. Guardiamo avanti, sapendo che il destino dell’Italia dipende anche da ciascuno di noi. Tante volte abbiamo parlato di una nuova stagione dei doveri. Tante volte, soprattutto negli ultimi tempi, abbiamo sottolineato che dalle difficoltà si esce soltanto se ognuno accetta di fare fino in fondo la parte propria. Se guardo al cammino che abbiamo fatto insieme in questi sette anni nutro fiducia. L’Italia crescerà. E lo farà quanto più avrà coscienza del comune destino del nostro popolo, e dei popoli europei.

Buon anno a tutti voi! E alla nostra Italia!

Gli inarrestabili Måneskin, il populismo di Fedez e le lacrime per la Carrà: successi, addii e polemiche del 2021

Si sono beccati un grazie da Mick Jagger, subito dopo aver aperto il concerto dei Rolling Stones a Las Vegas. E hanno pure scattato un bel selfie ricordo. Già questo basterebbe a renderli i Fab Four italiani del 2021. Ma i Måneskin hanno fatto di più: hanno vinto tutto quello che si poteva vincere. Prima Sanremo con Zitti e buoni. Poi l’Eurovision Song Contest (era da 31 anni che l’Italia non ce la faceva). Damiano, Victoria, Thomas ed Ethan hanno riportato il rock nostrano in cima alle classifiche e sono diventati il volto dell’Italia nel mondo. Giovani, sensuali, ribelli, sfrontati, e soprattutto pieni di talento. Così hanno conquistato l’America, tanto da essere invitati al Tonight Show di Jimmy Fallon.

Zitti e buoni e I Wanna Be Your Slave sono entrate subito nelle chart internazionali di Spotify e Billboard, ma Beggin’ è stata la ciliegina sulla torta: si è piazzata in vetta alla classifica mondiale di Spotify e ha raggiunto il tredicesimo posto della Billboard Hot 100. Risultati memorabili di un anno storico, che si è chiuso il 9 dicembre, come a disegnare un fantastico cerchio, quando sono stati ospiti della finale di X Factor.

Il ritorno di Friends

Per alcuni è stato il momento nostalgia dell’anno, per altri quello più atteso da anni. La reunion di Friends con Courteney Cox, Lisa Kudrow, Matt LeBlanc, Matthew Perry e David Schwimmer – oggi tutti cinquantenni – ha riportato alla memoria i bei tempi andati. Quando ci si sintonizzava davanti alla tv (la prima puntata fu lunedì 23 giugno 1997, alle otto della sera, su Raitre) e non esistevano ancora Netflix e compagnia bella. Gli attori, durante la rimpatriata, hanno ripercorso gli anni dello storico telefilm svelando aneddoti e retroscena. Lacrime e batticuore per tutti i fan.

I lutti

Quest’anno ci hanno lasciato personaggi che hanno segnato profondamente la storia della musica, della tv e del cinema: Franco Battiato, Raffaella Carrà e Lina Wertmüller. Il musicista visionario dalla poetica irraggiungibile è morto a 76 anni, di mattina, nella sua adorata casa di Praino di Milo. Erano già diversi anni che giravano brutte notizie sul suo precario stato di salute, ma le voci non si sono mai trasformate in un becero gossip.

Lina Wertmüller, una delle più grandi registe italiane, se n’è andata invece a 93 anni nella sua casa romana. Ironica, elegante – merito forse anche delle origini aristocratiche – ma con uno spirito da guerriera. Tutti la ricordano così. È stata la prima donna nella storia ad essere candidata all’Oscar, nel 1977, come migliore regista (ma anche per il miglior film straniero e migliore sceneggiatura) per «Pasqualino Settebellezze». Ha vinto un David, e nel 2020 ha ricevuto la statuetta d’oro alla carriera. Non era una femminista oltranzista, ma è sempre stata una combattente che ha saputo far sentire la sua voce.

Il 5 luglio, a 78 anni, ha abbandonato il palco della vita Raffaella Carrà. L’icona della tv, che ha segnato oltre 50 anni di storia italiana, aveva tenuto per sè la sua malattia. Anticonformista, rivoluzionaria, con il Tuca Tuca, Carramba e quel «Com’è bello far l’amore da Trieste in giù» è diventata un mito per tutti. Raffa era un icona per la tv, per il cinema e anche per la musica (nella sua carriera ha venduto sessanta milioni di dischi).

Fedez, Chiara Ferragni e le polemiche

Dove c’è Fedez c’è sempre polemica. E infatti il rapper è stato protagonista di uno scontro epico con la Lega e la Rai, relativo alla mancanza di certezze per i lavoratori dello spettacolo durante la pandemia e al ddl Zan. Il discorso al Concertone del Primo Maggio, le accuse di censure, le smentite: un polverone che è andato avanti per mesi. Ma è stato l’anno di Fedez anche per l’uscita del nuovo album Disumano, in cui ha affrontato temi politici e sociali, e soprattutto per la serie The Ferragnez su Amazon Prime. Un’intrusione ancora più dettagliata (con tanto di sedute di terapia di coppia) nella quotidianità di Federico, Chiara Ferragni e i figli. Dopotutto Fedez non poteva che essere il re del social: con i suoi 18,3 milioni di follower complessivi tra Facebook, Twitter e Instagram, si conferma il più bravo nell’arte di fare followers.

Alice Castegneri (pubblicato da La Stampa il 30/12/2021)

Fonte: Gli inarrestabili Måneskin, il populismo di Fedez e le lacrime per la Carrà: successi, addii e polemiche del 2021 – La Stampa

Pensioni INPS – campagna di esistenza in vita 2022

A partire dal 7 febbraio 2022, i pensionati italiani residenti nel Continente americano, Paesi scandinavi, negli Stati dell’est Europa e paesi limitrofi, in Asia, Medio ed Estremo Oriente, riceveranno da Citibank NA i moduli di richiesta di attestazione dell’esistenza in vita.
L’accertamento dell’esistenza in vita dei pensionati che riscuotono all’estero riveste particolare importanza per l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, in quanto la difficoltà di acquisire informazioni complete, aggiornate e tempestive in merito al decesso dei pensionati espone al concreto rischio di erogare pagamenti non dovuti. L’accertamento viene effettuato da Citibank NA, l’Istituto di credito che esegue i pagamenti al di fuori del territorio nazionale per conto dell’INPS.
Pertanto, a partire dal 7 febbraio 2022, Citibank curerà la spedizione dei moduli ai pensionati residenti nelle suddette Aree geografiche, da restituire alla banca entro il 7 giugno 2022. Qualora l’attestazione non sia prodotta, il pagamento della rata di luglio 2022 avverrà in contanti presso le Agenzie di Western Union e, in caso di mancata riscossione personale o di mancata produzione dell’attestazione entro il 19 luglio 2022, il pagamento della pensione sarà sospeso a partire dalla successiva rata di agosto 2022.
L’Inps ha previsto un periodo di quattro mesi per attestare l’esistenza in vita, per cui non è necessario che i pensionati, come in passato, si rechino da subito, non appena ricevute le lettere, presso gli uffici consolari, Patronati o autorità locali, anche in considerazione della necessità di evitare assembramenti pericolosi, vista l’emergenza sanitaria in corso.
L’INPS e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale hanno anche condiviso un progetto che prevede la possibilità per i pensionati di rapportarsi con gli uffici consolari tramite un servizio di videochiamata.
L’accordo prevede che sia possibile attestare l’esistenza in vita anche con la seguente modalità:
• il pensionato che riceve per posta ordinaria da Citibank NA il modulo standard di richiesta di attestazione dell’esistenza in vita, contenente tra l’altro le generalità anagrafiche del pensionato, il numero INPS e il codice Citibank NA identificativi del pensionato, lo compila, indicando anche il recapito telefonico e l’indirizzo mail, apponendo sullo stesso la propria firma autografa e la data di sottoscrizione;
• il pensionato invia copia digitale di tale modulo, e di un documento d’identità, all’indirizzo di posta elettronica istituzionale del locale ufficio consolare del paese di residenza, che contatta il pensionato utilizzando l’indirizzo mail, se presente sul modello, tramite videochiamata, attraverso gli applicativi ad oggi più diffusi come ad esempio Skype, Zoom, Microsoft Teams, Webex o WhatsApp, se sul modello è presente il recapito telefonico;
• l’ufficio consolare, attraverso tale modalità, verifica per diretta visione l’esistenza in vita del pensionato e la corrispondenza dei dati contenuti nel modulo, già pervenuto all’ufficio consolare tramite mail insieme alla copia digitale del documento d’identità, con i dati contenuti nel documento d’identità originale, che il pensionato sarà invitato ad esibire nella videochiamata;
• se abilitato al Portale Agenti messo a disposizione da Citibank NA, il funzionario dell’ufficio consolare attesta l’esistenza in vita attraverso il medesimo portale. In questo caso il funzionario dell’ufficio consolare abilitato invita comunque il pensionato a spedire per posta ordinaria il modulo originale, datato e sottoscritto, all’indirizzo dell’ufficio consolare, per esigenze di conservazione degli atti;
• se non abilitato al Portale Agenti, il funzionario nel corso della videochiamata invita il pensionato a spedire per posta ordinaria il modulo originale di attestazione, datato e sottoscritto, all’indirizzo dell’ufficio consolare, affinché possa completare la validazione del modulo con le consuete modalità; successivamente l’ufficio consolare invia, tramite posta ordinaria, l’originale del modulo a Citibank NA, all’indirizzo “PO Box 4873, Worthing BN99 3BG, United Kingdom”.
I pensionati, pertanto, per rendere operativo tale servizio di videochiamata, sono invitati ad indicare l’indirizzo di posta elettronica e il recapito telefonico nel modulo di attestazione dell’esistenza in vita da inviare a Citibank NA.
La modalità di attestazione dell’esistenza in vita tramite videochiamata, che si aggiunge e non sostituisce le consuete modalità che prevedono la presenza fisica del pensionato presso un soggetto qualificato cosiddetto “testimone accettabile”, abilitato ad avallare la sottoscrizione del modulo di dichiarazione dell’esistenza in vita, potrà essere utilizzata anche dagli operatori di patronato accreditati come testimoni accettabili, abilitati al Portale Agenti.
L’Inps, poi, ricorda che non solo i pensionati avranno quattro mesi a disposizione per assolvere ai propri obblighi, ma che numerosi sono i soggetti qualificati che, ai sensi delle legislazioni locali, sono autorizzati ad attestare l’esistenza in vita dei pensionati. Nei casi in cui il pensionato non possa produrre l’attestazione standard, Citibank NA accetta i moduli di certificazione di esistenza in vita emessi da autorità locali, quali testimoni accettabili, le cui liste, distinte per Aree geografiche, sono consultabili nel sito di Citibank NA alla pagina web dedicata.
Inoltre, con riferimento agli uffici consolari, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, su proposta dell’Istituto, ha emanato una circolare nella quale si invitano le strutture consolari a considerare gli adempimenti relativi all’accertamento dell’esistenza in vita tra i servizi urgenti, indifferibili e garantiti ai pensionati residenti all’estero anche in caso di chiusura a causa dell’emergenza sanitaria.
Infine, è stata condivisa con la banca anche la tempistica relativa alla seconda fase della campagna di accertamento dell’esistenza in vita, riferita agli anni 2022 e 2023, che interesserà i pensionati residenti in Europa, Africa e Continente australe, ad esclusione dei Paesi Scandinavi e dei Paesi dell’Est Europa.
Pertanto, a partire dal 14 settembre 2022 Citibank curerà la spedizione delle richieste di attestazione dell’esistenza in vita nei confronti dei pensionati residenti in queste Aree geografiche, che dovranno essere restituite alla banca entro il 12 gennaio 2023. Qualora il processo di verifica non sia portato a termine entro tale temine ordinario, il pagamento della rata di febbraio 2023 avverrà in contanti presso le Agenzie di Western Union e, in caso di mancata riscossione personale o di mancata produzione dell’attestazione di esistenza in vita entro il 19 febbraio 2023, il pagamento della pensione sarà sospeso dalla banca a partire dalla successiva rata di marzo 2023.
Sul portale internet dell’Istituto è consultabile un’apposita pagina dedicata, intitolata Accertamento esistenza in vita dei pensionati che riscuotono all’estero, contenente informazioni aggiornate sulla campagna di verifica dell’esistenza in vita dei pensionati che riscuotono all’estero. (aise)

Presentiamo Gaia Marchiori, l’integrante più giovane del Comites di Bs.As.

Gaia Marchiori, rappresentante di Italia Viva è stata eletta consigliere del Comites, nelle scorse elezioni. È la più giovane integrante del Comites di Buenos Aires

Parlaci di te, come ti presenteresti?

Sono nata a Mirano, in provincia di Venezia, nel 1992. Sono stata un’appassionata di politica fin da adolescente, è una passione che mi è stata tramandata direttamente da mio padre, che nonostante facesse un altro lavoro ha sempre coltivato il suo interesse per il discorso politico.

Quando ho finito il liceo classico, ho subito pensato di continuare i miei studi con una carriera politica, ma data la mia curiosità smisurata e la mia naturale inclinazione alle lingue straniere, ho deciso di andare a studiare lingue all’Università Ca Foscari di Venezia per poi specializzarmi in politica estera a Bologna, e così è stato. Ho scelto di studiare lo spagnolo perché mi ha sempre incuriosito, e fatalità la professoressa di spagnolo che mi è stata assegnata era proprio argentina, di La Plata. La passione di Marcela (la professoressa) per la sua patria, la sua cultura, le tradizioni, mi ha definitivamente convinta a voler visitare l’Argentina e cercare fortuna qui. L’Argentina è un paese sinergico e sempre in movimento, e questo per la mia personalità è stato un punto d’incontro perfetto. Ho così deciso di informarmi e leggere libri sulla politica argentina, che è complicatissima. Il peronismo, un movimento politico che abbraccia destra e sinistra, ha diverse matrici, è amato e criticato, ed è ancora incomprensibile per molte persone che non lo vivono giorno per giorno. Ho così deciso di studiarlo e capirne l’essenza, attraverso lo studio della questione Malvinas-Falkland.

Ho vinto una borsa di studio con l’università di Bologna per fare ricerca per la mia tesi di laurea magistrale nel 2016 e mi sono innamorata di Buenos Aires durante i miei primi 6 mesi di soggiorno nella città. E’ una città che ami o odi e io la amo ed è il mio posto nel mondo. Quindi mi ci sono trasferita dopo la laurea, in Relazioni Internazionali. Qui ho cominciato a lavorare prima in una ONG, CADAL (Centro para la Apertura y el Desarrollo de America Latina), inizialmente come tirocinante e poi come assistente dei suoi programmi e incaricata delle relazioni istituzionali. Dopo qualche mese ho potuto conoscere un deputato con cui ho molta affinità e mi ha inserito nella sua equipe come assistente parlamentare. Attualmente lavoro nella commissione del Mercosur ma nel 2018 ho cominciato a lavorare con il deputato proprio nel Gruppo Parlamentare di Amicizia con l’Italia.

Questo mi ha permesso di esplorare le diverse realtà dell’italianità in Argentina e di inserirmi ancora di più nel tessuto delle relazioni bilaterali tra i due paesi. Fino a che nell’ottobre 2019 ho ricevuto una telefonata dal mio collega Nicolas Fuster, italo argentino residente in Olanda, che sapeva delle mie preferenze politiche e mi ha proposto di formare un comitato sudamericano per l’allora giovanissimo partito Italia Viva, il cui leader è Matteo Renzi. Ho così deciso di mettermi in gioco, prima co- coordinando la sezione sudamericana del partito e poi, vedendo quanto fosse importante lo spazio ai giovani che Italia Viva concede e la fiducia che mi è stata data da Roma, per essere corresponsabile per un territorio di più di un milione di cittadini italiani, ho deciso di candidarmi al Comites per vedere di apportare un cambio prima di tutto generazionale a questa istituzione.

Hai nostalgia della tua città? Della gente, delle abitudini, sapori, odori atmosfera? 

Ho molta nostalgia della città di Venezia. E’ talmente unica e meravigliosa che sarebbe difficile non sentirne la mancanza. Ho potuto frequentare Venezia tutti i giorni per anni durante la mia prima carriera universitaria e la cosa più bella è stata proprio viverla in tutte le sue sfaccettature, dai giorni soleggiati e torridi d’estate alle serate fredde e nebbiose dell’inverno. Di Venezia mi manca proprio tutto, lo devo ammettere.

Cosa si propone Italia Viva? Definisci il partito che rappresenti.

Italia Viva è un asse liberal-democratico nato per rappresentare uno spazio di centro e rompere con il “bipopulismo” del PD-Movimento Cinque Stelle e quello della destra.

La svolta imposta dalla formazione di Italia Viva è evidente: senza l’apporto dei nostri deputati/senatori e ministri, non sarebbero state possibili molte conquiste che invece ora l’Italia sta realizzando. Alcuni esempi, il trionfo di Draghi come presidente e la detronizzazione di Conte, l’elaborato e vincente piano vaccinale, il recupero del PIL più alto di quanto era stato pianificato. Grazie a tutti questi successi, sostenuti da Italia Viva sin dal principio, The Economist nominò l’Italia “Country of the year”.

Che apporto ti proponi di dare al Comites di Buenos Aires?

Il bilancio delle elezioni Comites in Argentina per noi devo dire che è più che positivo. É stata una sfida direi più che superata. Ci siamo presentati con la lista Italia Viva con il nostro simbolo in due distretti argentini, due nella Provincia di Buenos Aires, la Città Autonoma di Bs.As. e La Plata. In entrambi abbiamo ottenuto la vittoria di un candidato e quindi siamo rappresentati da un consigliere.

E’ la prima volta che Italia Viva si presenta nei comites dell’Argentina ed è anche la prima volta, parlo per la città di Buenos Aires, in cui c’era tanta concorrenza e varietà di liste in gioco. Per essere all’inizio quindi siamo contentissimi del nostro risultato, però chiaramente puntiamo con il tempo a qualcosa di più. Con il mio collega Nicolás stiamo cercando di costruire un consenso alle nostre idee in tutta l’Argentina (infatti dove non ci siamo presentati come Italia Viva, abbiamo appoggiato liste affini con alcuni candidati e abbiamo fatto sentire la nostra voce). L’entusiasmo sicuramente non ci manca e questo è solo l’inizio speriamo di un lungo percorso.

Per ora, secondo le proposte che ho potuto vedere in campagna elettorale, la cosa che sta più a cuore a tutti i consiglieri è il miglioramento dei servizi consolari. Necessitiamo più trasparenza e velocità. I tempi per il rinnovo di un passaporto e per la cittadinanza sono biblici e questa è anche la prima richiesta dei cittadini.

Personalmente e seguendo i principi di Italia Viva, però, non ci vogliamo limitare a questa proposta, dato che siamo convinti che essere italiano non è solo avere un pezzo di carta che lo testimonia, ma soprattutto sentirsi italiani nella cultura, l’educazione, il commercio. Le nostre proposte, che abbiamo diffuso nelle reti sociali anche durante la campagna elettorale, si sviluppano in cinque punti, quello istituzionale appunto riguardante il miglioramento dei servizi consolari, quello educativo. attraverso la diffusione di opportunità di studio in Italia e Europa, come Erasmus plus ed Erasmus o l’organizzazione di incontri e dibattiti sul funzionamento delle istituzioni educative italiane ed europee, poi c’è il punto culturale, in cui proponiamo l’organizzazione di eventi di vario tipo di interesse culturale come cicli cinematografici, incontri con personalità rilevanti eccetera, dal punto di vista commerciale ci piacerebbe poi sviluppare iniziative con imprese italiane o argentine che esportano in Italia i loro prodotti o conferenze con neo imprenditori sul futuro del loro lavoro bilaterale Italia-Argentina e infine ci piacerebbe organizzare eventi informali per la comunità italiana che siano rivolti anche ai giovani.

La realtà dei cittadini italiani in argentina è piuttosto “vecchia” tra virgolette, legata all’emigrazione italiana durante il primo o il secondo dopoguerra e le tradizioni antiche. Noi ci proponiamo di rompere questo stereotipo e aggiornarlo al 21esimo secolo. É fondamentale secondo noi rinnovare le istituzioni italiane in argentina adattandole ai tempi che corrono: i comites sono stati creati negli anni 80, in un contesto completamente differente geopoliticamente parlando. Ora disponiamo di tecnologia, nuove generazioni e soprattutto, conosciamo la superiorità dei valori democratici. Vogliamo dunque dare una risposta attuale alle questioni che riguardano l’epoca in cui stiamo vivendo.

Edda Cinarelli

Fabio Porta fa gli auguri al popolo cileno per la storica vittoria di Gabriel Boric

Con una straordinaria vittoria che fa di lui il Presidente eletto con il maggior numero di voti della storia del Cile (4,6 milioni di elettori) e in una consultazione caratterizzata dal più alto indice di partecipazione da quando nel 2012 fu istituito il voto volontario, i cileni hanno scelto il loro nuovo Presidente della Repubblica.

Gabriel Boric, sostenuto da un ampio schieramento progressista, sarà anche il più giovane Presidente della storia del Cile, Paese al quale l’Italia e gli italiani sono legati da profondi legami di amicizia e solidarietà.

Al nuovo Presidente e al popolo cileno vanno le congratulazioni di tutti i circoli del Partito Democratico del Sudamerica, con l’auspicio che il Cile possa riprendere con determinazione il suo cammino di lotta alle disuguaglianze sociali nel solco dell’importante lavoro che sta conducendo l’Assemblea costituente eletta nel maggio di quest’anno.

Fabio Porta 

Coordinatore Sudamerica del Partito Democratico 

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